La creatività di Franco D’Andrea, pianista e compositore 85enne tra i Maestri del jazz italiano, si sa che non conosce limiti. Razionale e progettuale, istintivo e imprevedibile l’artista meranese sta vivendo una stagione di grande fervore inventivo.
Per il nuovo album, prodotto come i due precedenti da Parco della Musica records, ha deciso di scommettere ancora sull’effervescente ed esperito trio con il contrabbassista Gabriele Evangelista ed il batterista Roberto Gatto. Con loro ha già inciso in studio “Something Bluesy and More” (2024) e dal vivo (in concerto al Torrione Jazz Club di Ferrara) “Live” (2025). Per l’ultima registrazione D’Andrea-Evangelista-Gatto hanno realizzato tre recital dal vivo alla romana Casa del Jazz (18-19-20 settembre). Alla presenza del pubblico, oltre che un maggiore calore umano e un destinatario visibile e diretto della musica, c’è maggiore possibilità di deviare da percorsi e scalette prestabilite, di innestare sulla razionalità del progetto l’imponderabile e lo straniante del guizzo improvviso, della deviazione inaspettata, della “memoria remota” che scarta e “spariglia”. Così, dopo i concerti registrati, il lavoro – per musicisti e produttori – sarà quello di scegliere e montare i brani, di ri-plasmare la materia sonora prodotta dal trio in una nuova versione e con accostamenti diversi. Un processo diverso dal precedente album “Live”, basato su un solo concerto nella sua ‘purezza’.
Personalmente ho ascoltato la seconda serata di incisione, quella del 19, e sono stato felice di assistere al dispiegarsi della creatività del trio. Formidabile il suo interplay, spasmodica la concentrazione unita ad una palpabile gioia di suonare, sorprendere e sorprendersi. Rispetto delle strutture – molte le forme canzone -, brani poco estesi eppure compiuti, solismo funzionale al gruppo e nessun esibizionismo, ricerca timbrica sopraffina, sonorità gravide di passato, presente e futuro. Franco D’Andrea ha scelto di sondare nel repertorio del jazz seguendo non un criterio storico ma emotivo e di dimostrare – pagina dopo pagina – come i brani possano mutarsi senza snaturarsi, essere risignificati e riarrangiati cambiando alcuni parametri (metro, ritmo, velocità, armonia…) ma tenendo salda (visibile o “carsica”) la melodia. Tutto ciò in totale e originale complicità con il contrabbassismo maturo e personale di Evangelista ed il drumming più che sapiente e poliedrico di Roberto Gatto.
Si sono ascoltati, così, un Sonny Rollins caraibico riletto con la leggerezza e l’eleganza di Teddy Wilson, un Charlie Parker giocato su tempo dispari e su ostinato, con fraseggio boppistico ultraveloce. In altri brani si è udito il suono perlaceo di Erroll Garner ed un “I Got Rhythm” (la “madre” dei Gershwin’s Changes) distorta nella melodia e modalizzata, come se si fosse nel pieno di una jam. Un vero poker d’assi del trio è stato, altresì, quello con “Naima” di John Coltrane (su un tempo latin astratto), “Muskrat Rumble” del trombonista Kid Ory (jazz delle origini, sanguigno e potente), “Black and Tan Fantasy” di Bubber Miley e Duke Ellington (stile giungla, con le due sezioni alternate: una modalizzata e l’altra fortemente bluesy), “All Blues” di Miles Davis (completamente riarrangiata su un ostinato per piano e contrabbasso).
Il lungo concerto è stato interrotto solo dagli applausi e un paio di volte Franco D’Andrea si è alzato dalla tastiera per ringraziare, senza parole: solo con lo sguardo ed un semplice gesto a mani unite che vuol dire “siamo connessi, siamo in contatto”. Si attende l’album per vedere in che modo (e con che montaggio) verrà restituita la magia del jazz di D’Andrea, Evangelista e Gatto.
