L’anima jazz di Gerardo Iacoucci: scompare a 91 anni il pianista, compositore e didatta, Maestro appartato quanto importante nella storia del jazz italiano

Il pianista-compositore-didatta in un ritratto degli anni Ottanta
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Dal piano solo alla big band, da Kenny Clarke a Domenico Modugno, da Veroli a New Orleans: la vicenda di un jazzista “schivo” ma protagonista, Gerardo Iacoucci

Il 20 settembre scorso è scomparso il maestro Gerardo Iacoucci. Aveva 91 anni, compiuti in agosto, e fino a pochi mesi fa era ancora profondamente immerso nella musica. Stava lavorando, insieme alla cantante Paola Massero, ad un comune progetto con la Big Band del conservatorio “Licinio Refice” di Frosinone, diretta da Filiberto Palermini. Per il 25 ottobre era stata, inoltre, prevista un’iniziativa –  a cui avrebbe dovuto partecipare –  per celebrare i 50 anni dall’inizio dei corsi jazz nel conservatorio ciociaro, nati nel 1976 dalla determinazione e dal coraggio proprio di Gerardo Iacoucci e dalla volontà dell’allora direttore Daniele Paris. L’iniziativa si terrà e avrà anche lo scopo di ricordare, in  memoriam, il Maestro.

Pianista, compositore, arrangiatore, direttore di big band, docente, Iacoucci non ha mai amato essere sotto i riflettori né al centro dell’attenzione; la sua, però, è stata una figura importante nel jazz e non solo. Come giustamente rammentato sul sito del conservatorio di Frosinone, dove ha insegnato per decenni formando decine di jazzmen (da Giampaolo Ascolese a Paolo Tombolesi, da Rosario Giuliani a Nicola Puglielli), egli “ha attraversato una lunga stagione della vita musicale italiana con intelligenza, versatilità e inesauribile curiosità”.

Basti pensare alle sue collaborazioni che lo hanno visto a fianco del batterista afroamericano Kenny Clarke, dell’armonicista (e chitarrista) belga Toots Thielemans, della celebre cantante (e ballerina) Joséphine Baker che, nei suoi tour italiani, lo voleva sempre con sé; il pianista ha, inoltre, lavorato insieme alla vocalist Lilian Terry, al trombettista Duško Gojković, al trombonista Al Grey ed ai sassofonisti Lee Konitz e Gianni Basso. In ambito di musica popular il piano di Gerardo Iacoucci si è abbinato alle voci di Nicola Arigliano, Domenico Modugno e Milly. A tutto tondo, come è evidente, la sua produzione e il suo lavoro che hanno spaziato in vari ambiti: jazz, composizione, arrangiamento, musica per orchestra (spesso per quelle delle Rai), sedute di incisione, direzione di coro (gospel, in particolare) e big band, realizzazione di musica per immagini e library music (in parte edita con lo pseudonimo H.Caiage).

Dopo aver contribuito e partecipato alla seminale attività della romana Scuola Popolare di Musica di Testaccio (1975), il pianista si adoperò, come già ricordato, con il M° Daniele Paris per varare nel conservatorio “L.Refice” di Frosinone “una delle prime esperienze didattiche dedicate all’insegnamento del jazz” nel 1976, cinquant’anni fa. Sarà merito di Iacoucci – in sinergia  con Giorgio Gaslini ed Ettore Ballotta – far accettare (ed entrare) ufficialmente nel 1993 il jazz nei conservatori italiani, con un programma triennale che lo liberava da una dimensione precaria (grazie anche alla forte spinta impressa dall’Associazione Nazionale Musicisti di Jazz, nata nel 1989 e diretta, nel suo primo mandato, da Bruno Tommaso).

Chi scrive ha iniziato a seguire il jazz come appassionato negli anni ’70 ed allora Gerardo Iacoucci era già un nome importante come compositore, pianista, didatta. Nel 1976 la Horo Records di Aldo Sinesio gli aveva prodotto un album in piano solo, per la serie “Jazz a confronto” che documentava la scena effervescente del Bel Paese.  Se in quel decennio lo sviluppo del jazz italiano fu impetuoso, negli anni ’80 si ebbe una vera e propria “nuova onda” di giovani musicisti, di etichette discografiche, di iniziative concertistiche e educative. Nel mio nuovo ruolo di critico musicale conobbi meglio Iacoucci, oltreché come giurato del concorso di composizione e arrangiamento “Barga Jazz”, grazie al Cd “Great News from Italy”. Pubblicato da una label tedesca molto attenta alla scena jazz italiana(yvp), l’album vedeva la Modern Big Band diretta da Gerardo Iacoucci, autore di tutti gli arrangiamenti.  Undici i brani: sei del Maestro (”Giada”, “Atonale”, “Song for Gloria”, “Tristano ‘78”, “All=One”, “Portrait of Maria”); gli altri di autori-solisti di grande valore quali Paolo Fresu, Enrico Pieranunzi, Pietro Tonolo, Gianluigi Trovesi, Sandro Satta; altri solisti nel CD, da Rosario Giuliani a Paolo Tombolesi, contribuivano ad un riuscito spaccato proprio della “nuova onda” del jazz nostrano.

Italiano e ciociaro nelle sue profonde radici, amante della montagna e del silenzio della natura, Gerardo Iacoucci ha avuto un rapporto profondo e ‘speciale’ con la cultura jazz americana: ciò non solo perché il musicista si è a più riprese recato negli USA (Boston, New York, New Orleans) e vi ha soggiornato e lavorato come musicista. La cittadinanza onoraria di New Orleans, di cui era giustamente orgoglioso, conferitagli nel 1989 rendeva esplicito il suo legame con il blues, l’improvvisazione, la dimensione corale – soprattutto spiritual e gospel – ed orchestrale, il linguaggio jazz. La relazione/fascinazione con New Orleans il Maestro l’avrebbe celebrata molti anni dopo: nel 2016 con il progetto-cd-recital “Do You Know What It Means to Miss New Orleans” (Lake Records) per cui scrisse gli arrangiamenti e suonò il piano con Paola Massero (voce), Filiberto Palermini (sax soprano) e Nicola Puglielli (chitarra). È come se il Maestro avesse voluto distillare da un corposo repertorio ispirato a New Orleans – composto tra il 1914 e il 1930, passando per ragtime multitematici e forme canzone – le più significative essenze sonore della città, alleggerendole da quanto rimandava alla sua “materialità storico-sociale”: la musica all’aria aperta e nei bordelli, quella sui battelli che solcavano il Mississippi e nei locali fumosi ed “etilici”, la sua funzione collettiva e di intrattenimento, la colonna sonora di una città quasi+ tropicale.

Iacoucci ha avuto, tra le tante, le qualità dell’astrazione e della sintesi. Se ne ha prova in un suo album della piena maturità che è, allo stesso tempo, la “summa” di una carriera e un rischiosissimo esercizio di acrobazia stilistica: “Jazz Piano History” (2012, Deneb Records). Qui il Maestro proponeva dodici ritratti di pianisti jazz da Scott Joplin a Cecil Taylor, passando per Jelly Roll Morton, Fats Waller, Count Basie, George Shearing, Erroll Garner, Oscar Peterson, Lennie Tristano, Thelonious Monk, Bud Powell e Bill Evans. Per ciascuno compose un brano e ciò vuol dire che scriveva e suonava “alla maniera di” dodici pianisti jazz profondamente diversi tra loro, seppur in qualche modo legati. Quasi tutti i pezzi non arrivavano a quattro minuti, con l’eccezione di quelli di Joplin, Shearing, Garner ed Evans (il più esteso: 4’46). Sintesi e astrazione, ricreazione di mondi sonori in poche battute, facendo comunque trapelare la propria esperienza e personalità.

Sono, negli anni Duemila, soprattutto gli album che hanno documentano l’inesauribile e inesausto lavorìo di Gerardo Iacoucci, sempre alla ricerca di nuove sfide (con sé stesso) ed idee, non scalfito dal passare del tempo. Resta, forse, il suo lavoro più bello l’ “Omaggio a Lennie Tristano” (Alfa Music, 2008) che fu prima un recital anche multimediale – “Suite for Lennie” – realizzato in duo con il valido contrabbassista Stefano Cantarano (altro “figlio” del conservatorio “L.Refice”) e le elaborazioni visive di Massimo Achilli, perfettamente fuse con la musica (in scena ad Umbria Jazz Winter 2006, ad Orvieto, Sala del Carmine, per svariate repliche). Scrivevo allora (recensendo su “il manifesto”) che “questo appartato maestro del jazz italiano ha saputo rendere un omaggio originale e personale alla poetica tristaniana, di cui ha colto e rilanciato l’essenza in pagine quali ‘Tensions’, ‘Percussioni africane’, ‘Tristano ’78’ “. Nell’album figuravano sei composizioni di Iacoucci (“Counterpoint”, “Remember Again”, “Being for You Only”, “The Light in the Darkness”, “Energy”, “Indipendent Lines”) due di Lennie Tristano (“Requiem”, “Lennie’s Pennie’s”)  e due di Cantarano (“What Is This”, “Lennie’s Mood”).

Tra il pianista-compositore-didatta di New York (Tristano, nato a Chicago ma la cui famiglia era originaria di Aversa)  e il pianista-compositore-didatta nato a Veroli (Frosinone) c’erano in comune il rigore, la ricerca artistica lontana dalle mode e dai clichés, l’interesse per un linguaggio innovativo spesso all’interno delle forme, un’assonanza di suono e di tocco da Maestro a Discepolo. “Si faccia attenzione alle prime note del primo brano, Counterpoint – scriveva Franco Fayenz nelle note di copertina dell’album. Il tema è di Iacoucci, non del Maestro di Chicago. Ma subito si avverte la maniera, lo stile di Tristano (…) un CD come questo costituisce quanto di meglio si potesse realizzare per celebrare il trentesimo anniversario della morte del Maestro”.

Tematiche ed artisti diversi – ma sempre connessi dai fili comuni della ricerca e dell’originalità –  si ritrovano in una  serie di album seguenti (spesso preparati nella dimensione concertistica e, in gran parte, condivisi con la cantante e autrice Paola Massero). “Chamber Jazz Trio” è un CD (Flipper, 2011) scritto per l’Aura Trio (Simona Foglietta, violino; Maria Antonietta Gramegna, violoncello; Anna Rosaria Valanzuolo, pianoforte), con dodici composizioni – e relativi arrangiamenti – del Maestro Iacoucci. Si tratta di una sorta di aforistica storia del jazz (in dodici episodi) composta per un trio di musiciste classiche il cui linguaggio abituale viene plasmato in una dimensione jazzistica, senza peraltro dimenticare la musica europea. Ad essa profondamente ispirato è, peraltro, l’album “Bach in Jazz” (Aulicus Classics, 2022) dove il violoncellista Maurizio Simonelli esegue le variazioni scritte da Iacocucci per alcune pagine bachiane (il Maestro è presente anche in alcune tracce come pianista). In poche parole egli formalizza attraverso la scrittura quella che, però, immagina come improvvisazione rispetto al “testo sonoro bachiano”. 

“Dis-nous, Joséphine…” (2016, Lake records; in trio con Palermini e Massero) è nato per ricordare il rapporto speciale ed intenso che Joséphine Baker creava con il pubblico “attraverso canzoni che possono sembrare banali (…) dando ogni tanto una piccola impronta jazzistica, perché in fondo lei veniva da lì”. Gerardo Iacoucci, come già accennato, fu il pianista della Baker nella quarantina di recital che fece in Italia nella prima metà degli anni ’70.

Per chiudere questa significativa carrellata carrellata di produzioni discografiche “Stubborn” (Alfa Music, 2024) e “Les Fleurs du Mal en Jazz – Hommage a Charles Baudelaire” (Aulicus Classics, 2026), sempre cofirmati con Paola Massero.

Nel primo (il titolo, e la title-track, indicano in inglese il termine “testardo”, una sorta di “autoironico riferimento – ha affermato la vocalist – alla caparbietà che caratterizza Gerardo e me”) ci sono nove brani originali. Sette sono di Iacoucci e due di Giampaolo Ascolese, compositore oltreché raffinato batterista-percussionista. Tutti arrangiati dal pianista, i pezzi sono stati “parolati” dalla Massero con testi in inglese ed uno in francese (“Energy” è, invece, strumentale e la voce vi si dispiega in uno scat sillabico). L’apporto della cantante si rivela fondamentale perché la parola riveste una notevole ‘centralità’ nell’album. Iacoucci rinuncia ad interventi solistici e si proietta sulla composizione e sugli elementi dell’arrangiamento, calando in essi il fraseggio e le armonie del jazz. La sua poetica è, in questa opera,  basata sul sottrarre, concentrandosi su un tocco pianistico (in funzione armonica) che ha ormai metabolizzato tanti “Maestri”. L’organico prevedeva Stefano Cantarano e Giampaolo Ascolese (più un quintetto d’archi).

Nel secondo, ultima opera registrata di Gerardo Iacoucci, il pianista – in un lungo itinerario, nato da un recital live – è riuscito a creare musica partendo dalla musicalità intrinseca dei versi di Charles Baudelaire e ad essa tornando (valorizzandola) con arrangiamenti che sono autentici controcanti (o seconde voci) strumentali a quanto canta la brava Paola Massero, che molte positive responsabilità ha nella realizzazione del progetto (nel gruppo il trombettista Fabio Gelli, il sax altista Filiberto Palermini, il contrabbassista Alessandro Del Signore e il batterista Azeglio Izzizzari). Il senso di questa ardita operazione? Porsi al servizio della poesia (in lingua francese originale), dato che “Baudelaire, che conosce un perfetto classicismo, riesce a superarlo negli stilemi e nei contenuti e per questo rappresenta, secondo noi (P.Massero e G.Iacocucci, n.d.r.), la vera essenza dell’anima jazz”.

Forse ora Gearardo Iacoucci sarà davvero un’anima jazz; a me è sembrato importante parlare – anche a lungo, forse troppo – della sua musica, del suo essere artista e creatore aggregante, visto che mi sembra quanto di più importante ci abbia lasciato in eredità, oltre alle sue qualità umane. Musica in cui mi ha spesso coinvolto con il suo garbo, il suo entusiasmo, la sua schiettezza e la sua gentilezza.

Non posso che unirmi, infine, alle parole usate dal “suo” conservatorio per salutarlo: “La sua presenza è rimasta nel tempo parte viva della nostra comunità: una presenza fatta di musica, memoria, rigore professionale, generosità e sincera vicinanza umana. (…) Il Refice perde uno dei protagonisti della propria storia, ma custodirà per sempre il segno del suo insegnamento e della sua musica”.

Grazie, Gerardo.

N.B. Ecco un parziale elenco degli allievi/e del corso jazz al conservatorio “L.Refice” dal 1976 al 1996, di Gerardo Iacoucci: Giorgio Adamo, Maurizio Agamennone, Antonio Apuzzo. Massimo Bettazzi, Paolo Damiani, Riccardo Del Fra, Umberto Fiorentino, Ettore Gentile, Danilo Rea, Dario La Penna, Carla Marcotulli, Rita Marcotulli, Carlo Morena,  Giulia Salsone, Alfredo Santoloci, Teresa Spagnolo, Paolo Tombolesi, Mauro Zazzarini, Fabio Zeppetella.

Dovrebbero essersi diplomati, nello stesso conservatorio di Frosinone, con il Maestro Iacoucci: Aldo Bassi, Stefano Cantarano, Marvi La Spina, Andrea Pace, Daniele Palermini, Filiberto Palermini, Stefania Tallini.

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