Kris Davis, Robert Hurst, Johnathan Blake: il trio jazz del “futuro-presente” in concerto a Roma e Perugia

Kris Davis Trio il 10 luglio 2026 alla rassegna "Summertime", Parco della Casa del Jazz (Roma). Foto di Cristina Liani
Tempo di lettura: 4 minuti
Musica nuova per un jazz contemporaneo, senza nostalgie o passatismi

Cattive notizie per i detrattori del jazz e per i “retrotopisti”. Ci sono artisti contemporanei che producono un jazz pienamente e legittimamente  ambientato nel presente, il cui linguaggio si proietta in avanti, pur con solide radici nella lunga storia della musica afroamericana.

A dimostrazione di ciò i tre recital italiani (Roma 10 luglio, Summertime, ore 21; Perugia 11 luglio, Umbria Jazz, ore 12 e 15.30 in Sala Podiani) del Kris Davis trio. La pianista-compositrice 46enne – di origine e formazione canadese, da un quarto di secolo a New York – ha avuto al suo fianco, come accade da tempo, il contrabbassista Robert Hurst (sideman, tra l’altro, di Geri Allen, Kenny Kirkland e dei fratelli Marsalis) e il batterista Johnathan Blake, anch’egli molto ricercato come collaboratore da Kenny Barron a Dave Holland. Il suo terzo album per la Blue Note – “My Life Matters” – è stato proclamato “disco dell’anno internazionale” 2025 nel referendum Top Jazz della rivista “Musica Jazz”: rappresenta in questo decennio un jazz di alto spessore artistico e “militante”, come fu quello di Max Roach, Abbey Lincoln, Nina Simone e John Coltrane.

Il trio, pur se interprete per gran parte di brani della Davis, ha un’impostazione totalmente paritaria con apporti compositivi di ogni membro. Perché Davis, Hurst e Blake incarnano un jazz autenticamente contemporaneo? In primo luogo, vi si accennava, per un originale repertorio che non usa standard o brani di autori del passato ma propone nuove composizioni in cui si avvertono di sicuro influenze (Cecil Taylor, Lennie Tristano, Craig Taborn, Steve Coleman…) senza “posture” passatiste o mainstream.

Il gruppo ha, infatti, attinto all’apprezzato album del 2024 “Run the Gauntlet” (edito dalla Pyroclastic Records, etichetta fondata dalla pianista nel 2016) e al nuovo CD, in uscita il prossimo settembre: “Lost in Geneva”. Nel recital romano – nell’ampio parco della Casa del Jazz – il Kris Davis trio ha suonato, dal disco in uscita, i brani “Where Does That Tunnel Go”, “The Ballerina”, “The Bluesy Bird in Bob’s Backyard”, “Lost in Geneva” e “Clues”. All’album del ’24 appartengono “Little Footsteps”, “Heavy-Footed”, “Run the Gauntlet”. Come suonano, dove ci portano, che dimensione sonora creano?

Intanto ogni brano ha caratteristiche proprie: per esempio il pezzo d’apertura del recital,“Where Does That Tunnel Go”, lavora in modo insistente – a livello pianistico, tematico, ritmico e di gruppo – sulle note ribattute che ne sono il tratto distintivo. In “The Ballerina” il suono del pianoforte è stato modificato attraverso “oggetti” nella cordiera, con note stoppate e glissate, effetti di campana ed evocazioni di carillon. Quando – dopo questa sezione di esplorazione timbrica cui hanno partecipato attivamente contrabbasso e batteria – si è giunti alla parte tematica, un arpeggio misterioso e sospeso ha generato una melodia isocronica, per linee aeree ed intersecanti, quasi una trasposizione sonora di movimenti coreogradici. Ancora nel bis, firmato da Johnathan Blake (“Clues”), si è ascoltato un pezzo complesso e poliritmico che si è chiuso con un esplosivo solo di batteria, realizzato in crescendo e sulla base di una cellula tematico-ritmica ripetuta con varianti fino alla saturazione finale.

Sarebbe interessante analizzare ciascun pezzo ma per chi ci legge è probabilmente più utile evidenziare strategie compositivo/esecutive comuni e diffuse del trio. Intanto Kris Davis – venticinque album come leader e co-leader – è ai vertici della scena jazz da almeno una decina d’anni, anche se il suo primo album risale al 2003 (“Lifespan”). Tra le sue collaborazioni quelle con Terry Lyne Carrington, Dave Holland, Mary Halvorson, Julian Lage e Craig Taborn. Nel 2015 ha ricevuto un Doris Duke Impact Award e all’anno seguente (oltre alla creazione della sua etichetta discografica) risalgono l’esecuzione delle “Bagatelles” di John Zorn (in quartetto con la Halvorson, Drew Gress e Tyshawn Sorey) e l’album “Duopoly”, elogiato dal “The New York Times”. Dal 2019 la pianista collabora con il Berklee College of Music di Boston ed ha da pochi giorni vinto il referendum dei critici della rivista “Down Beat” per la categoria “pianista dell’anno 2025”, precedendo Sullivan Fortner e Kenny Barron.

Altro elemento, che emerge dal seminale album “Run the Gauntlet”, è il tributo a “sei straordinarie donne pianiste – Geri Allen, Carla Bley, Marilyn Crispell, Angelica Sanches, Sylvie Courvoisier e Renee Rosnes – che hanno profondamente segnato il mio percorso come pianista”. La Davis parla di strutture originali, di sfide (in quanto donne nel jazz) e di carriere contraddistinte da “grazia e forza”. Tutto ciò si ritrova nella sua musica e in quella del suo trio: poco appariscente come personaggio, Kris Davis ha in realtà una fortissima e magnetica personalità. I suoi brani sono costruiti per il trio e per i suoi musicisti, integrati a livello compositivo e performativo, con passaggi e momenti d’ensemble concordati. La sua scrittura, in genere, privilegia blocchi di cellule melodico-ritmiche che vengono ripetute e variate, con dinamiche variegatissime e un frequente lavoro su poliritmia, cambi di tempo e dimensione sonora.

Una musica cangiante, con parziali elementi di minimalismo e un forte apporto della linea pianistica Lennie Tristano-Cecil Taylor. La Davis è impegnata in un costante lavorìo di costruzione-destrutturazione-ricostruzione melodica, e il suo pianoforte è sempre tensivo, ricco di clusters e passaggi accordali; può essere, però, anche luminoso e bachiano, arioso e lirico. Tutto ciò in una costante ed efficacissima dialettica con contrabbasso e batteria che esaltano la ricerca timbrica e lo sviluppo solistico.

Musica e jazz nuovi, esaltanti e determinati nella loro ricerca fitta di echi quanto visionaria, dove il jazz perde le sue forme tradizionali ma mantiene un’essenza fatta di ricerca, sintesi, voce e ritmo.

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