“Tutta  vita”: dal vivo a Roma sia il documentario di Valentina Cenni che le musiche suonate da un “collettivo jazz” sui generis, guidato da Stefano Bollani

Dettaglio dell'album "Tutta vita live" a nome Stefano Bollani All Stars (prodotto da Alobar e distribuito da Ponderosa)
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Intervista con Cenni e Bollani (realizzata ad ottobre 2025) pubblicata in versione integrale in vista dell’appuntamento del 29 giugno (ore 20.00) alla Sala Santa Cecilia del romano Parco della Musica, per un suggestivo doppio appuntamento con “Tutta vita”: film e live concert

 “Tutta vita”, il primo documentario di Valentina Cenni, è stato presentato nel novembre 2025 alla Festa del Cinema di Roma (sezione Freestyle). L’occasione per realizzarlo è stata la residenza creativa a Palazzo Lantieri (Gorizia) di un qualificato gruppo di jazzisti italiani, in preparazione del concerto al Politeama Rossetti di Trieste (17 febbraio 2025). L’evento, dal forte carattere simbolico e dalla valenza unificante in un’area di passati conflitti, ha avuto il nome di “Ponte a NordEst” e, per la prima volta, ha visto suonare insieme Stefano Bollani, Enrico Rava, Paolo Fresu, Antonello Salis, Daniele Sepe, Roberto Gatto, Ares Tavolazzi, Matteo Mancuso, Christian Mascetta e Frida Bollani Magoni.

Alcuni mesi dopo il film (regia della Cenni, fotografia di Luca Bigazzi, montaggio di Stefano Mariotti, produzione Alobar, distribuzione Lucky Red) è stato proposto nelle sale ed è stato realizzato anche l’album “Tutta vita” con le musiche (prodotto sempre da Alobar, distribuito da Ponderosa).

Il 29 giugno alla Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone c’è la possibilità di assistere alla visione del film-documentario “Tutta vita” e, poi, di sentir suonare dal vivo i dieci musicisti che ne sono protagonisti (concerto nell’ambito delle rassegne “Summetime 2026” e “Roma Summer Fest 2026”; ci saranno altre date tra cui Perugia, per “Umbria Jazz” e Milano).

Per l’occasione vi riproponiamo – in versione integrale – l’intervista con Valentina Cenni e Stefano Bollani, che ringraziamo ancora, realizzata e pubblicata su “il manifesto” il 1° novembre 2025.

Una domanda che mi sono posto vedendo il documentario è se l’esigenza di dare spazio e visibilità a questa filosofia del jazz, tutto sommato, sia precedente alla circostanza della residenza oppure no?

(Valentina Cenni). Sì, perché la residenza è arrivata proprio grazie alla decisione di fare questo documentario. Sono affascinatissima da questi musicisti jazz perché hanno un modo di vivere la musica che, per me, è veramente molto saggio, cioè che se noi esseri umani vivessimo la vita come loro vivono la musica il mondo sarebbe sicuramente migliore. Perché il loro approccio alla musica per me è sconvolgente, perché c’è questo ascolto autentico e continuo, questo stare nel presente radicati e senza, quindi, preoccuparsi sempre del passato o di un futuro. Il fatto che non ci siano delle vere e proprie gerarchie ma che tutti sono aperti al confronto continuamente.

Enrico Rava, all’interno del film ad un certo punto, parla dei musicisti di jazz come di una democrazia perfetta, dove tutti si ascoltano, non c’è ego, ognuno ci mette il suo e sempre per produrre bellezza, per produrre armonia.

Ho creato questa residenza creativa chiamando, insieme all’aiuto di Stefano, alcuni fra i più grandi musicisti di jazz italiani, anche di diversa età, perché mi interessava anche questo. Nel jazz puoi avere ventuno anni come ottantacinque, metti insieme queste due persone e comunicano in un modo molto semplice, molto diretto, senza, appunto, gerarchie: l’età non esiste più nel jazz… E per questo mi piaceva l’idea di vederli tutti insieme, proprio per assistere al processo di creazione.

In effetti il loro processo di creazione è speciale, perché non provano tantissimo. Infatti anche nel documentario, c’è sì tanta musica ma ci sono poche prove perché la loro è più una voglia di stare insieme e, quindi, di confrontarsi, di scherzare, di vivere. Per questo si chiama “Tutta vita” e non “Tutta musica”. Vita e musica coincidono appieno.

Stefano Bollani, tu quanto sei stato coinvolto?

(Stefano Bollani) Sono molto nel ruolo che ho, dovevo fare il “primus inter pares”, un ruolo che mi piace molto perché a me quello che piace del jazz è – come ha detto Valentina – che non c’è una gerarchia precisa, per cui io, in teoria, sono quello che gestisce il concerto, e si capisce dal fatto che lo presento, alla fine, ma nella realtà sto assemblando quello che accade e che può cambiare in qualsiasi momento. In questo senso è una democrazia, dovrebbe almeno avere una parvenza di quello che stiamo dicendo: c’è qualcuno che gestisce il gruppo, la comunità, ma è sempre pronto a cambiare rotta se c’è un’idea migliore. Che può anche essere l’idea di uno solo, non di una maggioranza. 

Avevi con te anche un paio di outsider niente male. Uno è Antonello Salis, e ben lo conosci, e l’altro Daniele Sepe che non so quanto conosci…

(S.Bollani) Negli ultimi anni l’ho frequentato molto di più. Abbiamo suonato insieme in “Napoli trip” (un alkbum del pian ista del 2016, n.d.r.) e da allora devo dire che ci siamo visti e frequentati spesso.

Salis e Sepe hanno fatto i “pirati”, come sempre sono. Durante le riprese per il documentario ci sono anche delle tue domande, non tantissime. Una sull’improvvisazione, un’altra su come nasce l’ispirazione, su come – per esempio – Salis si rapportava alla fisarmonica. Queste domande tu le hai preparate immaginando una sorta di “storyboard” oppure sono scaturite proprio dall’esperienza di vivere con loro?

(V.Cenni) Sicuramente io sono talmente interessata al loro modo di vivere questa musica che mi ero preparata tutta una grande struttura. Poi, in verità, alla fine è stato tutto molto jazz anche per me: mi sono proprio lasciata andare, ho lasciato che accadessero delle cose. Questo è stato interessante, quindi non c’è tutto quello che avevo in mente ma c’è quello che è successo, quello che proprio mi hanno regalato e sono contenta, perché è venuto fuori proprio, secondo me, alla fine un film sulla libertà, sulla musica – perché parla di musica, c’è tanta musica – però è sulla libertà anche di essere ciò che si è. Loro sono dieci musicisti, dieci artisti incredibili anche perché non hanno paura di essere quello che sono; credo che siano molto ribelli in questo, molto anarchici. Cioè non hanno mai seguito la strada degli altri ma sempre la loro, e quindi questo è molto raro e fa di te un grande artista. Non hai paura delle tue scelte, sei esattamente quello che sei.

C’erano anche dei giovanissimi, che magari hanno meno esperienza. Frida Bollani ad un certo punto dice “Io qui mi sento piccolina non perché sono grandi ma perché hanno tanta più esperienza di me”.

(V.Cenni) Sì, anche se – ad esempio – Frida ha una saggezza musicale “centenaria”, anche se ha solo ventuno anni, una maturità musicale veramente significativa. È stato interessante per me vedere come questi giovani ragazzi potessero così interfacciarsi agli altri. E come un po’ immaginavo: in effetti tutto è stato molto semplice tra di loro, non esisteva più l’età. Frida insieme ad Enrico, ma anche Matteo Mancuso e Christian Mascetta insieme agli altri: hanno subito fatto gruppo, subito fatto comunità.

Penso che sia stato facile, anche perché i meno giovani sono stati giovani e nel mondo del jazz ognuno viene, tra virgolette, aiutato.

(S.Bollani) Per me è stata un’esperienza meravigliosa il fatto di reincontrarsi, stare tutti assieme e devo dire che, io per primo, sono stupito del fatto che tutti si sono dimenticati la telecamera. Questo grazie all’atmosfera che ha creato Valentina, perché c’era gente lì dentro che non è abituata alla telecamera. Ci sono i “timidoni”, ci sono i ragazzi giovani, ci sono anche le vecchie volpi. Io sono abituato alla telecamera ma anche Paolo Fresu è abituato, anche Enrico (Rava). Quindi potevano esserci reazioni molto diverse. E invece tutti quanti si sono dimenticati della telecamera subito, anche quando invece ce l’avevano puntata addosso e Valentina faceva delle domande.

Sono stati tutti molto accolti dal suo calore. Sì, perché lei aveva veramente voglia di sapere e questo fa la differenza. Tu dirai, chiunque fa un documentario vuol sapere ma non è detto. Ci sono mille motivi per farlo: lei era davvero incuriosita dalle nostre risposte.  

Valentina Cenni, tu hai già realizzato un cortometraggio e sei stata anche attrice. Queste esperienze precedenti quanto ti sono state utili per l’esperienza documentaristica di “Tutta vita”?

(V.Cenni) Diciamo tantissimo. Come attrice, in quanto so quanto sia difficile stare davanti alla macchina da presa.

Fare il cortometraggio è stata la mia prima esperienza come regista e, quindi, è stata molto utile ma soprattutto è stata molto utile la vita, nel senso che ogni esperienza che ho fatto mi ha portato ad essere pronta a raccontare questa storia. E adesso dopo averli visti, dopo esser stata con loro e aver passato mesi a montare, a preparare il tutto ho ancora più voglia di vivere, proprio mi hanno fatto venire la voglia di ammirare, di contemplare, di mettermi in gioco sempre.

Quanto ha contato, sicuramente molto, il montaggio e quanta differenza c’è tra il girato e il montato?

(V.Cenni) Abbiamo girato tanto, nel senso che loro sono veramente molto generosi ed io non mi volevo perdere nemmeno un attimo, perché erano talmente belli, talmente spontanei, talmente densi, sempre ed in ogni istante che gli stavo sempre appresso. Dopo è stato complesso. Per fortuna ho avuto la collaborazione di persone molto brave: Stefano Mariotti che è un grande montatore del cinema italiano d’autore, ha lavorato tanto con Marco Bellocchio, l’ultimo film di Cristina Comencini… è ben strutturato ed è stato interessante trovare un filo del racconto a posteriori. Poi ho avuto Luca Bigazzi alla fotografia.

Sono stata veramente circondata da persone care e anche molto appassionate, eravamo tutti ammirati dalla maestria ma anche da questa libertà di mostrarsi, di scherzare, di dire qualsiasi cosa; quindi, insomma, è stato interessante. Però è stato complesso scegliere, erano tutti talmente interessanti che realizzare sessanta ore di girato, e poi prenderne un’ora ed un quarto è stato un bel lavoro di sintesi. Ma il lavoro di sintesi è sempre interessante nella vita. 

Che tipo di circolazione si immagina: sale oppure piattaforme…

(V.Cenni) Si immagina la distribuzione nelle sale cinematografiche e, dopo, in streaming o piattaforme. Ci piacerebbe proprio che la gente potesse vederlo al cinema, su grande schermo.

(S.Bollani) Speriamo che lo veda più gente possibile, perché è molto raro avere  un documentario in cui non solo uno si riconosce ma riconosce  l’atmosfera. Cioè questo documentario restituisce l’atmosfera, sessanta ore di girato ed io so che lo restituisce. È molto raro che accade e che si faccia con musicisti che, di solito, sono tanto “carini” ma, poi, di fronte al fatto di parlare di sé stessi diventano ingessati. Invece in questo documentario – incredibilmente, non solo nel montato di Valentina ma anche nelle altre cinquantanove ore – non parliamo di noi stessi. Lei è riuscita a fare in modo che l’argomento fosse un po’ più alto: anche se scherziamo  è raro che uno dica “Ieri ho fatto un concerto in cui…”, che poi è una cosa che i musicisti fanno spesso, quando non si vedono da un bel po’.

Nessuno parla di sé stesso, tutto è in relazione a questa bella idea di dire: “Guardate la comunità dei musicisti jazz che potrebbe essere un bell’esempio”.

(V.Cenni) E poi la cosa interessante di lavorare con Stefano Mariotti, questo montatore di cinema d’autore, è che lui non aveva quasi mai fatto un documentario  e, quindi, abbiamo proprio lavorato in un modo personale, appunto, anarchico. Per questo spero che venga fuori questo racconto visto in un modo originale, jazz, che non segue una strada prestabilita ma si lascia andare.

(S.Bollani) La cosa bella è che anche la confezione è proprio jazz. La realizzazione che ha fatto lei – e questo è bello perché il documentario, ahimè, ha altre regole ed altre pretese che non sono quelle dei musicisti di jazz. Invece questo mi sembra li rispecchi.

Io l’ho trovato molto fluido e di solito la fluidità come qualità musicale funziona bene. E mi sono piaciuti vari particolari, anche piccolissime cose: quando voi entrate in scena e tu chiami Enrico ‘Jack’, che è una cosa vostra, evidentemente; oppure Roberto Gatto che abbraccia Enrico Rava nel backstage. Per me che seguo il jazz da quarant’anni e che conosco abbastanza bene un po’ tutti, ho trovato anche degli aspetti umani che sulla scena possono non accadere. Questo girato di backstage, di prove è molto interessante non solo da un punto di vista musicale ma anche da un punto di vista sentimentale ed antropologico.

(S.Bollani) Guarda io lo trovo davvero commovente però capisco che sono troppo coinvolto in questo senso, lo trovo commovente perché è stato detto anche da altri. Enrico Rava, per fare un esempio, come immagine all’esterno non ha la dolcezza, l’autoironia che viene dal documentario… Mentre conosciamo la sua intelligenza e la sua autorevolezza e serietà, mi sembra molto dolce qua e questo mi sembra un gran servizio che Valentina fa ai musicisti.

Diventa anche un ritratto completo di personaggi anche complessi come Antonello Salis, che non è uno che ama molto parlare. Infatti alla tua domanda risponde suonando. Comincia a parlare e poi, a frase iniziata, suona.  

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