Una partenza bruciante, quella della rassegna “Summer Time” nel parco della romana Casa del Jazz. La manifestazione (13 giugno – 7 agosto) è organizzata dalla Fondazione Musica per Roma con alle spalle il comune capitolino e sponsor vari (dalla Banca del Fucino a Trenitalia); direttore artistico è Luciano Linzi mentre media partner Radio Dimensione Suono.
Partenza bruciante, si diceva, dato che quelle del 13 e 14 luglio sono state due serate da “tutto esaurito”, con un pubblico folto, appassionato, partecipe e complice. Si parte dal secondo appuntamento (ore 21), dal recital intitolato “Due romani particolari, omaggio ad Ettore Scola ed Armando Triovajoli” di cui è stato protagonista il gruppo Doctor 3: il pianista Danilo Rea, il contrabbassista Enzo Pietropaoli e il batterista Fabrizio Sferra.
La serata rientra nelle manifestazioni che il comune di Roma sta tenendo nel decennale della scomparsa del regista Ettore Scola, figura di assoluto primo piano nel cinema italiano fin dagli anni ’60 del secolo scorso. Nell’ambito delle celebrazioni, l’assessore alla cultura del comune di Roma Massimiliano Smeriglio ha proposto l’idea di eseguire – dal vivo e con proiezione di spezzoni cinematografici – le colonne sonore dei film di Scola, in gran parte scritte dall’amico Armando Trovajoli (presenti alla serata anche la signora Maria Paola Trovajoli e il figlio Giorgio). Al grande compositore, si rammenti, è intitolato l’auditorium della Casa del Jazz, struttura che dal 2018 fa parte della Fondazione Musica per Roma e che, dal 2022, è uno dei sette “Centri di Produzione Musica” dedicato – a livello nazionale – al jazz e alla contemporanea.
Come ha ricordato dal palcoscenico del “Summer Time” la figlia Silvia, Scola e Trovajoli erano uomini impegnati politicamente ma pieni di gioia di vivere. Il loro rapporto professionale ed umano era stretto: il regista coinvolgeva il compositore fin dall’elaborazione del soggetto e il rapporto (biunivoco) che si creava tra immagini e note, tra narrazione filmica e musica era davvero profondo e illuminante. La colonna sonora diveniva, così, intrinsecamente connessa alla pellicola.
Complesso, pertanto, il lavoro per Rea, Pietropaoli e Sferra. Il loro set si è articolato su nove spezzoni di altrettanti film, disposti non in ordine cronologico e nell’arco di un ventennio (1968-1988). Sulle immagini il trio ha proposto per ogni film un tema caratterizzante del soundtrack, in un’esecuzione cameristico-jazzistica rispettosa della melodia e del ‘clima sonoro’ creato da Trovajoli; nello svolgersi della performance, spesso quando gli spezzoni si esaurivano, Doctor 3 ha usato varie strategie.
Talvolta la semplice riesposizione del tema cinematografico, dopo alcune improvvisazioni, chiudeva il “movimento”. In altri casi le armonie e le melodie del medesimo suggerivano associazioni-variazioni confluenti in altri brani, cifra peraltro distintiva della poetica del trio. In “C’eravamo tanto amati” (1974, uno dei capolavori di Scola) la musica della colonna sonora, con la sua malinconia, è sfociata in una originalissima e magistrale versione di “Bella ciao”, in un picco di creatività e tensione davvero notevole ed emozionante.
Procedimento simile si è riscontrato in “Una giornata particolare” (1977, film indimenticabile sull’incontro di due solitudini), con il tema dolente di Trovajoli che è trasformato in una “Autumn Leaves” evocata, anticipata ed esposta con tocchi magistrali dal trio, cui è seguita una figurazione ritmica sferzante.
Per “Brutti, sporchi e cattivi” (1976, definito una “cinica commedia”, dal critico cinematografico Gianni Canova) il tema del film è stato fin da subito miscelato con “Come Together” di Lennon-McCartney, cui si è aggiunto un Rea nella inedita versione di cantante in romanesco.
Doctor 3 ha, con tali strategie, raggiunto vari risultati: rispettare il fine del recital, valorizzando le musiche nella relazione (visibile e immediata) con le immagini; sviluppare e interpretare i temi di Trovajoli – peraltro jazzista nella formazione e nella carriera – nella dialettica di un trio jazz di livello stellare. Le dinamiche, i crescendo, i picchi espressivi, le incursioni stilistiche, le variazioni innumerevoli tessute da pianoforte, contrabbasso e batteria (suonata con spazzole o bacchette) hanno creato un’atmosfera di grande spessore espressivo e creativo, con il pubblico che cantava i temi e interveniva spesso con applausi nei passaggi più riusciti e tensivi.
Del resto (ri)vedere concentrati in un’ora e mezza e rivivere emotivamente (oltre alle pellicole citate) “Dramma della gelosia, tutti i particolari in cronaca” (1969), “Permette? Rocco Papaleo” (1971), “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?” (1968), “Il commissario Pepe” (1969), “Splendor” (1988) e “La famiglia” (1987) ha consentito una panoramica dell’arte registica di Ettore Scola, animato da sincera coscienza civile, e della sua “non comune capacità di cogliere sul nascere le trasformazioni del costume” (G.Canova). Decenni di storia italiana che hanno lasciato il loro segno.
Nei tre brani concessi come bis una struggente “Roma nun fa’ la stupida stasera”.
L’apertura della rassegna “Summer Time” (13 giugno) ha subito registrato il “tutto esaurito”, con qualche disagio per parcheggi e viabilità, a causa di numerosi lavori stradali nell’area della Casa del Jazz. Si è riunito, a distanza di sette anni, il trio PAF, nato nel 1995 – su idea del critico e organizzatore Alberto Bazzurro – dalla convergenza degli ottoni (più elettronica) di Paolo Fresu, del piano (percussioni e fisarmonica) di Antonello Salis e del contrabbasso di Furio Di Castri. Il trio si esibirà quest’estate, oltreché a Roma, il 27 giugno a Verona, il 14 luglio a Padova e il 5 agosto a Follonica.
In realtà il trio venne fuori come un’estensione del duo tra Fresu e Di Castri, che iniziò nel 1988, ebbe vari ospiti, fece alcune registrazioni e rappresentò per il trombettista un’importante variante rispetto al quintetto italiano, una sorta di trampolino di lancio per nuove esperienze ed incontri. Nel tempo PAF ha mantenuto e maturato il suo carattere ora aggressivo ora intimista, con sonorità espressioniste e sperimentali che si alternano a riuscite fusioni timbriche.
C’era, quindi, attesa per la rinnovata scommessa dell’incontro di tre grandi personalità. Il trio ha pescato nel proprio repertorio ma i pezzi sono stati declinati e trasformati sotto vari aspetti, confermando il carattere di laboratorio continuo dell’organico e il condensarsi in tempo reale di un’intesa che ha nel contrabbasso di Furio Di Castri il punto di equilibrio. Il pianismo di Salis è sempre smagliante nella sua estroversa energia, nell’uso di oggetti nella cordiera e nella vera e propria dimensione performativo/percussiva di Antonello, cui unisce l’uso vigoroso e incalzante della fisarmonica, talvolta doppiata dal fischio. Fresu, dal canto suo, predilige il flicorno e usa l’elettronica per cambiamenti timbrici di rilievo o per pausate pennellate di colore; la tromba appare nei momenti più introspettivi (la bellissima ballad di Salis dedicata al figlio, “Lester” o nell’incantevole, e a tempo lentissimo, suo brano “Fellini”).
In definitiva il recital è riuscito soprattutto nel suo essere trasgressivo quanto fruibile, giocoso e serio, dentro e fuori il linguaggio del jazz: un effervescente, empatico, umanissimo incontro di personalità che ben si conoscono ma che sanno sorprendere e sorprendersi. Ecco, così, susseguirsi – oltre ad alcuni brani opera di Di Castri – “Next Stop” e “Nogales” del pianista, “Another Road to Timbuctu” e “South Shout Mouth” del trombettista, per concludere alternando l’incantata magia sonora di “Fellini” con la travolgente ed euforica “Paparazzi”.
Scrivevo più di vent’anni fa (nel mio libro “Paolo Fresu Talkabout. Biografia a due voci”, Stampa Alternativa 2006) “P.A.F. corre sempre sul filo di un equilibrio che ha del miracoloso e genera una musica naturalmente agonistica, passionale che stordisce ed incanta, difficile da riprodurre in studio di incisione”. Senza rifare se stessi, arricchiti dalle esperienze e dalla vita, mi sembra che Paolo Antonello e Furio giochino con profonda leggerezza una partita rimasta aperta, fertile, creativa.
