La sera del 22 giugno la rassegna Summer Time, nel parco della capitolina Casa del Jazz, intendeva rendere omaggio a Massimo Urbani con la proiezione del documentario di Paolo Colangeli “Easy to Love, la vera storia di Massimo Urbani” (2025, 62 minuti, produzione Mediamediterranea in collaborazione con Rai Documentari), la testimonianza di Giovanni Tommaso e il concerto di un folto gruppo di giovani musicisti con la partecipazione di Maurizio Urbani, sassofonista e fratello di Massimo.
Purtroppo Maurizio “valente sassofonista tenore è improvvisamente deceduto venerdì 19 giugno. In accordo con la famiglia – riporta il comunicato on line della Casa del Jazz – la serata avrà comunque luogo e diventerà un tributo ad entrambi i talentuosi fratelli”.
Sul palco Simone Alessandrini, Vittorio Cuculo e Gabriel Marciano (sax alto), Vittorio Solimene e Claudio Colasazza (pianoforte), Enrico Mianulli (contrabbasso) e Gegè Munari (batteria).
Qui sotto si possono leggere due ampie interviste al regista Colangeli e allo sceneggiatore Paolo Fazzini, comparse in forma sintetica sul “il manifesto” nell’ottobre scorso.
Intervista al regista Paolo Colangeli
”Easy to Love. La vera storia di Massimo Urbani” porta a compimento un lavoro da lei iniziato nel 1992 e interrotto tragicamente con la morte del sassofonista (1993). Ci vuole spiegare i legami tra le riprese del 1992 e il documentario del 2025 che venne presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma?
Credo che il legame sia quello che ci pone di fronte agli altri. Le riprese del ’92 erano focalizzate a descrivere un grande artista, Massimo Urbani, e il suo stile “espressionista” nel quale in qualche modo mi sentivo rispecchiato. Poi la sua morte ha comportato per me un dolore, che mi ha sorpreso, come del resto mi ha sorpreso innanzitutto la sua morte, perché pensavo che con l’arrivo di un figlio si sarebbe in qualche modo raddrizzato. Invece no.
In tutti questi anni che sono passati ho riflettuto tante volte sul significato della storia, e alla fine ho capito che era tutto nei conflitti e nelle domande che lasciava aperte sul piano umano. Per questo ho cercato il figlio e ho ricucito con lui il senso di quello che rimane.
All’interno del documentario si esplora infatti, tra le varie tematiche, il rapporto tra padre e figlio, tra Massimo Urbani e Massimo Amadori. Che importanza ha per lei?
Tra tutti i rapporti che si vivono nell’arco di una vita, quello genitoriale, e quello filiale, sono certamente i più profondi. Non si tratta solo di emozioni ma di tutto quello che abbiamo radicato nel profondo: viviamo in una silenziosa linea diretta che si trasmette da genitori a figli. Spesso non ci accorgiamo di essere in questo tracciato per tutta la vita, magari perché viviamo in contesti apparentemente molto lontani. Generalmente ci accorgiamo di questi profondi rapporti proprio quando vengono meno, con le separazioni e le morti.
Quindi assistere alla storia di un figlio alla ricerca del padre mai conosciuto, mi è sembrata una missione molto interessante.
In “Easy to Love” lei preferisce ad uno svolgimento lineare (cronologico) l’alternarsi di tempi, tra presente e passato. Ciò vale per la “ricerca-scoperta” del padre da parte di Massimo Amadori ma anche come “ritratto indiretto” del jazz italiano di ieri e di oggi e, forse, della nostra società?
Certo questa non è più la storia di un grande musicista, ma la storia del suo recupero da parte del figlio. Il tempo binario di queste due vite si intreccia in una linea narrativa densissima, che possiamo definire di amore.
Il commento sensibile di questa verità dei sentimenti è nella colonna sonora fatta da grandi musicisti di jazz, e soprattutto dalla serie dei blues nella fabbrica abbandonata di Massimo Urbani stesso.
La società è cambiata tanto, certamente, ma una grande musica rimane sempre tale.
Lei è produttore e regista indipendente, impegnato in documentari, docufiction, serie. Si è occupato di mafia e criminalità, giovani e scuola, società e cultura. Ha attualmente in distribuzione il docufilm “la Malavita”. Che posto occupa “Easy to Love” nella sua personale filmografia?
Lo stesso approccio di ricerca dei conflitti e dei sentimenti umani. Questo è l’approccio con cui ho lavorato sulle mafie, non a caso ho fatto dei documentari sulle donne di mafia: cioè non è l’aspetto criminale in se, che mi interessava, ma i conflitti e le parabole di vite umane che attraversano questi territori.
La ricerca del dramma umano in territori sociali così estremi rende tutta la fragranza della vita. Mia Nonna Ines diceva sempre che la realtà è più sorprendente della fantasia. Questo è il privilegio di noi documentaristi. Peccato solo che in Italia il documentario non sia riconosciuto, in Italia si investe un decimo di quello che investono i francesi. Eppure il cinema è nato come documentario, poi è arrivata la fiction.
Intervista al cosceneggiatore Paolo Fazzini
Lei, nel documentario “Easy to Love”, figura come co-sceneggiatore e (nei credits) “autore del trattamento”. Ci spiega, in concreto, quale è stato il suo ruolo nella realizzazione del documentario prodotto da Mediamediterranea?
Essere sceneggiatore di un documentario significa molto più che scrivere: vuol dire affiancare il regista in ogni fase del percorso creativo. Dall’ideazione della struttura narrativa alla scelta del cast, dalla scrittura del trattamento ai primi contatti con i protagonisti, fino alle riprese e al montaggio. È un lavoro di ascolto, intuizione e costruzione, passo dopo passo, insieme.
Anche in questo caso, per me è andata così. Paolo Colangeli mi ha parlato di quest’idea quando era qualcosa che stava appena prendendo forma. E subito ho sentito che poteva nascere qualcosa di importante. Mi ero già occupato di documentari sul jazz, e sono un ascoltatore attento, curioso, profondamente coinvolto da questa musica. Così la collaborazione è nata in modo naturale, quasi inevitabile.
Ci siamo messi in cammino insieme, mossi dalla stessa passione e dallo stesso desiderio: raccontare non solo la musica di Massimo Urbani, ma anche la sua anima, il suo mondo, le sue ferite e la sua luce.
Riprendendo in “Easy to Love” i fili della memoria di Massimo Urbani nel documentario, quali sono stati secondo lei gli incontri più significativi con i jazzisti e perché?
Tutti i musicisti coinvolti sono stati fondamentali per ricostruire la carriera e la figura artistica di Massimo Urbani. Enrico Rava, con la sua autorevolezza e la profondità del suo sguardo musicale, ha offerto una lettura intensa e rispettosa del talento di Urbani. Paolo Fresu ha riportato alla luce i ricordi delle tournée condivise, intrecciando aneddoti carichi di umanità e passione. Le sorelle Marcotulli (Carla e Rita), amiche di Massimo fin da giovanissime, hanno saputo restituire il lato più intimo e personale del loro rapporto, fatto di affetto sincero e di musica vissuta insieme. Stefano Di Battista, che in Urbani ha trovato un maestro e un faro, ha raccontato con emozione quanto la sua figura sia stata decisiva per la sua formazione.
Ma altrettanto significativi sono stati gli incontri con i suoi compagni di strada, gli amici di sempre, tutti provenienti da Monte Mario, il quartiere romano dove tutto è cominciato. È lì, tra le strade, le case e i sogni di periferia, che Massimo ha trovato la sua prima voce, la sua prima ribellione, il suo primo pubblico. È lì che la sua storia ha preso forma. E sono stati proprio loro, i suoi amici di infanzia, a restituirci con autenticità e amore il ritratto più vero di Urbani: quello di un genio fragile, irrequieto, ma profondamente legato alle sue radici.
La storia del sassofonista – una sorta di road-movie – viene inquadrata in una narrazione, in un viaggio riscoperta. Vorrei sapere se tale scelta è nata in sede di regia-sceneggiatura e in che modo sia stata condivisa da Massimo Amadori e dalla madre Valentina, che hanno un ruolo fondamentale nel documentario.
L’impostazione on the road era presente sin dall’idea iniziale di Colangeli, ma in scrittura abbiamo lavorato a lungo per rendere credibili e significativi gli incontri di Massimo Amadori, il figlio di Urbani, nel suo percorso di ricostruzione della storia del padre. Abbiamo esplorato diverse possibilità narrative, anche perché il viaggio doveva intrecciarsi con i filmati del 1992 in cui Urbani, ancora in vita, parlava di sé. Inoltre preziose erano le dichiarazioni di Valentina che diventano una sorta di mappa che è di aiuto al figlio per compiere il proprio viaggio. È stato un processo creativo lungo e articolato, che ha subito ulteriori modifiche in fase di montaggio, con l’inserimento della voce fuori campo di Amadori.
Abbiamo sempre inseguito l’idea di costruire un viaggio non solo nella memoria di un padre mai conosciuto, ma anche nell’accettazione e nel perdono, alla ricerca di un legame che, pur distante, non si è mai spezzato.
Il regista Paolo Colangeli ha scritto che “il discorso musicale è importante ma deve trascendere i tecnicismi per i soliti appassionati di jazz: la musica è il contenitore delle emozioni del documentario, ma il vero nucleo della narrazione è la vita di uno degli ultimi artisti maledetti di romantica tradizione (…)”. Nel suo ruolo come ha concretamente contribuito a tale visione? Ritiene che possa arrivare ad un pubblico giovane e, magari, non appassionato di jazz?
Ogni volta che affronto la realizzazione di un documentario, cerco di restare il più fedele possibile alla verità vissuta dal protagonista, ma con l’obiettivo di trasformare quella storia in qualcosa di universale, capace di parlare a tutti. In Easy to Love dovevamo raccontare la vita straordinaria di Massimo Urbani, un grande musicista, ma volevamo anche far emergere con forza la ricerca profonda e toccante di un figlio verso un padre mai conosciuto.
Credo che il compito di chi racconta sia proprio questo: individuare gli elementi più umani e universali all’interno di ogni vicenda, perché è lì che nasce l’interesse autentico. E quando lo spettatore si avvicina a una storia, magari lontana dalla propria esperienza, e inizia a sentirla vicina, allora si apre a mondi nuovi. Questo, per me, è il vero senso del fare documentari: offrire la possibilità di entrare in realtà sconosciute e, forse, uscirne un po’ cambiati. copyright “il manifesto” 2025
