Il nuovo appuntamento con la neonata “CDJO – Casa del Jazz Orchestra” è il 22 e 23 maggio (ore 19.30), per il recital “Benny Goodman, the Golden Age of Swing”, dedicato al repertorio del più celebrato bandleader della Swing Era.
Segnatevi ora e data perché la big band – guidata dalla mano esperta di Mario Corvini (trombonista, arrangiatore, direttore) – ha debuttato con merito il 24-25 aprile scorso, alla Casa del Jazz, con un concerto-tributo ad Ellington (“Echoes of Duke Ellington”).
In un paese dove le orchestre jazz sostenute da istituzioni scarseggiano (ne ha argomentato in modo approfondito Alceste Ayroldi nel volume “The Big Band Theory”, minimum fax in collaborazione con la Fondazione Orchestra Jazz Siciliana – The Brass Group), la nascita di una nuova big band va festeggiata. In primo luogo perché si tratta di una “orchestra residente” della Casa del Jazz, in quanto produzione originale del Centro di Produzione Musica Jazz della Fondazione Musica per Roma. In un certo senso, poi, il suo avvio completa un percorso/processo della Fondazione che vede altri progetti orchestrali qualificanti – didattici, formativi e professionali – quali la Jazz Campus Orchestra (nelle sue articolazioni) guidata-animata da Massimo Nunzi e rivolta alla fascia di età 8-18 anni, cui si unisce la Orchestra Nazionale Jazz Giovani Talenti ideata e condotta da Paolo Damiani(dal 2013) che con i suoi cicli triennali sta valorizzando un numero significativo di nuovi e originali jazzisti/e di recenti generazioni.
“Sono molto contento – ha dichiarato Mario Corvini – di essere Direttore Musicale della neonata Casa del Jazz Orchestra, CDJO, una carica che voglio onorare con la mia esperienza e il mio entusiasmo. Sono lieto che la Casa del Jazz, luogo simbolo del jazz romano e internazionale, abbia un’orchestra residente. E spero che altre realtà vorranno seguire il suo esempio. Un’orchestra residente è affine all’idea di tradizione, ma anche di sperimentazione e innovazione, all’idea di sinergia così cara a musicisti, compositori, arrangiatori e direttori”. Sono affermazioni di peso, dette da chi ha in prima persona partecipato all’importante stagione della Parco della Musica Jazz Orchestra (2005-2010), diretta con forte personalità da Maurizio Giammarco, e che poi ha lungamente scommesso sui giovani dando vita nell’ottobre 2012 alla New Talents Jazz Orchestra, grande palestra di idee, progetti e talenti guidata da Mario Corvini.
Tradizione e innovazione-sperimentazione, si diceva. Per ora sono annunciati altri omaggi a bandleader/compositori quali Thad Jones e Bob Brookmeyer e, la data è certa, il 17 luglio – nella rassegna Summer Time, nel parco della Casa del Jazz – la CDJO con Fabrizio Bosso eseguirà “Sketches of Spain” di Miles Davis e Gil Evans (nel centenario della nascita davisiana).
Il recital di debutto ellingtoniano (ho assistito al concerto del 24 aprile) ha visto una buona affluenza di pubblico – orario pomeridiano, giorno prefestivo – e si è mosso tra molti brani (dodici nel complesso) e le introduzioni parlate del leader che, alla fine, ha ringraziato il pubblico per il caloroso sostegno come le istituzioni (Roberto Catucci, Fondazione Musica per Roma; Luciano Linzi, Casa del Jazz) e i fonici (in particolare Ascanio Cusella). Corvini ha saputo, nei suoi interventi illustrativi in merito al repertorio proposto, unire divulgazione a curiosità, dati musicali ad aneddoti; narrazione, quindi, che si è unita al “racconto sonoro” dipanatosi, in ordine non cronologico, tra la grintosa e swingante “Rockin’ in Rhythm” (del 1931, originata da un riff al sax baritono di Harry Carney, sviluppato da Duke) e l’iperscandita ed orientaleggiante “Blue Pepper” (dalla “Far East Suite” del 1967).
Il filo sonoro che lega i brani di una scaletta nasce dall’alternarsi delle atmosfere e dei tempi, dalle caratteristiche degli arrangiamenti e dei solisti utilizzati, da una sorta di partitura interiore che unisce – per similitudine e/o contrasto – differenti brani. Si è partiti, quindi, da una vera e propria sigla, come a lungo è stata, “Take the ‘A’ Train” (brano del 1938 di Billy Strayhorn) per passare ad un ritratto sonoro-ambientale riuscitissimo come “Echoes of Harlem” (1936), con il suo ostinato di piano in Fam e la complessa linea per la sezione sax. Sferzanti le esecuzioni successive di “Rockin’ in Rhythm” e “Blue Pepper” per giungere alla atmosfera misteriosa e inquieta della colonna sonora di “Anathomy of a Murder” di Otto Preminger, soundtrack che Ellington compose nel 1959.
Il virtuosistico “Concert for Cootie” (1940) è stato occasione per mettere in luce il trombettista Vittorio Iavarone come per ricordare, a parole, la classe di Cat Anderson, quella di Oscar Valdambrini (che suonò nella band di Duke, per un tour in Italia) e del papà Al Corvini; peraltro della Casa del Jazz Orchestra fa parte Claudio Corvini, il fratello trombettista di Mario, strumentista di lunga e navigata esperienza oltreché solista di classe. Nel successivo “V.I.P.’s Boogie” (1945) si è messo in luce, oltre al baritonista Emanuele Ciocca, Diego Bettazzi al clarinetto che proviene dalle fila della New Talents Jazz Orchestra.
Un tris di atmosfere e arrangiamenti quello che si è dipanato in seguito: “Sugar Rum Cherry” (1960, dalla rilettura ellingtoniana dello “Schiaccianoci” di Čajkovskij, l’episodio della Danza della Fata Confetto) con le sue enigmatiche atmosfere da carillon; “Harlem Airshaft” (1932), altro pannello descrittivo-sonoro del quartiere afroamericano per eccellenza di New York; la raffinata sensualità di “Sophisticated Lady” (1932), forse una delle ballad di Duke più nota ed eseguita. Finale adrenalico con un “Cotton Tail” (1940) dinamizzato dalla sfida tra sax tenori, dal dialogo tra piano e sax baritono e dal movimento all’unisono della sezione ance, con il bis “Feet Bone” (1956) che ha visto un formidabile crescendo a tutta orchestra.
Come prima uscita non si può che essere soddisfatti, data la difficoltà e delicatezza delle partiture ellingtoniane ed il loro sfuggire ad arrangiamenti prevedibili e consueti. L’arte di Duke si è da subito (fin dai secondi anni ’20) e per tutta la carriera, dispiegata proprio in una ricerca timbrica inconsueta e originale, sempre personalissima, dalle sfumature teatrali e visive. Ciò si è ben avvertito nel concerto, considerando che otto brani su dodici provenivano da pagine degli anni ’30-’40 e quattro dai decenni ’50-‘60. Importanti anche la tessitura degli arrangiamenti e l’utilizzo di ben dodici solisti, con in particolare evidenza Claudio Corvini (tromba) e tutta la sua sezione, Diego Bettazzi (a sax alto e clarinetto), Marco Bonelli (al sax tenore), Emanuele Ciocca (al sax baritono; pregevole l’intera sezione ance come quella dei tromboni) e Matteo Rossi (al piano, anche come motore ritmico insieme al contrabbasso e alla batteria).
Mi sembra opportuno citare tutta la formazione, in attesa di ascoltarla nei prossimi concerti. Claudio Corvini, Giulio Mari, Matteo Costanzi, Vittorio Iavarone (trombe); Giulio Tullio, Andrea Serino, Ezio Barozzi, Alessandro Santella (tromboni); Diego Bettazzi e Matteo Fagioli (sax alto) – Vittorio Gervasi e Marco Bonelli (sax tenore) – Emanuele Ciocca (sax baritono); Matteo Rossi (piano); Domenico Marino (contrabbasso); Luca Onori (batteria). Conduzione Mario Corvini. Un unico appunto riguarda l’assenza di jazziste in organico: in una fase in cui c’è una notevole presenza di musiciste, sarebbe importante muoversi in direzione di una parità di genere.
