I luoghi dove si svolgono i concerti jazz a Roma non sono (e non sono mai stati) spazi neutri. Si definiscono in base alla loro storia, al tipo di pubblico che li frequenta, alla collocazione – periferica o centrale – rispetto alla città, al loro essere temporanei o permanenti, legati ad iniziative istituzionali oppure frutto di attività privata e dello spirito organizzativo e critico dei musicisti stessi. Senza nessuna pretesa di esaustività – e con l’impegno a riprendere questo argomento – si scrive oggi di alcuni di essi, partendo dall’esigenza di recensire una serie di concerti seguiti nell’arco di un mese (tra la prima settimana di febbraio e la prima del corrente marzo, per essere precisi).
Partiamo proprio dal 3 marzo e dal doppio concerto tenutosi allo Spazio Rossellini (via della Vasca Navale 58) con il duo Eugenio Colombo/Roberto Bartoli ed il Diafrik 4tet. Lo Spazio Rossellini (siamo nel quartiere Ostiense, municipio VIII, in una strada nei pressi di Ponte Marconi e piuttosto vicina al fiume Tevere) è un Polo Culturale Multidisciplinare della Regione Lazio. Quest’ultima ha effettuato importanti lavori di ristrutturazione per rendere accessibile, all’interno dell’Istituto Cine-Tv “Roberto Rossellini”, quegli studi di ripresa dove l’importante regista ha lavorato. Lo Spazio Rossellini è, in tal senso, rivolto ad ospitare teatro, danza, musica e cinema, “dando spazio – così si scrive nelle comunicazioni ufficiali – a realtà che affrontano con mezzi differenti la pluralità dei linguaggi dello spettacolo dal vivo”. In auto si giunge facilmente alla zona vicina a strade di grande transito eppure appartata e “periferica”, nei pressi di un campo rom. Lo spazio è un autentico teatro di posa restaurato, dagli alti soffitti e dalla cubatura notevole, con un fornito punto-bar ed un funzionale palcoscenico.
Dal 2025 si è aperto uno “Spazio Jazz” che nel ‘26 è giunto al secondo di cinque appuntamenti, dopo il recital +della Tankio Band diretta da Riccardo Fassi e con ospite Javier Girotto (20/1). La formula prevede in genere un doppio appuntamento (ore 19.30 e 21.00; biglietto a 15 euro; parcheggio gratuito e custodito), come è avvenuto il 3 marzo. Ci è voluta la classe e il carisma di Eugenio Colombo e Roberto Bartoli per imporre una musica più funzionale in una dimensione raccolta, che ha comunque catturato il pubblico nel suo incedere dialettico e policromo tra gli strumenti a fiato (sax alto e soprano, flauto) e il contrabbasso (quasi sempre con l’archetto). Fatta di spazi, suoni, silenzi, trame intrecciate e ricerca timbrica, quella di Colombo/Bartoli è un’originale proposta cameristica che unisce jazz a linguaggi contemporanei ed etnici. Applaudita da un raccolto pubblico ha vinto la non facile sfida con l’ampiezza dello spazio e la ‘distanza’ con gli ascoltatori, aprendo la serata.
Diafrilk è un quartetto che riunisce due generazioni, accomunate dalla passione per Don Cherry, l’Art Ensemble of Chicago, i jazzisti sudafricani e da una concezione sociale (e politica) della musica, resa esplicita nel dolente “Palestine Lament”. Pasquale Innarella al sax tenore è il ‘decano’ del gruppo che vede come co-leader Francesco Mascio (chitarra elettrica e composizione) e si completa con Marco Bruno (basso elettrico) e Shanti Colucci (batteria e percussioni), tutti musicisti dalla marcata personalità. “Odwalla” di Roscoe Mitchell, “Mopti” di Don Cherry e fino al “Caravan” (a firma Ellington / Tizol) del bis hanno caratterizzato un repertorio fatto di brani – anche originali – che esaltano le radici africane della musica afrodiasporica. In tal senso i Diafrik utilizzano ritmi e sonorità complessi mediante un linguaggio dalla particolare dimensione elettro-etnica. Più pubblico e maggiore coinvolgimento in questo secondo recital, grazie anche all’impatto sonoro dell’esuberante quartetto, in grado di meglio relazionarsi con il grande spazio.
Altri appuntamenti già concretizzatisi con Federico Casagrande e il trio Marcello Allulli/Maria Letizia Gorga/Jacopo Ferrazza (10/3), Marco Colonna e il quartetto Flo/Enrico Zanisi/Joe Rehmer/Alessandro Paternesi (17/3); in programma l’Area Open Project Tour 2026,guidato da Patrizio Fariselli (28/3).
Per tre serate la Sala Sinopoli del Parco della Musica “Ennio Morricone” ha accolto l’opera teatral-musicale “Kind of Miles”, scritta e interpretata da Paolo Fresu. Il 27-28 febbraio e il 1° marzo si è registrato il tutto esaurito per l’atteso recital, proposto nell’ampia sala. Siamo, come ben si sa, nel cuore dell’istituzione musicale della capitale: il Parco della Musica (intitolato nel 2020 al M° Morricone) è stato progettato dall’architetto Renzo Piano ed inaugurato tra l’aprile e il dicembre 2002 proprio per dotare Roma di uno spazio per la musica che fosse all’altezza del suo ruolo polirico e culturale. La vasta struttura, con i suoi caratteristici edifici e l’ampia cavea, si trova nel quartiere Flaminio (nei pressi del Palazzetto dello Sport, tra il Villaggio Olimpico e i Parioli) in via Pietro de Coubertin 30. Ormai è, per i romani e i turisti, uno degli spazi qualificati e qualificanti per la musica e la cultura (vi si svolgono, tra l’altro, la Festa del Cinema, in autunno, e la Festa del Libro e della Lettura, in primavera; vi hanno sede l’Accademia di Santa Cecilia e varie istituzioni ed orchestre classiche). Gestisce le articolate attività la Fondazione Musica per Roma.
Si diceva tutto esaurito per un autentico spettacolo teatral-musicale varato da Fresu nel 2025 e prodotto con cura e competenza dallo Stabile di Bolzano (regia di Andrea Bernard; scenografia e luci di Marco Alba; visual di Marco Usuelli e Alexandre Cayuela; costumi di Elena Beccaro). Il tour è ripreso a fine gennaio 2026 e si prolungherà, passando per molte città, sino all’estate prossima, con tappe ad “Umbria Jazz” e a “Time in Jazz”.
La formula funziona e richiama un foltissimo pubblico per vari motivi: intanto il seducente e coinvolgente gioco di luci ed immagini, un’autentica “scatola scenica” in cui si muovono e performano con classe gli ottimi musicisti che il trombettista ha coinvolto (Filippo Vignato, trombone; Dino Rubino, piano e Fender Rhodes; Bebo Ferra, chitarra; Marco Bardoscia, contrabbasso; Federico Malaman, basso elettrico; Stefano Bagnoli e Christian Mayer, batterie). In secondo luogo è Paolo Fresu stesso a raccontare Miles Davis, la sua importanza, il suo mito “generativo” intrecciandolo all’asciutta narrazione dei propri anni formativi e all’importanza di quel “suono” (accanto a quello di Chet Baker) che per il musicista sardo è stato quintessenziale. Completa la formula l’esecuzione dal vivo, in un vivace alternarsi, di brani acustici ed elettrici del “Principe delle tenebre” (interprete e autore, da “It Never Entered My Mind” a “Call It Something”) insieme ad una serie di pezzi composti appositamente da Fresu e compagni (“Venere”, “Selim”, “Violet”, “Tempus”…). Musica e parola, luci ed immagini, mito e realtà, suono e immaginario, ricordo e presente creano uno spettacolo colorato, affascinante, riflessivo, non agiografico in cui – all’interno di un progetto e di una dimensione collettiva – svetta Paolo Fresu per ispirazione e carisma.
Pubblico entusiasta e fila chilometrica, a fine concerto, per il firmacopie del CD o del vinile “Kind of Blues” (o di biglietti ed altro…) con tutta la band. Fresu per il 2026 è stato nominato “artista residente” dalla Fondazione Musica per Roma e lo si sentirà in luglio al Summertime Festival della Casa del Jazz (con il trio PAF e insieme a David Linx e Gustavo Beytelmann), mentre a settembre e dicembre sarà al Parco della Musica “E.Morricone” rispettivamente con il progetto dedicato a David Bowie (“Heroes”) e alle Christmas Songs.
Restiamo in centro, anzi andiamo all’interno del centro storico perché il prossimo concerto da recensire si è svolto in via dei Greci – traversa tra via del Babbuino e via del Corso – dove ha sede il Conservatorio di Musica “Santa Cecilia” e precisamente nella sontuosa Sala Accademica. Si tratta di uno spazio amplissimo – con balconata e dall’alto soffitto – dominato dal bianco della boiserie e delle strutture. La sala, e lo spazioso palcoscenico, sono dominati da un monumentale organo a canne (costruito nel 1894 ed ampliato nei primi anni ’60) che rende l’ambiente ancor più suggestivo. In questa cornice prestigiosa si stanno svolgendo due rassegne, ad ingresso gratuito: la prima (iniziata il 25/1, finirà con il suo sesto appuntamento il 18/10; si tiene di domenica alle 11.30) è dedicata alla neonata ma già ben promettente Santa Cecilia Jazz Orchestra; la seconda – alla sua V edizione – è il festival “Jazz Idea”, direttrice artistica Carla Marcotulli (docente di canto jazz a S.Cecilia), che è cominciata l’8 marzo (anch’essa si tiene di domenica ma alle ore 18). Si concluderà il 17 maggio offrendo dodici concerti e quattro masterclass, con nomi quali Gabriel Marciano, Louis Sclavis e Daniele Roccato, Mike Applebaum, Tcha Limberger, Rosario Giuliani e Fabrizio Bosso, Marcello Tonolo, Fernando Ramsés Diaz, Fiorenza Gherardi De Candei, Eugenio Renzetti, Nicola Stilo. Nella data conclusiva del 17 maggio l’ospite – pianista di origine messicana – Ramsés Diaz si esibirà con la Santa Cecilia Jazz Orchestra e l’Ensemble Voci diretti da Ettore Fioravanti (batterista, compositore e docente del Conservatorio, anima dell’ensemble orchestrale).
Torniamo, dunque, al secondo recital dell’orchestra (22 febbraio) intitolato “Mingus! A Long Journey from Nogales to Cuernavaca” con gli arrangiamenti e la direzione del M° Roberto Spadoni (il primo appuntamento e i successivi prevedono il coinvolgimento dei Maestri Mario Corvini, Piero Leveratto, Stefano Cantarano e ancora Spadoni). Va detto subito: si è trattato di un concerto splendido, con un pubblico partecipe e da tutto esaurito. Ciò grazie alla qualità che l’orchestra, per quanto neonata, ha saputo esprimere su un repertorio complesso quale quello di Mingus, valorizzato dagli accurati e simbiotici arrangiamenti di Roberto Spadoni, che – oltre ad essere un coinvolgente e motivante direttore – è stato anche un ottimo presentatore-divulgatore; c’è stato, inoltre, un significativo intervento telefonico del musicologo Stefano Zenni (uno dei massimi conoscitori, studiosi ed esperti della Mingus Music). Dopo un “Fables of Faubus” usato come sigla, la SCJO ha proposto, tra l’altro, policrome e vibranti versioni di “Opus Three”, “Good Bye, Pork Pie Hat”, “Duke Ellington’s Sound of Love”, “O.P.” (dedicata al contrabbassista Oscar Pettiford), “Self Portraits in Three Colours” ed un’estesa versione di “Fables of Faubus”; molto apprezzabili anche gli estratti (“Ming 5” e “Ming 6”) da un’elaborata composizione di Spadoni, commissionatagli dal festival “Metastasio Jazz” di Prato, di spirito mingusiano.
Doveroso è, comunque e soprattutto, sottolineare come l’orchestra sia un organico stabile, composto da allievi o ex-allievi del conservatorio di S.Cecilia: la formazione è il risultato di un lungo lavoro all’interno dell’istituzione che ha visto in prima linea soprattutto Ettore Fioravanti. La Santa Cecilia Jazz Orchestra si sta già rivelando come un formidabile strumento non solo didattico, che valorizza ed immette nella professione giovani musicisti e musiciste. In tal senso è opportuno ricordarli tutti, a prescindere da ruoli più o meno solistici, dato che – sia in senso generale che nello specifico di Mingus – siamo di fronte ad un lavoro e ad un prodotto collettivo che esalta, comprende e stimola le individualità, però in una relazione creativa di gruppo. Ecco, come merita, la formazione completa. Lucia Filaci e Davide Palma (voci); Mario Caporilli, Vittorio Iavarone, Filippo Mollicone, Luca Amoroso (trombe); Davide Di Pasquale, Eugenio Renzetti, Alessandro Santella (tromboni); Edgar Alberto Dutary Barrios (tuba); Vittorio Cuculo e Renato Colucci (sax alti); Luciano Bonanni e Venerando Alberto Pinchera (sax tenori); Dario Fagiolo (sax baritono); Emanuele Rizzo (piano); Piergiorgio Farese e Francesco Zanetti (chitarre); Cosmo Damiano De Matteis (contrabbasso); Alessio Maimone (batteria).
Da oltre vent’anni la Casa del Jazz in viale di Porta Ardeatina (tra la via Cristoforo Colombo e il quartiere Ostiense) è un sicuro punto di riferimento della scena jazzistica capitolina ed italiana. Da alcuni anni fa parte della “famiglia” della Fondazione Musica per Roma ma lo stabile (la Villa Osio di origine seicentesca, edificata su precedenti costruzioni di epoca romana), come è noto, apparteneva al cassiere della banda della Magliana. Requisito dallo stato in quanto “bene di mafia”, quindi destinato nel 2005 dal sindaco Walter Veltroni a bene pubblico. Da alcuni mesi la Casa del Jazz è spesso sulle pagine dei giornali per gli scavi che si svolgono nella sua area, alla ricerca di cunicoli sotterranei che potrebbero contenere – secondo le indicazioni di un pentito, a quanto pare – i resti del giudice Adinolfi, misteriosamente scomparso, o altro collegato all’attività criminosa della banda della Magliana.
Di fatto in questo periodo l’attività concertistica non si è mai interrotta ed è stata caratterizzata dalla presentazione di artisti emergenti e di musicisti affermati, questi ultimi spesso con la formula della “carte blanche”, con tre giorni consecutivi di recital in differenti formazioni. Dopo un preludio con Maria Pia De Vito, ha iniziato Enrico Pieranunzi a fine febbraio e gli incontri proseguiranno con, tra gli altri, il contrabbassista-compositore Riccardo Del Fra e il pianista Danilo Rea. Per ora interrotte le conferenze e le attività a carattere divulgativo (in genere la domenica mattina), fervono i preparativi per la rassegna estiva che inizierà a giugno (attese, tra gli altri, la pianista Kris Davis e la vocalist Cécile McLorin Salvant) ma già ora non mancano concerti internazionali di rilievo, come quello del 14 marzo scorso con il trio del sassofonista afroamericano Logan Richardson.
Tra i musicisti italiani di pregio presentati alla Casa del Jazz c’è stato il trombettista-compositore Francesco Fratini (7 febbraio, recital appartenente al ciclo “Young Lions”), solista ricercato e presente in varie formazioni orchestrali ma che da tempo dirige suoi gruppi e persegue una personale ricerca, aperta anche all’hip-hop. Fratini si è presentato in quartetto con un altro grandissimo esponente del nuovo jazz italiano, il pianista Alessandro Lanzoni con cui collabora da tempo, e due suoi abituali partner: il contrabbassista Giuseppe Romagnoli e il batterista Matteo Bultrini (con cui ha inciso l’ottimo ALBUM “Queen Size”). Il trombettista ha presentato varie sue composizioni (“My Ideal”, “One for Roy”, “Sulla via di casa”…), con l’apporto di alcuni brani originali di Lanzoni. In generale è un repertorio che dimostra un’ottima assimilazione del linguaggio del jazz: ciò, però, non determina una prassi imitativa, fornendo al contrario materiale vivo per un jazz più che contemporaneo, aperto anche ad apporti di musiche sudamericane (come il choro brasiliano che ha ispirato il bis, a firma del pianista). Il gioco di interplay, la classe strumentale, un solismo che mette al primo posto l’espressività e mai la tecnica creano una musica dalle solide ma non vincolanti radici, aperta e porosa, in grado di esprimere con personalità inquietudini e speranze odierne.
Il nostro giro per i luoghi del jazz a Roma è, per ora, finito. Non mancherà occasione per parlare di vari altri spazi di sicuro interesse come lo storico jazz club Alexanderplatz in via Ostia, il Cantiere a Trastevere, il Gregory’s Jazz Club a via Gregoriana, l’Arciliuto in piazza di Montevecchio, Rimessa Fab (in via delle Zoccolette) dove il pianista-compositore Danilo Blaiotta cura una rassegna jazzistica; da esplorare anche la presenza del jazz in locali al Pigneto.
