“Buarqueana” di Maria Pia De Vito (edito dalla Parco della Musica Records) è senza ombra di dubbio uno dei migliori album del 2025. Nel referendum annuale della rivista “Musica Jazz” figura al secondo posto nella categoria “Disco dell’anno” (dopo “Panorchestra” di Tino Tracanna) mentre per i “Top Five” dei critici musicali de “il manifesto” Guido Festinese e il sottoscritto hanno inserito “Buarqueana” al primo posto della propria cinquina.
Ascoltarlo dal vivo, però, è esperienza che amplifica e potenzia la resa artistica di un album di per sé raffinato, concettuale eppur carnale: in esso una selezione di brani di Chico Buarque – in un paio di casi scritti insieme ad Edu Lobo – è stata tradotta in napoletano a quattro mani dalla cantante partenopea e dallo stesso compositore brasiliano. I nuovi testi sono stati, poi, riarrangiati per un gruppo che è quello che si è esibito alla Casa del Jazz il 23-24 gennaio scorso: Maria Pia De Vito alla voce, Huw Warren al pianoforte, Roberto Taufic alla chitarra e Roberto Rossi alla batteria e alle percussioni. Nel disco due brani vedono la presenza in voce di Buarque che, sempre in abbinamento con la De Vito, canta in napoletano (lo struggente “O cunto d’Angelica”) e in portoghese (il delicatissimo e malinconico “Maninha”); in “Valsa contro ‘o tiempo” si sente Monica Salmaso.
Dal vivo alla Casa del Jazz tredici intensi brani e un bis, un’incursione nel precedente “Core Coração” (2017, “A costruzione”), pubblico commosso e plaudente, chiamato a fare – festoso – da coro in “Samba do grande amor”. È ovvio che la presenza fisica e scenica dei musicisti faccia la differenza rispetto al puro ascolto, ma questo vale sempre ed è scontato. Ci sono, però, elementi specifici emersi nel recital del 23 gennaio (quello a cui ho assistito) che penso sia utile mettere a fuoco.
I “colori” del suono e la variegata presenza timbrico-percussiva sono molto più evidenti dal vivo e conferiscono un ulteriore, avvertibile e speziato sapore ai brani di “Buarqueana”. Mi scuso per il paragone alimentare ma è come aggiungere del peperoncino ad una pietanza e spesso il grande chef è Roberto Rossi, un batterista-percussionista la cui zampillante fantasia si accende sotto agli occhi degli spettatori.
Inoltre Maria Pia De Vito trasfonde nella musica – specie quando canta nella lingua napoletana – passione, tecnica e sofferenza: ciò avviene senz’altro in studio di registrazione ma in concerto, essendo una grandissima jazzista, la sua interpretazione si fa speciale. La condotta delle parti è molto simile all’album ma l’interplay muta così come gli assoli, i guizzi e le invenzioni estemporanee che vedono il piano di Warren e la chitarra di Taufic protagonisti insieme alla voce. Aggiungiamoci il “carisma fisico” della cantante e il gioco è fatto.
Sentiti in diretta, nel calore immediato della comunicazione sonora, aspetti importanti della poetica di Chico Buarque diventano più evidenti, anche perché esplicitati con misurate quanto calzanti parole dalla De Vito. In questo modo è manifesto, quasi palpabile, il “teatro delle voci” del compositore brasiliano, il suo saper rendere protagonisti personaggi diversi (per età, sesso, condizione sociale) come il suo saper parlare al femminile. C’è spazio anche per la sua impertinenza unita alla capacità di dare voce – poeticamente – al dolore più profondo; non manca la lezione civile dei brani “mascherati” (dove si affacciano la sua visione politica e la lotta alla dittatura) in cui è importante saper leggere tra le righe, in un autentico double talk.
Chiunque abbia pratica di album e di concerti sa quanto importante sia la “scaletta” dei brani, ovvero la successione dei pezzi proposti. Forse questa percezione si è oggi attenuata (se non persa) data la velocità della fruizione e, soprattutto, la possibilità di modificare – su supporti digitali, a partire dall’ormai lontano CD (1982) sino alle attuali piattaforme – l’ordine dei brani. Nel concerto alla Casa del Jazz, in ogni caso, il montaggio dei pezzi rispetto al disco “Buarqueana” è cambiato, in modo che la ricomposizione dei tasselli del suo mosaico acquisti un senso narrativo diverso senza esserne, però, stravolto. Un punto fermo è l’inizio filosofico-semantico con “Parola Primma”: qui si parla della potenza della parola, del suo transito dal portoghese-brasiliano al napoletano, alla ricerca di un’equivalenza assoluta di significato impossibile che, tuttavia, agisce in quell’alea sonora che rende uniche – eppur parenti – entrambe le lingue.
Altro elemento struttural-narrativo fondamentale è il cuore emotivo-politico-artistico del recital (e dell’album): un trittico che prevede “O cunto d’Angelica” (lo strazio indicibile di una madre che ha perso il figlio e la critica a tutte le dittature), “Amico mio” (con il dramma della repressione e delle difficoltà economiche che emerge dalla stordente routine e ripetitività del tempo e delle vicende umane) e “Samba e Ammore” (quasi un autoritratto del Chico Buarque, impertinente e resistente: un’ode alla lentezza, alla sensualità, al ridisegno delle giornate e della vita).
Forse queste mie parole appaiono mera teoria. Ascoltando (dal vivo o su supporto fonografico-digitale) “Buarqueana” potrebbero aver senso. Ma lasciatemi fare ancora un ‘ultima osservazione. I brani, nella loro caleidoscopica varietà, appartengono a due categorie: composizioni a prevalenza melodica e composizioni a prevalenza ritmica. Entrambe – da Maria Pia De Vito, Huw Warren, Roberto Taufic e Roberto Rossi – sono eseguite e sentite in maniera eccellente e originale, da “Uocchie int’ ‘a ‘ll uocchie” a “Liggera”, da “Valsa contro ‘o tiempo” ad “Almanacco”.
All’inizio del concerto, da parte della De Vito e di Luciano Linzi (direttore artistico della Casa del Jazz), non poteva mancare un breve, commosso omaggio alla figura di Ralph Towner: grande chitarrista e compositore, straordinario essere umano, scomparso il 18 gennaio 2026. Sentiamo già tutti la sua mancanza.
