Le rassegne che si occupano di jazz e musiche improvvisate non hanno vita facile, specialmente quando privilegiano l’inedito, la progettualità, la sperimentazione, la valorizzazione dei nuovi artisti. È così per “Una Striscia di Terra Feconda”, manifestazione codiretta da Paolo Damiani ed Armand Meignan, che da ventott’anni si prefigge di far conoscere e di mettere in connessione-collaborazione musicisti italiani e francesi (ma anche europei). Non senza fatica e contrasti, il festival è iniziato il 22 settembre (si concluderà il 31 ottobre) alla Casa del Jazz, sede principale ma sono previsti anche altri luoghi: il Museo Civico di Zoologia (sala della Balena), il Teatro di Tor Bella Monaca, la Cittadella della Musica di Civitavecchia.
“Una Striscia di Terra Feconda” è promosso dall’Associazione Teatro dell’Ascolto che lo coproduce insieme alla Fondazione Musica per Roma, mentre tra sponsor e sostenitori ci sono il Ministero della Cultura, la SIAE, il comune di Roma e Zetema Progetto Cultura. L’apertura del 22 scorso ha visto presentare per la prima volta a Roma l’ultima proposta della cantante-compositrice Ada Montellanico: Radici. Si tratta di un paritario trio – realizzato con Simone Graziano al pianoforte e Filippo Vignato al trombone e all’elettronica – che intende esplorare e riproporre brani che affondano nel corpus del jazz e del blues intesi sia come linguaggi sonori che come strumenti di denuncia dell’ingiustizia, della subalternità e del razzismo. Una visione, quindi, militante e di forte impegno civile della musica afroamericana che si sostanzia in un repertorio ampio e variegato, con significativo spazio dedicato alle autrici. Non seguendo un percorso storico, Radici propone brani del passato come l’esplosivo-eversivo “Wild Women Don’t Have the Blues” di Ida Cox (1924; usato come bis nel concerto), “Bargan Day” che è un pezzo antischiavista spesso eseguito da Bessie Smith, “Black Coffee” che risale al 1948 ed è un trascinante “blues con ponte”, reso celebre da Ella Fitzgerald e Sarah Vaughan. E qui un primo elemento da sottolineare: l’originalità degli arrangiamenti che ammodernano gli originali, li adattano ad un organico particolarissimo (voce, piano, trombone con elettronica) e li riplasmano secondo una sensibilità contemporanea senza snaturarli, come è caratteristica del migliore jazz. Si sentano l’introduzione a “Black Coffee” con la cordiera del piano percossa oppure i vocalizzi nasali nella coda di “Bargan Day” per avere un’idea dell’operazione. Altro elemento è la qualità dei singoli artisti e dei loro linguaggi che si combinano sì secondo gli arrangiamenti, lasciando tuttavia ampio spazio all’invenzione estemporanea. Ada Montellanico, poi, ha grandi qualità di interprete, di solista in scat e di tessitrice vocale-narrativa di tutta l’operazione che diventa una vera e propria “storia” a livello di recital.
Il repertorio di Radici dedica, altresì, molto spazio ad artiste a noi più vicine nel tempo. Ci sono il livido brano-denuncia “Across the Lines” di Tracy Chapman (1988), una rilettura espressionistica e quasi tutta a tempo libero della filosofica “Throw It Away” di Abbey Lincoln, un eccellente “Sing Me Softly of the Blues” di Carla Bley con il bel testo di Karin Krog. Qui svetta molto il trombone di Vignato che sa sempre combinare acustico ed elettronico in modo originale, come l’alternanza nell’uso della sordina plunger e della campana aperta. Del resto nelle big band della Bley il trombone ha sempre avuto un ruolo importante (un nome su tutti: Gary Valente) e nel blues delle origini spesso le cantanti duettavano con lo strumento a coulisse, come Bessie Smith con Charlie Green nelle incisioni del 1925.
Ciò non vuol dire che il ruolo di Simone Graziano sia solo quello del pur bravo accompagnatore. La sua introduzione – quasi un preludio classico – al pezzo della Lincoln, l’arrangiamento ritmico-timbrico di “Black Coffee” ma soprattutto il suo brano “Nocturnal Fly” dimostrano una levatura che è ampiamente riconosciuta. Il testo scritto dalla Montellanico per quest’ultimo pezzo – “la tematica è il recupero dell’umanità, contro gi stermini e i genocidi” – fornisce all’autrice-leader l’occasione per esprimere la sua solidarietà alla lotta del popolo palestinese, in un giorno che ha peraltro visto manifestazioni pro-pal in tutta Italia. Il concerto si è concluso – tra il plauso generoso di un folto e partecipe pubblico – con una versione di “Afro Blu” (scritta nel 1963 da Mongo Santamaria) che ha combinato brillantemente le letture di John Coltrane e quella di Abbey Lincoln ed un testo scritto da Oscar Brown Jr., un vero e proprio omaggio alla resistenza e alla vita del popolo afroamericano.
Altra serata di sicuro interesse è stata quella del 25 settembre con un doppio concerto (tra l’altro i recital sono quasi tutti alle 19.30, secondo il nuovo orario programmato dalla Casa del Jazz). Prima parte dedicata ad una residenza artistica e seconda al vincitore del Premio SIAE 2025.
Il Limen Collective (torinese ma di forte ascendente sardo) ha presentato otto brani originali che sono il frutto di una collaborazione sostanziata da tre giorni di prove con il solista di oud e compositore Mauro Sigura. Si tratta, quindi, di una vera e propria residenza artistica, nata in coproduzione fra la rassegna diretta da Damiani-Meignan e il Centro di Produzione Insulae Lab (ideato da Time in Jazz, con la direzione artistica di Paolo Fresu), che si definisce un “laboratorio culturale e artistico continuo che coinvolge anche altre isole del Mediterraneo per favorire lo scambio e la circolazione di artisti ed idee”. La modalità della “residenza artistica” è da anni uno dei punti qualificanti e caratterizzanti di “Una Striscia di Terra Feconda”: in questa circostanza il territorio artistico esplorato è quello che – secondo i fondatori del Limen Collective Alessandra Soro, cantante, e Fabrizio Leoni, pianista – a partire dalla musica tradizionale sarda prova a dar vita a nuove composizioni all’interno di un contesto di musica mediterranea che comprende Sud Europa, Medio-Oriente e Nord Africa. Quasi inevitabile, in tal senso, l’incontro con Mauro Sigura, solista di oud e compositore che è già affermato ed innovativo artista, collocato tra la world-music e il jazz.
L’intenso ed appassionato recital del Limen Collective (A.Soro, voce; Simone Garino, sax soprano, alto e clarinetto; F.Leoni, piano; Marco Bellafiore, contrabbasso e Luca Guarino, batteria) arricchito dalla presenza di Sigura ha dimostrato la qualità della residenza artistica. Il solista di oud è valente compositore e, in tal senso, ha contribuito con tre suoi suggestivi brani: “I muri di Ceuta”, il ritmato “Ad un solo passo” (con un graffiante solo di sax soprano) e “Ad Ovest di me” in cui il tema – lento e dolente – è stato prima fischiato da Mauro Sigura e poi eseguito all’unisono da voce, oud e clarinetto. Nel corso del concerto è intervenuta la vocalist Alessandra Soro spiegando al pubblico il senso della ricerca del collettivo e – riferendosi al titolo della rassegna, “Ostinato” – ha dedicato la musica al popolo palestinese. Gli altri brani eseguiti sono a firma della cantante e del pianista Fabrizio Leoni: appartengono all’album del Limen Collective “Perda e Bentu” (Raighes Factory, 2025) ma sono stati rielaborati insieme a Sigura. “Scirocco” è cadenzato e avvolgente come il caldo vento; “Accabadora” propone suoni e voci adatti alla “umana necessità di cura e pietà nel momento della morte”, attraverso un’innodia forte e melodica; “Attittadora”, come il precedente fortemente caratterizzato dalla parte vocale (anche con testo in sardo), trasforma in poesia sonora il “lamento per gli assenti” e propone ensemble, soli e duetti in una pagina policroma e commovente. Hanno concluso il recital “Jana” e “Maestrale”, rispettivamente dedicati all’ “ignoto dell’ultraterreno” e all’ “approdo lontano”, ancora un vento che sospinge il viaggio nel Mediterraneo. C’è da dire che la musica creata dal Limen Collective esprime, in modo originale ed inedito, legami e retaggi ancestrali in una chiave moderna che, però, non è “patina esterna” ma concreto incontro di linguaggi. In tal modo si crea una nuova dimensione sonora, felicemente lontana sia dalla tradizione assoluta che dal folclore immaginario.
La serata del 25 settembre è stata degnamente completata intanto con il conferimento, da parte del direttore artistico Paolo Damiani, al trombonista Matteo Paggi del Premio SIAE. Il musicista di Fiuminata (Macerata) non solo ha vinto il referendum Top Jazz della rivista “Musica Jazz” come miglior “Nuovo Talento” ma si è rivelato fondamentale in contesti e gruppi altrui (dai Fearless Five di Enrico Rava ai filologici Fried Seven) e soprattutto propri (il quintetto WORDS, il trio The Unexpected Virtue of Ignorance, l’album-progetto “Giraffe”). Il recital in duo con il valente batterista-percussionista tedesco Joe Hertenstein (attivo anche sulla scena newyorkese) ha messo in luce l’aspetto più sperimentale e audace della poetica di Paggi che comprende un uso originale dell’elettronica. Il set, completamente improvvisato, si è dipanato nel continuo interplay tra musicisti e nello sviluppo di diverse e cangianti atmosfere/dimensioni sonore. Matteo Paggi ha suonato a campana aperta o con la sordina plunger, in agili fraseggi parkeriani-gillespiani o in dense figurazioni ritmiche talvolta sfocianti in una sorta di jazz “iperlatin”; ha manipolato il suono dello strumento acustico con l’elettronica, creato fondali e loop, suonato solo apparati elettronici, cantato nello strumento. In un intenso passaggio ha usato i suoni multipli (multifonie) creando un suono rotondo, profondo, melanconico, un visionario misto di arcaico e contemporaneo. Dal canto suo – in un moto parallelo ed intersecante – Hertenstein ha suonato con spazzole, bacchette, mani, oggetti; usato campane, scandito un tempo straight jazz o funky, creato contesti free poliritmici e coloratissimi, giocato sulla presenza scenica e la gestualità. Un recital, per concludere, mosso dalla gioia esplosiva della ricerca del suono e del ritmo, abbandonando (e in contemporanea solcando) generi, in totale libertà, spinti da uno spirito creativo irresistibile e possente. Una musica davvero senza confini per una rassegna che durerà sino al 31 ottobre.
