L’AQUILA. La musica, e il jazz, possono aiutare a raccontare e a ricordare, a ri-costruire tessuti comunitari e a mettere in relazione persone e luoghi, la memoria – anche dolente e drammatica – con il presente e la prospettiva del futuro. Da questa “intuizione” di Paolo Fresu nacque undici anni fa la rassegna “Il jazz italiano per L’Aquila” (diventata, dal 2016, “Il jazz italiano per le terre del sisma” dopo i terremoti ad Amatrice e nel cosiddetto ‘cratere’). La manifestazione si è mantenuta nel tempo – pur trasformandosi – ed ha vissuto la sua ultima edizione il 6 e 7 settembre nel capoluogo abruzzese, con un preludio dal 29 al 31 agosto con il “Cammino solidale” che ha coinvolto Camerino, Castelluccio di Norcia ed Amatrice. Grande l’affluenza del pubblico (la maggior parte dei concerti era, come di consueto, ad ingresso gratuito) per ascoltare i trecento musicisti dislocati in diciannove luoghi del centro storico. Ormai quasi completamente restaurata la zona centrale de L’Aquila, dal Castello cinquecentesco al Parco della Memoria, essa è stata l’asse per gli eventi sonori, e non solo, ideati dai tre direttori artistici dell’edizione 2025: la contrabbassista Silvia Bolognesi, il fotografo Luca d’Agostino e Filippo d’Urzo (Empoli Jazz). A loro bisogna dar atto di aver creato un programma ricco di interesse e variegato, ben collegato alla tematica che hanno prescelto e in grado di creare ‘ponti’ tra territori. Spesso si dimentica che dietro una direzione c’è un enorme lavoro progettuale, di contatti, organizzativo, di relazione, lavoro che di fatto impegna per molti mesi.
Intitolata “L’Aquila imprevista” la manifestazione è stata pensata e realizzata per essere “al tempo stesso omaggio e rinascita, vetrina e laboratorio, celebrazione e comunità. Un festival che, proprio come il jazz, sa accogliere l’imprevisto e trasformarlo in suono, in incontro, in bellezza condivisa”. In tal senso pienamente riusciti sono stati gli appuntamenti del 7 settembre mattina al Parco della Memoria, costruito in ricordo delle vittime del terremoto.
Con un progetto ed una produzione originali, la toccante “Missa Brevis” del compositore olandese Jacob de Hann è stata eseguita insieme dal Coro Le Colone di Castions di Strada (Udine, diretto da Giuseppe Tirelli) e dal coro giovanile aquilano Assolo Choir (guidato da Rita Alloggia), con un qualificato Ensemble del conservatorio “A.Casella” (condotto da Giovanni Ieie, che coordinava i tre organici) ed interventi solistici al clarinetto basso di Achille Succi, sempre ispirato e capace di entrare nella musica altrui con personalità e rispetto. Una pagina sonora davvero emozionante quella di Hann: articolata attraverso i vari momenti della celebrazione (“Kyrie”, “Gloria”, “Sanctus”…), è stata suonata in dialogo (indiretto) con lo scrosciare delle fontane memoriali della piazza e secondo arrangiamenti che connettevano efficacemente l’organico strumentale (nove i fiati) alle tante voci corali. Davvero toccanti l’ “Osanna”, suonato con autentico e palpabile afflato, e l’ “Agnus Dei” nel suo incedere assorto e solenne. Apprezzabile l’intervento a fine concerto del vicesindaco Raffaele Daniele che ha, tra l’altro, rivolto un pensiero ai familiari delle vittime. La “Missa Brevis” ha, così, unito idealmente i terremoti a L’Aquila e nel centro Italia (2013 e 2016) con quello in Friuli Venezia-Giulia del 1976 (saranno cinquant’anni nel 2026), in una compartecipazione anche di pubblico che ha celebrato la vita pur ricordando i lutti.
A seguire, nello stesso parco, un folto gruppo di musicisti sparsi nell’area ha iniziato a suonare. Sassofoni, tromba, tromboni, voci, viola si sono pian piano mossi sempre suonando per convergere verso l’area centrale dove li attendeva una sezione ritmica comprendente anche l’arpa (oltre a piano, chitarra, organetto, contrabbasso e batteria). L’ensemble si è fatto guidare attraverso una vera e propria – policroma e imprevedibile – “conduction” da Giovanni Maier, contrabbassista e musicista che ha da tempo sposato le idee di Lawrence “Butch” Morris. Una ventina i jazzisti e le jazziste coinvolti fra cui Flavio Zanuttini, Tony Cattano, Tobia Bondesan, Piero Delle Monache, Emanuele Parrini, Alessandro D’Alessandro e il veterano Giancarlo Schiaffini (che il 6 settembre ha discusso il suo libro “Talento e Memoria” con Francesca Scigliuzzo alla libreria Colacchi). Attraverso crescendo, diminuendo, stacchi e puntillismi sonori, solismi intrecciati e fondali la conduction “Unisono Imprevisto” ha dimostrato forza, vitalità e visione sonora da parte dei musicisti disponibili a confrontarsi e lontano dalle formule consolidate del mainstream jazz. Il tutto su base volontaria, come ha precisato ringraziandoli e ringraziandole Silvia Bolognesi, la direttrice artistica e contrabbassista che da anni pratica con efficacia e trasporto la “conduction”.
Davvero improponibile parlare di tutti gli artisti e le artiste presenti, ma riferendo di alcune performance ed attività si vuole testimoniare la grande vitalità del jazz italiano dimostrata anche quest’anno a “L’Aquila Imprevista”.
Un luogo altamente suggestivo – da dove ha preso il via l’intera manifestazione dopo il concerto mattutino della Big Band del Conservatorio de L’Aquila (uno fra i primi ad avere insegnamenti jazz) – è la Sala del Mammut nel bastione Est del Castello Cinquecentesco, austera ed elegante struttura militare. In questo spazio museale e didattico si sono esibiti in solo vari musicisti e nel primo pomeriggio del 6 settembre il trombettista Flavio Zanuttini e il violinista Emanuele Parrini, che hanno impostato le rispettive performance in modo diverso. Zanuttini ha sfruttato le risonanze e gli echi del grande ambiente a volta come la presenza inquietante dello scheletro: gli ha girato intorno utilizzando una amplia varietà timbrica (con uso di varie sordine, tra cui la plunger) che si è estesa fino ai soffi, agli schiocchi, ai rumori metallici. Il trombettista, con passaggi anche in fiato continuo, ha creato sonorità natural-ancestrali, cascate di note, suoni gravi e squillanti, in un viaggio fisico-memoriale di potente suggestione attorno all’animale preistorico.
Emanuele Parrini ha scelto di usare la viola – dal suono più potente – invece del violino ed è rimasto fermo sotto l’unica zanna del mammut. Leggìo davanti, partitura – con variazioni estemporanee – ha prodotto anch’egli suoni interagenti con lo spazio in modo differenziato. Armonici, pizzicati, note isolate fino a giungere a frasi veloci e ripetute, dal sapore minimalistico ma più “sanguigne”. Il musicista toscano, come il trombettista friulano del resto, è un virtuoso dello strumento e la sua cavata è stata ora melodica, piena, quasi venata di malinconia, ora ritmata e swingante. L’uso di accelerazioni, decelerazioni, bicordi, pizzicati ha contrassegnato un’incalzante esplorazione dei suoni, che si è conclusa con una sorta di commosso spiritual a note lunghe, fortemente cantabile e accorato, appena ritmato dal battere del piede. Quando la solo-performance, e vale per entrambi, si trasforma in poesia…
È accaduto anche nel raccolto e barocco Oratorio di Sant’Antonio dei Cavalieri de Nardis il giorno 7 (12.30 circa, spazio gremito) dove il pianista-tastierista Nicola Tirelli ha tributato un “Omaggio a Satie”, utilizzando l’organo della chiesa risalente al 1651. Essendo lo strumento precedente al temperamento, Tirelli ha lavorato ad un riadattamento della musica del compositore francese (autore, peraltro, di una giovanile “Messe des Pauvres” per coro e organo). L’antico strumento è stato il protagonista del recital: ne sono stati sfruttati registri, volumi, timbri con potenti accordi ed arpeggi, bordoni risonanti impreziositi da parti solistiche. La “liquidità” di Eric Satie si è sostanziata in suoni non pianistici né orchestrali ma in una dimensione pienamente organistica, passando da una certa sua impalpabilità e rarefazione a corpose sonorità. Ebbene, proprio suoni totalmente acustici – in una dinamica spesso dal pianissimo al fortissimo – hanno creato-caratterizzato una performance che, attraverso ed oltre Satie, ha evocato il minimalismo come l’elettronica nel prog-rock (Nice, Emerson Lake & Palmer, Yes…). L’organo è una geniale creazione strumentale acustica che anticipa di secoli le sonorità dell’elettronica, da quelle “primigenie” del moog e del mellotron fino alle contemporanee, e Tirelli ne è stato magnifico interprete sia con estese cadenze accordali che con improvvisazioni solistiche. Lunghi applausi scroscianti hanno concluso il suo recital fuori dal comune.
Tra i molti musicisti/e presenti vanno altresì ricordati/e le sassofoniste Virginia Genta e Sophia Tomelleri, i trombonisti Tony Cattano e Matteo Paggi, il tenorista Piero delle Monache. Di grande interesse e qualità la conferenza che il critico e giornalista Flavio Massarutto ha tenuto il 7 pomeriggio (ore 17.00) su “Jazz e Fumetto”, presso la Libreria Polarville che si conferma luogo culturale propulsivo dalla ricca e ricercata offerta di libri e materiali discografici.
L’occasione di maggiore presenza di pubblico si è, comunque, registrata il 6 settembre sera alla Scalinata di San Bernardino (palco principale) dove, presentati con vivacità da Duccio Pasqua e Marcella Sullo di Radio1, si sono esibiti tre gruppi e sono stati conferiti, come accade significativamente in ogni edizione, vari premi dalla Federazione Il Jazz Italiano. Silvia Bolognesi, Luca d’Agostino e Filippo d’Urzo (direttori artistici), Ada Montellanico (ex presidente della FIJI), Corrado Beldì (presidente di “Jazz all’Aquila”), Angelo Valori (direttivo I-Jazz), Gianni De Nitto (direttivo MIDJ), Maurizio Magnetta (a capo dell’AFIJ, che riunisce i fotografi di jazz) hanno via via chiamato sul palco e premiato il contrabbassista Giovanni Tommaso (premio alla carriera), Luigi Tamburini per il premio alla memoria al trombettista Marco Tamburini (scomparso dieci anni fa; altro riconoscimento in memoriam quello ad Emilio Soana), Ima Ganora per il “Monfrà Jazz Festival” (premio “nuove direzioni”), Bepi Garcia (per il premio speciale al Brass Group di Palermo e al suo direttore Ignazio Garcia), Paolo Damiani (premio formazione musicale) e Maurizio Lugli che ha ritirato il premio AFIJ conferito al fotografo Carlo Verri.
Tre gruppi diversi nella coreografica (e ventosa) Scalinata di San Bernardino, per altrettante “visioni” del jazz. La travolgente formazione Guantanamo del pianista-compositore Fabrizio Puglisi ha proposto un repertorio latin-jazz poco convenzionale e autenticamente poliritmico, già documentato nel CD “Giallo Oro” (2017, Caligola Records). Insieme a Puglisi (alle tastiere oltreché al piano) il chitarrista Alberto Capelli, il vibrafonista Luca Valenza, il contrabbassista Davide Lanzarini, il batterista Gaetano Alfonsi e il percussionista Danilo Mineo. L’ensemble, tra l’altro, ha eseguito la lunga e ritmicamente antifonale “Giallo Oro”, un prezioso e originale arrangiamento afro di “Ezz-Thetic” di George Russell ed un medley comprendente un brano del leader, “Il satiro”. Musica complessa e stratigrafica, organizzata su pattern ritmici, intessuta di un fitto interscambio tra singoli strumentisti e sezioni, innervata da una rara e trascinante potenza.
Cambio di palco – complesso e coordinato da Ugo Viola – per gli oltre undici musicisti coinvolti in un’altra produzione del festival: “TILT: Conduction per L’Aquila” a cui ha lavorato, e provato, un ensemble sotto la guida di Giovanni Maier. Non facile esibirsi nel vasto contesto della Scalinata di San Bernardino nella delicata dialettica della “conduction” – tra ‘partitura’ e improvvisazione controllata – ma in due lunghe sequenze sono state sperimentate combinazioni fra archi e strumenti a fiato, incroci tra arpe e vari solisti (tromba, sax alto e viola, ad esempio), presenze anticonvenzionali delle due chitarre acustiche: un dialogo – a tratti fluido, altrove più rigido – tra suoni “classici” e “sperimentali”, “jazzistici“ e “contemporanei”. Dell’organico hanno fatto, tra gli altri, parte il Quintetto dei Solisti Aquilani, E.Parrini, F. Zanuttini, Tobia Bondesan (sax alto), Gabriele de Leporini e Riccardo Pitacco (chitarre). Un plauso a tutti per essersi proposti e, in ogni caso, imposti all’attenzione di un vasto pubblico, guidati dall’esperienza e dal talento di Maier.
Il clou del clou si è determinato con il recital degli Avion Travel insieme alla Medit Orchestra di Angelo Valori, che ha diretto il tutto nonché scritto appositi arrangiamenti. Il gruppo, che ha la sua voce storica in Peppe Servillo, esiste dal 1980 e si è creato più generazioni di fan con una musica colta e popolare, all’incrocio tra i generi, spesso con vocazione letteraria e teatrale. Così quando Servillo, Peppe D’Argenzio, (sax soprano e baritono), Mario Tronco (tastiere), Ferruccio Spinetti (contrabbasso e basso elettrico) e Mimì Ciaramella sono saliti sul palco a L’Aquila c’è stato un grande applauso da parte del pubblico. Senza dubbio gli arrangiamenti di Valori sostanziati dalla più che valida Medit Orchestra (al suo interno Mike Applebaum, tromba e flicorno, che ha avuto anche spazi solistici) hanno contribuito a dare maggiore impatto a brani ben consolidati e conosciuti come “L’amante improvviso”, “Belle caviglie”, “Aria di te”, “Cuore grammatico”, “Orlando curioso” e “Dormi e sogna”. La Piccola Orchestra Avion Travel ha sempre funzionato ottimamente ma la Grande Orchestra Avion Travel (Avion Travel + Medit Orchestra) non l’ha fatta certo rimpiangere grazie alle qualità vocali di Servillo e a quelle strumentali “potenziate”.
Mi preme ricordare che Ada Montellanico nel corso della serata del 6 settembre – a nome della Federazione Il Jazz Italiano, ha letto un applaudito comunicato di sostegno al popolo di Gaza che si è concluso con le seguenti parole: “Che il nostro suono sia il contrappunto al silenzio. Che la nostra arte diventi resistenza e promessa di un mondo più giusto” (il testo integrale del comunicato lo si può leggere in questo blog nel settore “Parole di Jazz”).
La rassegna “Il jazz italiano per le terre del sisma” 2025 è stata coordinata e organizzata dall’associazione “Jazz all’Aquila”, promossa da istituzioni centrali e locali e da varie associazioni, sponsorizzata dalla SIAE e dal Nuovo IMAIE. Appuntamento al 2026 con i nuovi direttori e la città de L’Aquila capitale italiana della cultura.
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