Lo scenario – davvero unico e colmo di fascino – è quello del Colosseo visto dalla terrazza del Parco del Celio. Difficile immaginare uno spazio più incantevole per una rassegna come “Jazz&Image Live@ Colosseo Festival”, organizzata per la sua quinta edizione da Alexanderplatz Jazz Club con Zètema Progetto Cultura e sotto l’egida del comune capitolino nell’ambito dell’Estate Romana 2025.
Ciò che è stato formidabile il 2 settembre sera, oltre allo spazio e alla fruibilità gratuita, è stata la musica di un quintetto europeo guidato dal contrabbassista-compositore-didatta Riccardo Del Fra. Romano di nascita e formazione ma parigino da decenni, Del Fra ha iniziato la sua carriera giovanissimo con Chet Baker che ha accompagnato per otto anni e con cui ha inciso dodici album. La vicenda internazionale con il trombettista americano gli ha aperto le porte del jazz ai massimi livelli (collaborazioni da Johnny Griffin a Kurt Rosenwinkel) e dal 2004 fino al 2024 è stato ai vertici del Conservatorio National Supérieur de Musique e de Danse de Paris, dove aveva iniziato ad insegnare dal 1998. Tale importante impegno non ha impedito a Riccardo Del Fra una ricca produzione compositiva, concertistica e discografica e tra le sue opere vale la pena di ricordare “Sky Changes” (per il sax di Dave Liebman e l’Ensemble Intercontemporain, diretto da Susanna Mälkki), “Mistery Galaxy” (per quintetto jazz e orchestra sinfonica) e il più recente “Une Folle Allure” (per tre solisti ed ensemble d’archi).
Le informazioni biografiche servono, in questo caso, per inquadrare un musicista di statura internazionale la cui presenza in Italia sta aumentando con progetti originali, ospitati spesso dall’Alexanderplatz. Il quintetto con cui ha suonato a Roma, si diceva, ha dimensione europea perché prevede i giovani jazzisti italiani Enrico Zanisi (eccellente pianista di formazione sia classica che jazz) ed Alessandro Marzi (batterista ricercato ed apprezzato; con loro il contrabbassista ha iniziato a collaborare un anno fa), cui si aggiungono il trombettista di Berlino Bill Petry (apprezzato per il suo lirismo, musicista di caratura continentale) e il sassofonista tenore di Parigi Pierre Carbonneaux (dalle conoscenze strumentali enciclopediche e dalla forte ispirazione, su una base coltraniana ma non solo). Con questi ultimi young lions, Riccardo Del Fra suona spesso sia in Francia che in Germania.
Un gruppo così titolato, internazionale ed intergenerazionale, ha proposto un repertorio – arrangiato in maniera fuori dal comune dal contrabbassista – che poteva facilmente sfociare nel “manierismo sonoro”, trattandosi di un Hard Bop Fever Quintet. Non in questo caso, perché l’itinerario offerto (brani di Wayne Shorter, Horace Silver, Carmichael/Mercer, Hank Mobley, Benny Golson, Rodgers/Hart, Jerome Kern) ha sondato il repertorio dei compositori dell’hard bop 1950-’60, ed alcuni standard, in modo inedito. Nessuna faciloneria da jam-session, arrangiamenti accurati ed efficaci, una rilettura di autentici capolavori (da “Strollin’ ” a “Funk in Deep Freeze”, da “Along Came Betty” a “One By One”) effettuata in modo ispirato, instillando nelle parti solistiche quanto il linguaggio jazz ha prodotto nei più recenti decenni. Si aggiungano la garbata e colta narrazione da parte di Riccardo Del Fra e il feeling davvero intenso tra i tutti i musicisti per capire la qualità di una musica sì di repertorio ma non “musealizzata”: al contrario, restituita nella sua autentica vivezza e vivacità.
Articolato in due set, il recital ha offerto undici brani, ben tre di Shorter, uno dei geni compositivi del jazz. Alcuni pezzi sono serviti per mettere particolarmente in luce i solisti: “Skylark” per il tenore inquieto e policromo di Carbonneaux; “Along Came Betty” per il piano ‘classico’ di Zanisi (un po’ penalizzato dall’amplificazione, nel complesso più che valida); “My Funny Valentine” per la poetica tromba di Petry. Del Fra, dal canto suo, si è riservato pochi quanto efficaci spazi solistici ma dal suo contrabbasso sono scaturiti grande energia, intenso feeling, forte passione, un suono unico (ora possente, ora delicato) e soprattutto la guida sapiente e maieutica dell’intero gruppo. Una firma sonora inconfondibile.
Senza soffermarsi su tutti i brani eseguiti in concerto, se ne mettono a fuoco un paio in particolare, che sono stati suonati uno dopo l’altro: “Witch Hunt” di Wayne Shorter e “My Funny Valentine” di Rodgers & Hart, resa immortale da Chet Baker. “Witch Hunt” ha sessant’anni perché risale al 1965, quando fu pubblicata nell’album Blue Note “Speak No Evil”. Nonostante ciò è un pezzo modernissimo il cui tema ha una forza e una tensione esplosive: poche note, cariche di senso e di energia, ripetute con piccole variazioni distribuendo i suoni nello spazio e nel silenzio. Questo vibrante “tesoro compositivo” (Del Fra ha parlato di una “fantastica eredità compositiva”, riferendosi a Shorter) ha ispirato con forza il quintetto: la tromba di Bill Petry si è orientata verso un linguaggio ermetico-davisiano; il tenore di Carbonneaux si è sintonizzato su quello di Wayne Shorter, giunto fino agli anni Duemila inoltrati, enigmatico e imprevedibile, mai stereotipo; Zanisi ha sfoderato un pianismo percussivo degno del miglior Herbie Hancock mentre Marzi, batterista di ottimo livello su tutti i brani, ha qui enfatizzato fraseggi spezzati e improvvise accentazioni, sulla visionaria scia di Tony Williams. Nessuna copia, sia ben chiaro, quanto un profondo lavoro di riassimilazione e appropriazione. In “My Funny Valentine” (che risale al musical “Babes in Arms” del 1937 ed ha avuto centinaia di interpretazioni) l’atmosfera è completamente cambiata, dalla tensione al lirismo struggente. C’è una lunga parte iniziale, a tempo libero, per pianoforte e tromba, in cui il solista berlinese ha svettato per ispirazione e sensibilità. Poi una seconda sezione a tempo morbidamente scandito, con un bel solo di piano, sempre mantenendo l’atmosfera onirica del pezzo (e Del Fra magistrale, dopo aver suonato chissà quante volte l’iconica ballad con Chet Baler).
Questi due brani rappresentano – a livello emotivo ed esecutivo – due modi e due mondi complementari dell’essere e del divenire jazzistico: la forza ritmica e quella melodica, due idee del tempo diverse, una gamma di sensazioni quasi opposte. Offrirle in sequenza è una maniera per illuminare le valenze e la storia del jazz nel giro di una manciata di minuti.
Il concerto è stato applaudito da un folto pubblico che, dopo la brillante sigla conclusiva “United” (sempre di Shorter), ha chiesto ed ottenuto il bis, “I’m Old Fashioned” di Jerome Kern. Il recital del gruppo di Riccardo Del Fra è stato introdotto da Eugenio Rubei, direttore artistico della manifestazione (nonché dell’Alexanderplatz Jazz Club e di varie rassegne). Ha fatto riferimento all’Estate Romana nelle sue varie stagioni – da Renato Nicolini a Gianni Borgna fino all’attualità – e alla collaborazione con il comune capitolino che ha voluto l’ingresso gratuito; lo spazio del Parco del Celio è stato rilanciato e riqualificato dagli organizzatori offrendo un “servizio” alla città, apprezzato come dimostrano le numerose presenze al “Jazz&Image Live@ Colosseo Festival 2025”. Iniziato in agosto si protrarrà fino al 15 ottobre: molti i concerti di jazz e musica afroamericana (in particolare al blues) più la rassegna “il Suono delle Parole” – curata da Valeria Saggese – che ospita presentazioni librarie con autori ed autrici. Gli spazi di ristorazione e bar garantiscono la migliore visione dei concerti, comunque fruibili in tutta l’area del Parco del Celio.
