Il “rinascimento creolo” del pianista Aruan Ortiz: nuovo album e una lunga conversazione con l’artista cubano

Aruan Ortiz in uno scatto di Luca A.d'Agostino / Phocus Agency copyright (San Vito al Tagliamento, 21/03/2025, Teatro Arrigoni - San Vito Jazz 2025)
Tempo di lettura: 7 minuti
Il solo piano, il flamenco criollo, la composizione e le collaborazioni: dalla Négritude a Black Lives Matter, Ortiz si racconta come musicista e come intellettuale

Aruan Ortiz lei a marzo-aprile 2025 ha suonato in piano solo in città e rassegne italiane (Bergamo, San Vito al Tagliamento, Firenze, Napoli, Bologna, Castel S.Pietro Terme). Ha soprattutto registrato un nuovo album in solo piano per la Intakt intitolato “Créole Renaissance – solo piano” è uscito il 29 agosto. Qual è, oggi, il messaggio della suo solo performance?

Il mio primo piano solo, e primo album in assoluto, è del 1996. Si intitolava “Impresión Tropical”, inciso a Madrid per la Magic Music (Universal Latino). Ero molto giovane e c’era tanta musica cubana, danzon… Se confronta quell’album del 1996 e “Cub(an)ism” del 2017 (Intakt) i due dischi sono collegati tra loro, il modo di sentire è simile.

Più che “Cubanism” è “Cubism”: nel ‘17 ero molto dentro al cubismo. Picasso, Braque ed altri pittori di quella scuola: sono stati una delle fonti di informazione più importanti per me per creare i brani, decostruire e ricostruire la musica, usare i ritmi cubani e girarci attorno. I ritmi identificano la cultura folclorica cubana ed io li decostruisco, estraggo da essi delle sezioni parziali, dei frammenti che riorganizzo.

Vengo da Santiago de Cuba e sono stato molto influenzato dalla musica di quella zona ma sono andato oltre: ho studiato le aree intervallari, la dodecafonia… Adesso, basandomi su queste influenze, mi spingo più lontano. Ho fatto due anni di ricerca riguardanti il movimento della “Négritude” e della “Créolité” del poeta della Martinica Aimé Césaire, la sua rivista “Tropiques” (1941-’45), i surrealisti e gli esistenzialisti francesi (Jean-Paul Sartre), Léopold Sédar Senghor. Ho creato, in tal senso, un nuovo progetto che si chiama “Reimagining Tropiques: Then and Now” per trio (con il cantante e percussionista Anïs Maviel, n.d.r.) e la prima ci sarà a novembre 2025.

Sono stato molto assorbito ed influenzato da questa ricerca e mi sono interrogato su come questo movimento della “Négritude”, nato in Martinica e nelle isole caraibiche di lingua francese, fosse connesso con Cuba – con il Grupo de Renovación Musical (1942-1948, guidato da José Ardévol; n.d.r.). – e con il Messico, di lingua spagnola, e avesse creato una dimensione panamericana. Ci sono state connessioni, che ho studiato, tra l’ideologia del surrealismo e il manifesto di André Breton (che era in contatto con Césaire e con “Tropiques”) con il movimento di poeti e scrittori cubani come Nicolás Guillén e Alejo Carpentier. Per me è come si fosse creata una “struttura” che integrava discorsi artistici e discorsi musicali. Come se ci fossero lingue differenti in una conversazione: spagnolo, francese, inglese, creolo. Così con il pianoforte io attingo a diversi vocabolari (jazz, musica classica e afrocubana…). Li metto in relazione nel mio processo creativo; ci sono tante influenze diverse che vanno e vengono in quello che faccio oggi, ma la mia principale strada è la creatività, l’improvvisazione.  

Ci vuole parlare del suo progetto “Flamenco Criollo Ensemble. The roots and the travels of Flamenco from Spain to Cuba and return…”? Lo ha presentato in Italia al Torino Jazz Festival nell’aprile scorso.

Ho studiato la musica del Medio-Oriente e del Nord-Africa e ci sono melodie e maqam che connettono varie aree. Esiste una musica andalusa protoflamenca ricca di africanismi che ha viaggiato con le navi, partendo dal porto di Cadice verso il Nuovo Mondo, in un “itinerario melodico” che ha toccato la Colombia, il Messico, il porto di Vera Cruz, il porto di Cuba… melodie che si sono arricchite di ritmi afrocubani.

Non si dimentichi che attraverso il flamenco arriviamo al “cante hondo” che costituisce la sua vera radice, la sua tradizione da Siviglia fino a Cadice. Io ho avuto il privilegio di collaborare con Ismael de la Rosa, artista del flamenco che ne conosce i vari stili i quali raccontano storie riguardanti le melodie che vanno e vengono. Nel mio progetto si mettono in luce le influenze afrocubane, il modo di cantare, il modo di danzare, ciò che si è unito nell’isola di Cuba, gli africanismi nel flamenco. “Flamenco Criollo” è la celebrazione di un viaggio e di un linguaggio multiculturale, in forme musicali che si trasformano l’un l’altra, vanno nel Nuovo Mondo e tornano in Europa.

Lei è un apprezzato compositore ed ha ricevuto nel 2024 l’Hermitage Fellow e il Guggenheim Fellow in Music Composition. Quest’anno (2025) è stato insignito dell’American Academy of Arts and Letters’s Goddard Lieberson Fellow in Music Composition. Lavora su colonne sonore, coreografie, partiture per organici classici…

Sono cose differenti. Ho un approccio narrativo. Conosco il mio modo di procedere: faccio ricerca prima e poi posso comporre. Sono spesso ispirato e motivato dalla storia su cui devo scrivere musica. Faccio come una sorta di soundtraking della vicenda che sto raccontando. Accade per i film: studio la pellicola, i personaggi ed immagino un’identità melodica, che sviluppo, per ciascuno dei personaggi stessi. Per la danza è differente: i musicisti sono in scena, ci si muove nello spazio, servono specifici ritmi e scansioni per i movimenti dei ballerini. Ho scritto per il coreografo José Mateo e il suo Ballett Theater e attualmente sto lavorando ad altre cose per lui.

Scrivere per gruppi da camera o per ensemble classici più vasti per me è la stessa cosa. Uso un bel po’ di tradizione afrocubana e afrocaraibica, materiale sonoro che è per me naturale. Ho presentato una composizione intorno alla memoria della comunità afrodiasporica; la prima mondiale è stata nel febbraio 2023 con The Harlem Chamber Players a New York (Shomburg Center, nell’ambito del Black History Month, n.d.r.). Il pezzo riguarda tutti coloro che sono stati prelevati dall’Africa, mantenendo il ricordo della terra natale trasformato per adattarsi alla nuova realtà. Per “Episodes in an Unforeseen Departure” ho scritto partiture che prevedevano strumenti a percussione afrocubani e anche classici (flauto, piccolo, clarinetto, piano, archi; n.d.r.). Ho scritto musica da camera ma sempre ci sono elementi afrocubani, sono come astrattizzati ma provengono dalla mia identità artistica, la mia individualità che è connessa con la mia cultura.  Uso sempre dei framework europei, il sound della musica classica, al fine di raccontare una storia che è abitualmente afrodiasporica. 

Lei è stato, tra l’altro, ispirato dalla figura, le parole e le idee di Martin Luther King. Come ha trasformato la complessità del reverend King in una suite per cinque strumenti, “Pastor’s Paradox” (l’album che la documenta è stato pubblicato dalla Clean Feed nel 2023)?

In primis mi sono basato sul suo discorso “I’ve a Dream” ma il progetto è anche connesso con l’evoluzione politica di Martin Luther King e con il suo attivismo, alla ricerca di una ‘chiave’ che leghi vari episodi della sua vita: la marcia su Washington (“The March on Washington for Jobs and Freedom”, 1963), i suo famosi discorsi come quello di Memphis (“The Drum Major Istintct”, 1968) e il suo assassinio al Lorraine Motel. Nel progetto ho combinato queste vicende e le ho fatte crescere … Le ho usate come un canovaccio, un framework. C’è anche il feeling con ciò che resta di quel tempo, e questo è importante per me. Cosa sentiamo e avvertiamo ora? Conosciamo la resistenza e la resilienza della comunità nera? E ogni mio brano è basato su questo…

In “I’ve A Dream” e in altri discorsi Martin Luther King è stato molto lirico ma anche molto ‘griot’, rispecchiando la realtà. Si pensi all’importanza di slogan come “No freedom, no peace”, al legame con l’azione del movimento Black Lives Matter che si è molto sviluppato dopo l’assassinio di George Floyd nel 2020. Ho presentato la composizione “Pastor’s Paradox” nel 2021 al South Dallas Cultural Center e alla Booker T. Washington High School for the Performing and Visual Arts; ho lavorato con gli studenti per una settimana sviluppando il discorso sull’importanza dell’arte nel movimento di liberazione. Sono, in fondo, uno storyteller.

Mr. Ortiz, mi risulta che ha registrato circa sedici album come solista e circa trenta come sideman. Tra i tanti nomi ha collaborato con Wadada Leo Smith, James Brandon Lewis, Oliver Lake, Hamiet Bluiett, Rufus Reid, Reggie Workman … Tra le sue numerose collaborazioni, quali ritiene essere state fondamentali?

Oltre agli artisti che hai indicato ho lavorato e fatto tour con Wallace Roney e con lui ho sviluppato il concetto di cosa voglia dire suonare in un gruppo. Quello che mi interessa di più è il sound e il progetto di una band. Deve essere basato sul rispetto, che è molto importante, su una concezione della musica adatta a sviluppare un suono unico, ascoltandosi l’uno l’altro e contribuendo al discorso collettivo, come succede nel quartetto di James Brandon Lewis. Mi interessano i confini stilistici, i punti di vista eccentrici…  Ho lavorato con Wadada Leo Smith, Oliver Lake, Henry Grimes, William Parker, Adam Rudolph… Sono state esperienze davvero fantastiche per me. Anche i dialoghi sono stati molto importanti, per esempio con Muhal Richard Abrams.

Un’ultima domanda. Nel 2013 Lei è stato in Italia per un breve periodo, in particolare alla “Percento Musica” di Roma. Ha anche composto il brano “Collage” per la YouMe Orchestra e il Milena Zullo Ballet, con performance alla Casa del Jazz, sempre a Roma. Cosa ricorda di queste esperienze italiane?

Sono state fantastiche, io vivevo in Italia. Ho insegnato per un breve periodo, in estate, attraverso un mio amico, il chitarrista Luca Nostro che era docente a Percento Musica. Ho incontrato Luca attraverso Fabio Zeppetella. Ho suonato con Fabio grazie ad un promoter originario di Palermo, Totti Canistraro, e grazie a lui ho tenuto concerti al Club Alexanderplatz a Roma, con Fabio, Dario Deidda e me stesso, in trio: sono state tre belle serate. Con Luca siamo diventati amici e mi ha invitato come insegnante a Percento Musica per una settimana. Luca era impegnato in un progetto europeo che riguardava varie scuole dalla Polonia, dai Paesi Bassi… Io sono stato coinvolto a collaborare a questo progetto e ho scritto per la Milena Zullo Dance Company, ho composto per gli studenti del progetto. Li abbiamo messi insieme, hanno provato e poi suonato alla Casa del Jazz – Summer Festival – e qui c’è stata la première per il pezzo che avevo scritto per Milena Zullo Dance Company, per la coreografia (“Collage”, n.d.r.). Fu fantastico, una sfida. Sono stato anche coinvolto in un’altra coreografia per il José Mateo Ballet Theater, “Pagano or No” (registrato nell’album “Santiarican Blues Suite”, Sunnyside Records 2012, n.d.r.). È stato bello…

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