Festival del Jazz Monte Mario ‘Massimo Urbani’: edizione 2025, da Pasquale Innarella a Massimo Wertmüller

Il Pasquale Innarella Quartet con (da sinistra) Emanuele Parrini, il leader, Ermanno Baron; seminascosta da Innarella, Silvia Bolognesi di cui si vede il contrabbasso. Foto di Luca Marino
Tempo di lettura: 6 minuti
Nel ricordo del grande e indimenticato altosassofonista romano, un’articolata iniziativa con incontri, concerti, attività

A fine giugno (27-28-29) si è tenuto con successo il “Festival Jazz Monte Mario Massimo Urbani”, tre pomeriggi-serate dedicate al grandissimo jazzista, alla musica e ad iniziative nel quartiere romano, con – tra l’altro – DJ set e Live Painting.

La rassegna (curata da Patrizia Messina e Valentino Saliola), si diceva, ha avuto un buon riscontro – nella sua collocazione interna al Parco di S.Maria della Pietà – sia da parte dei residenti che di appassionati, studenti di musica, giovani. Ciò che è, inoltre, importante sottolineare è come il Municipio XIV (Roma Monte Mario) abbia tangibilmente investito –  dopo anni di incertezze – sul festival dedicato al sassofonista Massimo Urbani in una prospettiva di ulteriore sviluppo. Ciò è collegato a progetti ampi che prevedono la riqualificazione dell’area dell’ex-ospedale psichiatrico (tra cui la trasformazione del padiglione 31 in Biblioteca Comunale con i lavori già in corso).

Del resto il festival è stato organizzato con l’attiva collaborazione e partecipazione di varie strutture/istituzioni capitoline: il caffè letterario, l’associazione MUJIC (che da anni perpetua e diffonde la memoria di Max), Saint Louis College of Music e IMusic School Rome, Helikonia Produzioni Musicali ed Eventi, Unity Danceschool, Bufala eat (Food & Drink by). Le attività pomeridiane si sono, infatti, incentrate su visite guidate al quartiere (Spazio Libero Vivere Roma), presentazione di libri (“Roma fuori dal centro” di Alessandro Dall’Oglio e Marina Giustini), di associazioni (MUJIC, con Luca Marino, Massimo Quattrini e l’attore-regista Andrea Tidona che ha parlato della sua pièce teatrale “Go Max Go”, tratta dall’omonimo libro di Paola Musa) nonché di scuole (IMusic di Angelo Schiavi). Le tre serate sono state presentate dal noto, e apprezzato, storico del jazz-critico musicale Vincenzo Martorella con concerti vari ed ospiti (Indaco, Massimo Wertmüller e Greg).

In cartellone ci sono stati il quintetto del chitarrista Michele Frasca (Martino Vanin, Marcello Tirelli, Vittorio Pagano, Lorenzo Feltoni), il gruppo di Maurizio Urbani, fratello di Massimo (Mauro Verrone, Stefano Sabatini, Enrico Mianulli, Max De Lucia), il duo Sacred Times (Martha Deribe, Simone Maggio), il Pasquale Innarella quartet (Emanuele Parrini, Silvia Bolognesi, Ermanno Baron), Angelo Schiavi & Young Vibes, il pianista Cesare Panizzi con il suo trio (Giulio Scianatico, Gianluca Vescovini), il quartetto del pianista Andrea Zanchi (Danielle Di Majo, Andrea Avena, Massimo D’Agostino).

Fermo restando il livello significativo di tutti gli appuntamenti, quello di sabato 28 giugno è apparso il più denso, anche per la presenza di un numeroso pubblico nonostante il caldo torrido. La serata si è aperta in maniera riflessiva ed intimista con il duo composto dalla vocalist Martha Deribe – giovane cantante della scena romana – e dal pianista Simone Maggio: attivo professionalmente dal 2004, musicista di area contemporanea e jazz dalle molte collaborazioni per teatro, installazioni artistiche e multimediali. L’anno scorso i due hanno registrato l’album “Sacred Times” (AMP Music & Records) di cui hanno riproposto il repertorio al Festival Jazz Monte Mario Massimo Urbani, a parte il bel brano di Tony Scott “Misery (to Dark Lady)”, dedicato a Billie Holiday.

La formula – o per meglio dire l’approccio alla sonorità e la modalità espressiva prevalente – di Deribe e Maggio prevede un elaborato, raffinato e interattivo accompagnamento pianistico che privilegia tempi lenti (a volte liberi), dalle larghe trame, con arpeggi e brevi passaggi solistici. In questa “cornice” la voce predilige un canto pausato, quasi introspettivo, con una “lettura” dei brani piuttosto intimista. “Nardis” e “Blue In Green”, celebri brani di Miles Davis, vengono così trasformati e come rallentati, grazie anche – nel primo – al testo scritto dalla vocalist. La formula si ripete per vari materiali, da “Left Alone” di Mal Waldron a “River Man” di Nick Drake; su disco funziona, dal vivo e, soprattutto, all’aperto meno. In un teatro o in un club, con qualche parola di presentazione, avrebbe senz’altro avuto più presa, pur se il pubblico generico della rassegna romana non ha lesinato attenzione ed applausi. Apprezzabile il brano originale (musiche di Maggio e testi – in inglese e italiano – della Deribe) “Mom”: più espressivo e personale nella ben descritta dialettica di “amore-odio”. Un duo, comunque, da seguire nel suo cammino.

Prima del Pasquale Innarella Quartet, c’è stato l’intervento di Vincenzo Martorella, nella sua veste di presentatore, che ha introdotto varie figure (dall’artista Simona Sarti al presidente del XIV municipio Marco Della Porta) e presentato l’attore Massimo Wertmüller. L’ospite speciale della serata è stato premiato – per la sua carriera professionale e per il suo impegno nella società – con un’opera della Sarti (realizzata in cooperazione con Alessandra Degni) ispirata al sampietrino romano (“il sercio d’oro” come ha spiritosamente detto l’attore, senza minimizzare ma come schermendosi per il riconoscimento). La presenza di Wetmüller è stata viva e coinvolgente, dato che ha preparato un testo apposito che ha letto al pubblico, un testo in cui ha parlato del padre Enrico, fratello della regista Lina, e del suo rapporto con il jazz che ha fortemente influenzato il giovane Massimo.

Enrico Wertmüller, ha narrato l’attore in modo scorrevole e sentito, è stato un ottimo pianista jazz ma il suo primo – e alienante – lavoro era un altro che lo portava a deprimersi e a bere. In ogni caso quando il padre suonava, nel tempo libero, la musica fluiva gioiosa e liberatoria e il jazz – quello di “Stardust” o di “On the Sunny Side of the Street” – si trasformava in una fuga positiva dalla realtà, una fuga colorata e costruttiva. Dal jazz del padre, e dal suo interplay, Massimo Wertmüller ha imparato la teatralità, lo stare insieme, il fare gruppo… tutti valori positivi che si irraggiavano dal jazz paterno che creava socialità e divertimento. La pratica del jazz, in poche parole, rappresentava l’aspetto più solare, creativo e comunicativo del padre Enrico e, tout-court, della musica e della vita. Una grande lezione per il futuro attore che ha comunicato, all’attenta e plaudente platea del festival, la sua esperienza.

La serata si è conclusa nel modo migliore con uno spettacolare concerto del quartetto del saxtenorista Pasquale Innarella che ha suonato con uno “special group” forte del prezioso batterista Ermanno Baron (tra i più ricercati sulla scena nazionale: membro del MAT trio e collaboratore, tra gli altri, di Ada Montellanico, Marco Colonna, Francesco Negro e dello steso Innarella) e di due jazzisti toscani di altissimo livello. La contrabbassista, leader, compositrice e didatta Silvia Bolognesi (ha da poco pubblicato un album dedicato a Duke Ellington ed un altro a Gil Scott-Heron, con Eric Mingus; nota negli USA e membro dell’Art Ensemble of Chicago) ed Emanuele Parrini, la cui carriera è iniziata a fianco di Tony Scott e si è sviluppata attraverso vari progetti tra cui l’Italian Instabile Orchestra e il Dinamitri Jazz Folklore. Innarella (sassofonista la cui lunga attività si è sempre ispirata al jazz d’avanguardia con esperienze fondamentali nei festival “Controindicazioni” e “Orsara Musica”, apprezzato leader anche di formazioni giovanili come la Rustica X Band e l’Orchestra (Jazz) che vorrei) ha condotto il supergruppo in un concerto colmo di passione, intensità, interplay, colori e ritmi.

Si è partiti dal coltraniano “Lonnie’s Lament”,  proposto proprio perché insegnato da Massimo Urbani al giovane Innarella. Il recital è proseguito con due composizioni di Parrini, violinista dalla tecnica eccelsa (con l’arco, in pizzicato, suonando lo strumento ad accordi) e dall’ispirazione vivida e originalissima, anche nei temi. Suoi “Blues P.B.” – costruito su un ossessivo pedale di contrabbasso, pezzo in cui viene citato Albert Ayler, musicista fondativo anche per il leader – e “Ibaku Iumoku”. È il nome, in giapponese, degli alberi sopravvissuti alle bombe di Hiroshima e Nagasaki, esempio di grandissima resistenza: il brano, partendo da una sezione fortemente improntata alla ricerca timbrico-sperimentale, si dipana poi con un tema dolente e delicato – quasi piangente – sviluppato dagli assoli di sax tenore, contrabbasso e violino. Un assolo, quello di Parrini, pensoso e pensato, quasi parco ma di palpabile e comunicativa espressività. Il leader – con il suo sassofonismo irruento, generoso e passionale – ha proposto dei propri brani a tempo veloce quali “Squat” – evidente e citata l’influenza dell’Art Ensemble of Chicago – e “Irpinia Song”, dalla scansione e dal piglio eredi di Ornette Coleman. Del suo storico partner Don Cherry è stato eseguito dal quartetto “Mokti” sempre con l’apporto quintessenziale del contrabbasso (possente) di Silvia Bolognesi e della batteria (fantasiosissima) di Ermanno Baron.

I due straordinari bis sono stati dedicati alla memoria del batterista sudafricano Louis Moholo, statuaria figura di jazzista e di militante antiapartheid, morto il 13 giugno. Con la danzante “IGQ”, scritta dal contrabbassista Johnny Dyani, e l’epica e dolente “You Ain’t Gonna Know Me Because You Think You Know Me”, opera del trombettista visionario Mongezi Feza, si è conclusa una serata all’insegna di una visione del jazz come musica dialogante con la società, testimone e contraltare di quanto accade nel mondo (specialmente in questo periodo bellico così grave e luttuoso).

Penso che a Massimo Urbani i concerti sarebbero piaciuti…

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