Concluso il primo mese (giugno) della rassegna romana “Summer Time” (direttore artistico Luciano Linzi, produzione Fondazione Musica per Roma), presso il parco della Casa del Jazz, il bilancio è senz’altro favorevole. Vari concerti hanno registrato il ‘tutto esaurito’ – dall’omaggio a Chet Baker a quello a Lucio Battisti – con un’affluenza di pubblico notevole; soprattutto, ciò che è risaltato è l’ottimo stato di salute del jazz italiano i cui artisti hanno dominato il cartellone, con l’eccezione della cantante-pianista cubana Jany McPherson e del pianista statunitense Emmett Cohen. A luglio-agosto i ruoli, almeno a livello di programmazione, sono invertiti con una maggioritaria presenza di jazzisti internazionali – da Branford Marsalis ad Ambrose Akinmusire – e una rappresentanza di quelli nostrani (Enrico Rava Fearless Five, Quintorigo con John De Leo, la Medit Orchestra di Angelo Valori, J.Girotto/F.Bosso, Raphael Gualazzi, Danilo Rea con l’Orchestra Nazionale Jazz Giovani Talenti guidata da Paolo Damiani, Enzo Favata, Avion Travel).
Complesso seguire tutti i recital ma i quattro a cui ho assistito hanno denotato notevoli e originali capacità a livello improvvisativo, compositivo, interpretativo, di arrangiamento in organici molto diversi, dal duo all’ensemble di dodici elementi. Antonello Salis/Paolo Angeli e la Lydian New Call diretta da Riccardo Brazzale (18 giugno), il supergruppo con Peppe Servillo-Javier Girotto-Fabrizio Bosso-Rita Marcotulli-Furio Di Castri-Mattia Barbieri (nell’omaggio battistiano “Pensieri e parole”, 27/6), Bruno Tommaso con il Barga Jazz Ensemble (29/6) hanno dato voce e spessore – ad altissimo livello – a diverse generazioni e poetiche dei jazzisti italiani. Prima di parlarne è, tuttavia, importante mettere in luce la giornata-serata del 24 giugno.
In mattinata la sala concerti della Casa del Jazz è stata ufficialmente intitolata al Maestro Armando Trovajoli, compositore italiano di valore internazionale – noto soprattutto per le sue colonne sonore – e “figura chiave nel panorama jazzistico”. La cerimonia, all’interno delle iniziative che celebrano il ventennale dell’istituzione sonora capitolina, ha visto la presenza del sindaco di Roma Roberto Gualtieri, dell’assessore alla cultura Massimiliano Smeriglio, della presidente della Fondazione Musica per Roma Claudia Mazzola e dell’AD della medesima, Raffaele Ranucci. Sono stati altresì presenti – oltre ai giornalisti e ad un pubblico di invitati – Mariapaola Sapienza, moglie del Maestro Trovajoli, e i jazzisti Roberto Gatto, Enrico Pieranunzi e Rosario Giuliani. In serata sul palcoscenico di “Summer Time” è stata presentata la nuova versione, dopo venticinque anni, di “Plays Rugantino”, il progetto-album di Roberto Gatto di omaggio alle musiche del Maestro per la celebre commedia musicale, con arrangiamenti di Paolo Silvestri ed un tentetto jazzistico con, tra gli altri, Pieranunzi e Giuliani (che hanno a lungo collaborato con Trovajoli in studio di registrazione).
E veniamo ai recital. Dopo svariati anni il piano e la fisarmonica di Antonello Salis, oggi 75enne, hanno reincontrato la chitarra sarda preparata del 55enne Paolo Angeli. Il loro primo meeting risale al 1999, l’unico album in duo (“Ma’ri”) al 2002 mentre per un certo periodo – con l’apporto di Gavino Murgia e Hamid Drake – hanno portato avanti il quartetto “Giornale di bordo”. Nessuna prova ma un feeling immediato ed “elettrico”, una scintilla d’intesa che scocca in un magmatico flusso sonoro. Salis alterna il piano (nel suo caso utilizzato anche “dentro” la cordiera e come strumento percussivo) e la fisarmonica – che ha sempre accenti più popolari – mentre la ricchezza della chitarra sarda preparata di Angeli gli consente un’ampia tavolozza acustico-elettronica. Lo strumento (un unicum) gli permette di suonare con le dita e con l’archetto, di creare bordoni e fraseggi, di distorcere il suono e inserire campionamenti di voci e altri effetti. Nel fluire della performance si riconoscono – a volte per pochi secondi, altre per tempi più ampi – “Dear Prudence” (dal “White Album” dei Beatles, 1968), “Deus ti salvet Maria” (uno dei canti sardi più eseguiti e conosciuti nell’isola e in continente) e, nel bis, una citazione della beatlesiana “Michelle” (da “Rubber Soul”, 1965). Quello che conta e affascina, però, è il percorso improvvisato e interattivo che Salis ed Angeli compiono, quella libertà celebrata in coppia che li porta ad esplorare ritmi e timbri, sonorità e memorie sonore, presente e passato.
Completamente diversi i presupposti della musica del Lydian New Call, l’ensemble di dodici elementi guidato da Riccardo Brazzale (direttore, compositore, arrangiatore, studioso, docente, organizzatore). Passati trentacinque densissimi anni dirigendo la Lydian Sound Orchestra (che ha prodotto molti e apprezzati album, ottenuto riconoscimenti e rappresentato un “modello” virtuoso e creativo nell’ambito delle “medium band”), Brazzale ha deciso di rifondare l’ensemble con giovani jazzisti, già in carriera, ed un repertorio nuovo per quanto ricco di riferimenti. Ho già ascoltato la Lydian New Call nella sua prima uscita pubblica (in maggio, al festival “Vicenza Jazz New Conversations”) e la performance romana è risultata superiore, anche perché il gruppo era reduce da un paio di giornate intense tra prove e sedute di registrazione per il primo album, che sarà pubblicato nel 2025 dalla Parco della Musica Records.
Il recital a “Summer Time” ha avuto – come suo “baricentro” – la dimensione ritmica in quanto forza strutturante, con brani – tra gli altri – di Paul Motian, Monk ed Ornette Coleman. In distribuzione circolare davanti al suo carismatico direttore, con una disposizione funzionale alla tessitura timbrica dei brani, la Lydian New Call ha intrecciato le voci, strumentali e non, di Gaia Mattiuzzi (canto), Manuel Caliumi (sax alto e soprano), Giovanni Fochesato (sax tenore), Giulia Barba (sax baritono e clarinetto basso), Michele Tedesco (tromba e live electronics), Glauco Benedetti (tuba, trombone), Marcello Abate (chitarra elettrica), Nazareno Caputo (vibrafono), Salvatore Maiore (violoncello), Federica Michisanti (contrabbasso) e Bernardo Guerra (batteria).
Un ottimo ensemble che, attraverso parti d’assieme arrangiate in modo originale e spazi solistici in sintonia con il lavoro collettivo, ha proposto “Azurka” (di Claudio Fasoli), It Should’ve Happened A Long Time Ago (di Paul Motian), “Ur-Blues” (di Brazzale, ispirato a “WRU” di Ornette Coleman), “Requiem for Our Mother” (ancora di Brazzale, ispirato al “Requiem” di Giacomo Puccini e dedicato ai bambini e bambine vittime delle odierne guerre), “On Piano Phase” (scritto e arrangiato dal chitarrista Marcello Abate, ispirato a Steve Reich) ed “Evidence” di Monk. Una formazione che parte da un significativo presente ed avrà un brillante futuro perché guidata da un musicista esperto ed entusiasta che sa valorizzare e sollecitare giovani jazzisti dalla forte personalità, aperti al dialogo e all’interazione come nello spirito più autentico del jazz.
“Pensieri e parole”, l’omaggio a Lucio Battisti confezionato sugli arrangiamenti di Javier Girotto, ha richiamato un foltissimo pubblico, dato anche il ragguardevole livello della band con, oltre al sassofonista di origine argentina, Peppe Servillo, Fabrizio Bosso, Rita Marcotulli, Furio Di Castri ed il 47enne, validissimo batterista Mattia Barbieri (già collaboratore in progetti quali “Memorie di Adriano” e “Uomini in frac”). Il mondo del jazz italiano ha più volte lavorato sul repertorio di Lucio Battisti, fin dal “Mi ritorni in mente” di Giorgio Gaslini (inserito nel 1972 nell’album “Una cosa nuova”, Produttori Associati), passando per il visionario omaggio collettivo di “Ci ritorni in mente” (1990, Gala Records) – dove jazzisti e interpreti pop si incontrarono felicemente – transitando ancora per gli album di Tiziana Ghiglioni (etichetta Philology, 2000) e concludendo con il libro-CD “Battisti in Jazz” (Elleu Multimedia, 2004) curati da Francesca Bellino.
Il lavoro di arrangiamento-rilettura realizzato da Javier Girotto (album appena prodotto da Parco della Musica Records, titolo “Pensieri e parole”) è completamente diverso rispetto a quanto realizzato in passato. Per apprezzarlo (o, quantomeno, valutarlo) bisogna “dimenticare” Battisti, nel senso che le sue interpretazioni non vanno ricercate nei nuovi arrangiamenti se non per un velato confronto. Girotto si è mosso in totale libertà essendo, per origine e formazione, lontano da qualsiasi coinvolgimento emotivo-generazionale-esistenziale. Il sassofonista e compositore di Cordoba (cfr.) ha agito, quindi, in piena autonomia creativa, tenendo ben presente i musicisti “esecutori” e giocandosi, in buona sostanza, due carte: la voce teatrale, unica, istrionica, a tratti ironica, recitar-cantante – ricca di registri gravi e note vibrate – di Peppe Servillo; nulla di più lontano da quella di Lucio Battisti ma proprio per questo adatta ad un omaggio “non replicante” con tutti i connessi rischi interpretativi. La seconda carta è stata quella del ritmo, visto che Girotto ha ampiamente sudamericanizzato i brani battistiani, dando loro un andamento ora incalzante ora suadente, sfruttando la poliritmia della chacarera argentina come dei ritmi caraibici, assecondato in modo esemplare dal “trio” Marcotulli (impeccabile negli ostinati, ispirata e lirica negli assoli), Di Castri (pregevoli le sue invenzioni solistico-melodiche), Barbieri (un propulsore fantasioso ed instancabile). Frequenti gli ostinati e i pedali utilizzati anche nelle parti tematiche, arrivando talvolta a variazioni armoniche (e, a tratti, melodiche). La scrittura per i fiati di Javier Girotto – presente in pochi, folgoranti assoli e con un profilo strumentale più di “servizio” che leaderistico – ha previsto brillanti e brucianti unisoni con la tromba smagliante di Fabrizio Bosso, cesure, passaggi armonizzati, rimandi-controcanti alla melodia.
In definitiva un lavoro paziente e certosino che ha rigenerato i brani di Lucio Battisti in una veste spesso del tutto nuova, dando ad essi brio e/o drammaticità, spingendoli su sentieri inediti. Tra i più vicini agli originali, relativamente parlando, “Il leone e la gallina”, “Io vorrei, non vorrei ma se vuoi”, “Pensieri e parole”, con “E penso a te”, pezzo utilizzato quale secondo, coinvolgente bis (dopo una ritmicamente scatenata “Perché non sei una mela”, con Girotto anche alle percussioni). Il repertorio più creativamente sudamericanizzaro ha visto “I giardini di marzo”, “Amarsi un po’”, “Il nostro caro angelo”, “Che vita ha fatto” (unica testimonianza della collaborazione Battisti-Panella), “29 settembre” (interamente strumentale), “Il mio canto libero” e “La collina dei ciliegi” in cui sax soprano e tromba si sono distinti in una serie di assoli a chiamata e risposta. Tutto il gruppo si è distinto per la profondità e la personalità dei contributi (sia solistici che di tessitura timbrica collettiva); in bell’evidenza Bosso capace di assoli “latini” travolgenti ed ispirati. Pubblico coinvolto e complice, grazie anche alla grande comunicativa di Peppe Servillo e alla sua consumata capacità di gestione del palcoscenico.
Altrettanto si può dire di Bruno Tommaso (compositore, arrangiatore, direttore, didatta, contrabbassista: personaggio fondamentale per la scena del jazz italiano ed europeo e per la formazione di tanti jazzisti, da Paolo Fresu a Roberto Spadoni). Ha presentato e guidato – in maniera carismatica, partecipata e impeccabile – il Barga Jazz Ensemble nel recital “Dagli Appennini alle Madonie” (omonimo l’album uscito a gennaio 2025 per la Caligola Records, registrato nel ‘23). Senza dubbio si tratta – come è stato scritto nei comunicati stampa – di un “immaginifico viaggio in jazz tra le musiche popolari della nostra penisola” e di una sorta di autoritratto del jazzista oggi 79novenne. Direi di più, dato che le dieci composizioni che si sono sentite – seguite da un pubblico attento e partecipe – rappresentano in pieno e a tutto tondo la poetica di Tommaso: quella di una musica – se volete chiamiamola jazz – che sa unire le lezioni di quella afroamericana alle forme della musica europea, comprendendone sia il versante “colto” che popolare ed esprimendo visioni critiche e consapevoli del nostro mondo e del suo percorso storico.
Gli Appennini sono quelli della Garfagnana dove dal 1986 si tiene un concorso per giovani compositori e arrangiatori con relativa big band, iniziativa a cui Tommaso ha attivamente contribuito e partecipato (insieme al fondatore del festival Barga Jazz, Giancarlo Rizzardi) dalla fondazione al 2013, quando ha passato la “bacchetta” a Mario Raja. Le Madonie, dove finisce il viaggio, sono quelle de “Alla solfatara”, quelle delle prime ricerche etnomusicologiche di Alberto Favara Mistretta che tra ‘800 e ‘900 trascrisse centinaia di melodie popolari della Sicilia Occidentale. Nel mezzo ci sono le moresche, il liscio, il blues, i canti devozionali sardi che si trasformano in latin-jazz, il caporalato e la tarantella, il contributo degli “Immigrati”, lo sfruttamento dei “carusi”, il basso ostinato, la didattica e la passacaglia; l’improvvisazione, l’arrangiamento e la composizione.
Ritengo si possa dire che dobbiamo a Giorgio Gaslini, Enrico Intra e Bruno Tommaso la produzione più elevata, originale e interessante di un jazz che unisce le radici afroamericane a quelle europee nella loro complessità (tra colto e popolare). In più Gaslini e Tommaso (che fu contrabbassista e collaboratore del Maestro milanese) hanno lottato e dato il via ad una didattica del jazz che è, a suo tempo, approdata in conservatorio e che Bruno Tommaso richiama ancora oggi a mantenersi “nuova” ed “aperta”, evitando i rischi dell’accademismo. Per la musica – così intensa, cangiante e piena di bellezza e pensiero – davvero le parole non bastano, merito anche di un nonetto eccellente di musicisti di varie generazioni e spesso allievi del leader (lo stesso del CD della Caligola, con l’eccezione di Nico Gori, sostituito da Michele Marini al sax alto e clarinetto). Vale la pena, ed è doveroso, citarli tutti, a partire da Alessandro Rizzardi (figlio di Giancarlo, oggi valente sassofonista soprano e tenore): Andrea Guzzoleni e Alessio Bianchi (trombe); Roberto Rossi (trombone; suoi alcuni degli assoli più toccanti); Rossano Emili (sax baritono e clarinetto basso); Andrea Mucciarelli (chitarra eletrica); Stefano Onorati (piano); Guido Zorn (contrabbasso) e Walter Paoli (batteria).
Si parlava di eccellenza del jazz italiano. Non sono solo parole…
