Davvero molte sono le modalità di sinergia fra riprese cinematografiche e musica di matrice afroamericana. Tra il 18 e il 19 giugno scorso a Roma si è avuta la possibilità di assistere, in rapida successione, alla proiezione (in seconda italiana) del documentario “La Cantina, altri appunti sul jazz”, con la regia del sassofonista Andrea Polinelli, e di un film (“Città Nuda”, progetto collettivo degli studenti del corso di Digital Video, condotto da Alessandro Carpentieri presso la Rome University of Fine Arts RUFA) sonorizzato dal vivo dal policromo trio Yôkai, con Marco Colonna (clarinetto basso), Fabrizio Spera (batteria) e Christian Maddalena (shamisen ed elettronica).
Due luoghi, due progetti, due pubblici: una serie di differenze ed affinità, di scarti e parziali convergenze tra due lavori che vanno oltre il recinto del jazz e raccontano – in maniera e con prospettive del tutto differenti – le città di Bologna e di Roma.
“La Cantina, altri appunti sul jazz” indaga quel luogo ipogeo che per molti decenni è stata la sede ideale, se non unica, del jazz in Italia e in Europa (si pensi alle caves parigine e londinesi, alla loro importanza per la scena musicale dei decenni dai ‘40 ai ’70). Anche se come regista risulta il sassofonista-compositore-autore, in realtà il progetto nasce da un trio di menti composto da Toni Lama, Stefano Landini e Polinelli il quale, dopo la scomparsa degli altri autori, si è assunto il delicato compito di portare a conclusione un lavoro-documentario di ideazione collettiva. Per di più “La Cantina, altri appunti sul jazz” completa un trittico che ha previsto precedenti ritratti di città jazzistiche, trittico comprendente “Compro oro – Vivere jazz vivere swing” (2015, regia di Marino Bronzino e Lama, soggetto di Toni Lama) sullo Swing Club di Torino (e dintorni) e “Cocktail Bar. Storie jazz di Roma, di note, di amori” (2019, regia di Stefano Landini e T.Lama), in parte incentrato sul jazz club Music Inn di Pepito Pignatelli. Questo terzo documentario, inoltre, dialoga – idealmente e realmente – con uno dei più originali e visionari prodotti cinematografici dedicati alla musica di matrice afroamericana quale “Appunti per un film sul jazz” di Gianni Amico (1965).
Fornisco subito altri dati tecnici, prima di passare ad una ricognizione sul documentario “bolognese”. “La Cantina” (durata 55 minuti) è stato prodotto da Roberto Gambacorta e Massimo Guermani per la RioFilm-LCN; montaggio di Anna Gallarati e Andrea Polinelli. È stato presentato in prima assoluta al “Torino Jazz Festival” (il 28 aprile scorso) e sarà ospitato il 7 novembre 2025 al Bologna Jazz Festival, presso il Museo della Musica.
A Roma è stata la Fonderia delle Arti ad ospitare la presentazione al pubblico e ai giornalisti (18 luglio, dalle ore 19.30), luogo di produzione culturale plurima che Polinelli ha contribuito a creare nel 2006. Il sassofonista-regista, pur nel rispetto delle idee di Lama e Landini, ha concretizzato il documentario seguendo un doppio filo: uno musicale (un concerto de suo gruppo registrato dal vivo al Camera Jazz and music club di Bologna, il 16 febbraio 2025) ed uno di racconto orale attraverso tante interviste e testimonianze. Il tutto montato in maniera sapiente con un uso alternato – ed espressivo – del bianco/nero e del colore, l’inserto (circoscritto ma efficace) di materiali di repertorio. Verso la fine del documentario diventa caratterizzante la ripresa di varie sequenze del film di Gianni Amico del 1965, dall’arrivo dei musicisti alla stazione di Bologna ai backstage, dai concerti alle jam session. Le riprese di Amico riguardano protagonisti assoluti del jazz come Don Cherry, Gato Barbieri, Steve Lacy, un giovanissimo Franco D’Andrea, Johnny Griffin, Annie Ross…
Stefano Polinelli (al sax tenore) ha suonato live insieme al pianista Emiliano Pintori, al contrabbassista Stefano Senni, al batterista Adam Pache ed ai sassofonisti ospiti Piero Odorici (padrone di casa al Camera Jazz and music club, creato nel 2006 insieme a Michela Calzoni) e Claudio Fasoli, dando vita ad una vera e propria narrazione-colonna sonora che è stata pubblicata dalla Alfa Music (“La Cantina”, “Fireball”, “Modai”, “Onirica”, “Tramonto in via Fusco”, “Gabriel’s Original Jazz Band Tune” tutti scritti ed arrangiati da Polinelli; su CD i musicisti sono diversi con, tra gli altri, il pianista Massimo Fedeli e il trombonista Eugenio Renzetti).
È, comunque, sempre Polinelli nel corso del documentario a guidare gli spettatori nella Cantina Lo Bianco (attiva dal 1961; Francesco Lo Bianco era un odontoiatra di successo, appassionato di jazz e buon batterista, fomentatore di jam session) e in quella di via Cesare Battisti sede della Dr. Dixie Jazz Band fondata da Nardo Giardina e Gherardo Casaglia (band dove hanno suonato, tra gli altri, Lucio Dalla, Pupi Avati, Henghel Gualdi, Renzo Arbore, Paolo Conte), epicentro del jazz tradizionale bolognese. La visione dei luoghi si intreccia nel filmato con le testimonianze che coinvolgono, a più riprese e tra i molti, Avati, Franco D’Andrea (che maturò nelle jam bolognesi la determinazione a fare il jazzista), Checco Coniglio, Cicci Foresti, Piero Odorici (che insieme a Giorgio Alberti ritrae – in tutta la sua esuberante e geniale personalità ed importanza – Alberto Alberti, l’inventore del Disclub e l’amico-agente di tanti jazzisti americani, l’ideatore di rassegne e festival), Vanni Masala, Claudio Fasoli (anch’egli formatosi nelle jam delle cantine bolognesi), Amedeo Tommasi che è figura di assoluto rilievo e centralità (a lungo pianista, tra l’altro, di Chet Baker) ed accenna anche del Ginkgo Biloba, locale felsineo di cui fu direttore artistico. Viene più volte citato e narrato (lo si ascolta e vede) il Lucio Dalla clarinettista e musicista, ci sono spezzoni di film di Pupi Avati ma il documentario non indulge nel tono della rievocazione, piuttosto punta alla ricostruzione di una scena seminale per il jazz in Italia e crocevia per la diffusione di quello americano sia nel Bel Paese che in Europa. Gli interventi del musicologo Stefano Zenni (docente al conservatorio del capoluogo emiliano-romagnolo), del compositore e direttore d’orchestra Michele Corcella, dello stesso Odorici e di vari esponenti del Bologna Jazz Festival, tra cui il direttore artistico Francesco Bettini, sottolineano i collegamenti tra il passato e il presente, la vivacità di quella scena che ha prodotto varie realtà e associazioni, la continuità, in fondo, tra le cantine di una volta e i festival e le rassegne odierne.
Ha scritto con chiarezza Andrea Polinelli nelle note di copertina del CD che il documentario “fa luce su come sia nato il jazz a Bologna e come contribuisca all’ambiente musicale italiano” e come il titolo ‘La Cantina’ “non si riferisce solo ai luoghi storici dove si svolgevano epiche jam-session, ma va inteso anche nell’accezione di locale dove viene tenuto il vino buono, qualcosa da tirare fuori per un’occasione speciale oppure dove è stato riposto qualcosa, appartenente ad una famiglia (ad una tradizione), che viene ritrovato, portato alla luce e valorizzato”. Non si possono che sottoscrivere le sue parole e apprezzare “La Cantina, altri appunti sul jazz”.
La presentazione alla Fonderia delle Arti ha visto la partecipazione di molti protagonisti del documentario ed è stata seguita dalla presentazione del CD dell’Alfa Music con le musiche del medesimo.
Totale il cambio di scena per il film “Città nuda”, dato che si tratta di un lavoro laboratoriale (e didattico) collettivo volto tutto al presente ed incentrato sulla metropoli di Roma. È stato presentato il 19 giugno nello spazioso Campus in via Libetta, in zona Ostiense, della Rome University of Fine Arts RUFA: una bella e funzionale struttura di recupero dell’archeologia industriale che sembra proiettare Roma in una dimensione internazionale. Il pubblico è stato costituito, in grandissima parte, da giovani studenti e studentesse del RUFA tendendo presente che una settantina sono stati coinvolti nel progetto. Quale? Alessandro Carpentieri (che è stato fotografo freelance – collaborando con giornali e riviste tra cui “la Repubblica”, “The Wire” e “Musica Jazz” – ed autore di documentari e lungometraggi) nella sua vesti di docente del corso di “Digital Video” si è ispirato ad una poesia di William Carlos Williams per spingere allievi/allieve ad “esplorare l’idea di osservare la realtà con uno sguardo libero, sincero, emotivo”. In questo modo e lavorando sul campo, “attraverso inquadrature fisse e orizzontali – fotografie in movimento – ogni studente ha raccontato visivamente ciò che lo ha colpito, dando forma a un mosaico di storie intime e urbane”.
I materiali sono stati presentati in un unico montaggio che, visivamente e letteralmente, attraversa Roma e si concentra in particolare nei quartieri di Garbatella, Ostiense e San Lorenzo. In buona sostanza è un occhio giovanile e contemporaneo che studia e utilizza la potenza dell’immagine quello ad essere esaltato nel progetto collettivo “La città nuda”, in tutti i suoi aspetti che comprendono degrado ed emarginazione come ritessitura dello spazio urbano e nuovi luoghi di aggregazione sociale e produzione culturale. Dotato di un suo sonoro, il film presentato al Campus RUFA ha però avuto il valore aggiunto della musica dal vivo – guardando direttamente lo schermo, con le spalle rivolte al pubblico – del clarinetto basso di Marco Colonna, della batteria di Fabrizio Spera e degli strumenti acustico-elettronici di Christian Maddalena, il trio Yôkai. Il gruppo ha al suo attivo un album registrato dal vivo nel 2024, introdotto dalle seguenti parole: “Spiriti, spettri di una mitologia lontana, suoni che reinventano la relazione, tradizioni che lottano per emergere, nel confine ultimo del momento”. La musica per “Città nuda” è nata dalla trasformazione in suono collettivo dei riflessi emotivi-espressivi scaturiti dalla visione delle immagini nel loro montaggio, nella loro successione di corpi, edifici, prospettive, volti, sorrisi… Del resto Colonna, Spera e Maddalena sono artisti profondamente radicati nel tessuto sociale romano che si relazionano con lo scenario sonoro internazionale e producono musiche legate a linguaggi sperimentali e d’avanguardia.
Ottima, peraltro, l’acustica del vasto spazio e sentita la partecipazione del folto pubblico, con foto finale per il docente Carpentieri, i musicisti e i tanti/e studenti/esse che hanno partecipato all’iniziativa che è andata ben oltre il lavoro didattico.
