La morte del batterista sudafricano Louis Moholo-Moholo (venerdì scorso, 13 giugno, alle otto di mattina nella sua casa a Langa, Cape Town) è una notizia dolorosa, talmente tale per chiunque abbia conosciuto – e amato – il jazz libertario e antirazzista nato dalle Township che è difficile parlarne. A questo, non ad altro, è dovuto il ritardo con cui ce se ne occupa.
Notizia dolorosa per il valore – indiscusso ed elevato -dell’uomo (classe 1938), del musicista che ha collaborato con gran parte della scena jazz inglese, europea e statunitense di area free (da Keith Tippett a Cecil Taylor), per il suo essere “simbolo” e “sacrario” da molti anni. Louis Moholo-Moholo, dopo la morte del pianista Chris McGregor nel 1990, era infatti rimasto l’ultimo sopravvissuto dei Blue Notes. Era questo un sestetto – una sorta di all stars giovanile del jazz sudafricano – fondato nel 1962 a Johannesburg da McGregor, sestetto che dopo due anni di tormentata e perseguitata vita (gruppo multirazziale e antiapartheid inviso alle autorità, testimonianza attiva di convivenza paritaria possibile tra neri e bianchi) si era autoesiliato in Europa conducendo una vita nomade, approdando in Inghilterra nel 1965 e sciogliendosi nel 1968. Una separazione apparente perché i cinque musicisti (il tenorista Nick Moyake era, nel frattempo, rientrato in Sudafrica) cioè – oltre a Moholo e McGregor – il trombettista Mongezi Feza (1945-1975), l’altosassofonista Dudu Pukwana (1938-1990) e il contrabbassista Johnny Dyani (1945-1986) continuarono a collaborare incessantemente fino alle premature scomparse, con l’aggiunta di un altro grande contrabbassista sudafricano – Harry Miller (1941-1983) – che si trovava già a Londra.
Dal 1990, quindi, è stato Moholo il “sopravvissuto” dei Blue Notes, i quali sono stati molto più di un gruppo jazz: un’autentica famiglia che ha condiviso ed affrontato enormi difficoltà, disgrazie e dolori ma ha anche prodotto una musica orgogliosa e avanzata, libertaria e liberatoria. Il batterista, quindi, ha portato avanti per trentacinque anni un’importante memoria sonoro-esistenziale attraverso dischi dedicati agli scomparsi (“Blue Notes for Mongezi”, “Blue Notes for Johnny”), la musica in tante nuove formazioni quali Viva La Black e la Dedication Orchestra, come si è occupato dei riti funebri dei propri compagni-fratelli (bra) e, in alcuni casi, del rientro delle loro salme in Sudafrica.
Ora Louis Moholo-Moholo, ad 87 anni, ha esaurito la propria vita in Terra: è difficile immaginarlo fermo e lontano dalla sua batteria perché nel suo caso l’unione tra persona/ritmo/strumento/musica era così profonda da sembrare indissolubile, inseparabile, invincibile. L’ultimo tour in Europa risale al 2019 (con concerti in Italia, anche a Padova); poi il Covid gli ha portato via nel 2021 l’amata moglie Mpumie e le sue condizioni di salute sono peggiorate per vari motivi, tra cui un’operazione alla schiena mal riuscita. Gli ultimi anni sono stati di sofferenza, sostenuto comunque dall’affetto e dall’assistenza dei nipoti e il 13 giugno 2025, senza soffrire, “è morto nel sonno a casa sua”, come ha affermato alla stampa sudafricana il portavoce della famiglia Phila Mtwana.
Prima di andarsene Louis Moholo-Moholo ha suonato, inciso, performato, proposto un mare di musica, in una sintesi sempre rinnovantesi (e caleidoscopica) tra musiche (e ritmi) tradizionali di varie etnie sudafricane, la lezione libertaria del free jazz e il riferimento certo al jazz americano. Era quello che da ragazzino Louis aveva sentito – e lo aveva folgorato – insieme al padre alla radio da trasmissioni BBC, il jazz di Big Sid Catlett, Duke Ellington e Charlie Parker.
“Ntylo-Ntylo”, “Blue Notes for Mongezi”, “Monk & Mbizo”, “Yes Baby No Baby”, “The Boat Is Sinking, Apartheid Is Sinking”, “Woza”, “Nkosi”, “Ixesha”, “For the Blues Notes”, “Ezontakana (Those Little Birds)”, “South Afrika is Free – OK?”, “Spirit of the Wind into Gazilam (My Blood)”, “Goduka (Go Home)”, “Kwa Langa Kumandi”, “Amampondo with Zulu Fists”, “Tears for Steve Biko”, “Blokes” sono una buona parte dei brani che il batterista ha composto o contribuito a comporre. Nel suo caso, però, compositore, improvvisatore, interprete sono tutti termini rigidi che non funzionano, non hanno senso essendo Moholo la somma di quei ruoli e qualcosa di più, dato il suo atteggiamento sciamanico nei confronti del suono e della parola. Escluso in quanto sudafricano nero dalla didattica ufficiale, il batterista-percussionista-performer si è formato da autodidatta assoluto, sviluppando una memoria sonora formidabile, un ritmo impeccabile ma mai prevedibile, capace di travolgente energia poliritmica come di sottigliezze timbriche raffinate. Ha scritto Richard Williams (su thebluemoment.com), rispetto all’ultima band di Louis Moholo-Moholo (Four Blokes) e ad una loro esibizione al JazzFest di Berlino (2015), di quanto fosse emozionante “sentirli accendere un fuoco nell’istante in cui Louis si era sistemato dietro il suo kit (…) Perché è quello che ha fatto Louis: ti ha mostrato cosa può fare questa musica, dove può andare, come può toccare al tua anima”.
Si torna indietro, ora, per una panoramica dell’esistenza di Moholo-Moholo. Individuata in età precoce la sua passione per il jazz e per la batteria, Louis fu ammesso per un breve periodo alla Mother City Junior Scouts Band; fu cacciato perché troppo esuberante ed indisciplinato. Nel 1962 partecipò con il primo gruppo di cui fece parte (The Cordettes) al Johannesburg Jazz Festival, dove vinse il primo premio come “miglior percussionista”. Sempre nel 1962 entrò nei neonati Blue Notes creati dal pianista Chris McGregor, gruppo che miscelava influenze sonore sudafricane (marabi, mbaqanga, kwela) con stilemi swing e bop e proponeva, a livello molto avanzato, una sintesi di due culture musicali nere, comprendenti tanto la musica xhosa quanto l’innodia protestante.
Nel 1963 i Blue Notes furono proclamati la “miglior formazione” presente al Cold Castle Lager Jazz Festival; il successo in patria, però, aumentò la pressione delle autorità sul quel gruppo multirazziale e, fino alla partenza del 1964 verso l’Europa, il sestetto visse mesi esaltanti per la gioiosa spinta creativa quanto angoscianti per la chiusura ottusa di una società basata sull’apartheid come allora quella della Repubblica Sudafricana. L’ingaggio al jazz festival francese di Antibes, del luglio 1964, divenne il primo passo di un esilio volontario e irreversibile. Dopo esser passati per Zurigo e Ginevra, i Blue Notes approdarono nel 1965 a Londra, su invito di Ronnie Scott, proprietario dell’omonimo jazz club.
Si inserirono nella piccola comunità londinese dei sudafricani esiliati e nella magmatica scena sonora in vivace fermento. Molti i club (Little Theatre Club, Old Place, Duke of York oltre al Ronnie Scott) e tanti i musicisti aperti e ricettivi nei loro confronti: John Surman, Mike Westbrook, Graham Collier, Tony Oxley, John McLaughlin, Harry Beckett, Keith Tippett, Robert Wyatt, Elton Dean, Marc Charig, Nick Evans, Evan Parker… Dopo anni di difficoltà e repressione in patria e nonostante tutte le difficoltà dell’adattamento alla vita nella metropoli inglese, la scena londinese rappresentò per i Blue Notes un’esplosione di energia, un luogo dove sperimentare e sperimentarsi con altri musicisti in combinazioni quasi infinite. Quest’improvviso dilatarsi della possibilità espressive vide la scrittura di un mese, nel 1966, al Montmartre Club di Copenhagen dove ebbero modo di incontrarsi direttamente con esponenti del free del valore di Cecil Taylor, Don Cherry e Archie Shepp. Nel giro di due anni i Blue Notes si sarebbero sciolti ma avrebbero continuato a collaborare in varie formazioni, divisi ma in fondo sempre uniti; tra esse la più importante fu l’orchestra Brotherhood of Breath, creata e diretta da Chris McGregor il cui primo album (“Very Urgente”, 1968) faceva esplodere la musica fin dal titolo.
I musicisti sudafricani esuli intrapresero storie diverse ma rimasero legati – e lo si è accennato – da vincoli affettivi e musicali profondi, viscerali. Come ha ribadito Louis Moholo-Moholo in varie occasioni, la loro era una famiglia suggellata dall’esilio e i Blue Notes – in mezzo al turbinare della musica, degli anni e del destino – restarono il fulcro emotivo, il “sacrario musicale” di quella straordinaria esperienza. Il batterista è stato al centro di quasi tutti i gruppi degli esuli sudafricani, con la sua carica ritmica aggressiva, la prodigiosa capacità di valorizzare il beat e l’off-beat, gli occhi sempre spiritati, la voce cupa e ancestrale, le percussioni sciamaniche e rituali. Moholo-Moholo si immerse con audacia nel free e nella sperimentazione al fianco di John Tchicai, Steve Lacy, Shepp, Mike Osborne, Misha Mengelberg, Derek Bailey, Irene Schweizer, Peter Brötzmann, Roswell Rudd, Tristan Honsinger, Cecil Taylor (due gli album: “Remembrance” e “Concrete”) e Marilyn Crispell.
Perno della scena londinese (Ninesense di Elton Dean, Isipingo di Harry Miller, il trio con Tippett e Larry Stabbins e quello con Miller e Mike Osborne…), insostituibile motore della Brotherhood of Breath, dopo aver formato una sua big band (Cultural Shock) Louis Moholo-Moholo maturò un discorso individuale alla fine degli anni Settanta con l’ottetto che incise “Spirits Rejoice” (1978, Ogun, l’etichetta fondata da Harry Miller con la moglie Hazel, che la portò avanti per decenni dopo la scomparsa del marito nel 1983). La formula strumentale di quell’album sarà ripresa con il gruppo Viva La Black (primi dischi l’omonimo “Viva La Black”, 1988, ed “Exile”, 1991, sempre per la Ogun). Si trattava di una formazione estesa che si esprimeva in libertà, unendo lo spirito del free con quello più profondo e rituale della musica sudafricana, con alternanza di pienezza quasi materica e rarefazione dei suoni, ampi episodi polifonici e interludi individuali. Esempio superbo della poetica del batterista e del suo gruppo è il “Live in South Afrika 1993” (Ogun, 1994), testimonianza del Freedom Tour in cui Moholo-Moholo era tornato a suonare in patria dopo trent’anni di esilio.
L’anno precedente si ebbe un altro importante episodio a livello di “memoria sonora vivente” che, non a caso, aveva al suo centro il batterista di Langa. Nel 1992 la Ogun pubblicò “Spirits Rejoice”, primo CD della Dedication Orchestra, seguito nel 1994 dal doppio “Ixhesa. Time”. Cosa era successo? Un vasto gruppo di musicisti inglesi (sotto la supervisione e direzione musicale di Django Bates, Keith Tippett, Mike Westbrook, Eddie Parker, Kenny Wheeler, Dave Powell, Alec Maguire, John Law, Ian Hamer, Sean Bergin e Steve Beresford) aveva deciso di far rivivere la musica di Nick Moyake, Mongezi Feza, Harry Miller, Johnny Dyani, Chris McGregor e Dudu Pukwana attraverso arrangiamenti per big band. Raccolti attorno all’inossidabile Moholo-Moholo, vennero ripresi temi e composizioni dalle uniche fonti disponibili (gli album) per restituirli nello splendore di una dimensione orchestrale, o meglio corale. La sostanza compositiva dei musicisti sudafricani esuli in Inghilterra superava, così, le semplicistiche definizioni di “free” o “musica popolare” per attingere ad una ricchezza e ad una complessità notevoli.
Ricchezza musicale, e interiore, vastissima quella che scaturì dal repertorio ‘orchestralizzato’ dei jazzisti sudafricani, un patrimonio (oltre ai concerti, con la raccolta fondi a vantaggio di giovani musicisti nella Repubblica Sudafricana) che l’iniziativa discografica ebbe il pregio di far conoscere e diffondere, perché come affermò il batterista – saldamente al centro di questa impresa – è necessario “gone but not forgotten”.
I più recenti gruppi guidati da Louis Moholo-Moholo non a caso prevedono giovani musicisti eredi di quel patrimonio. Nei Four Blokes e nei Five Blokes brillano gli apporti dei sassofonisti Jason Yarde e Shabaka Hutchings nonché del pianista Alexander Hawkins (si ascoltino “4 Blokes”, Ogun 2013; ”Uplift the People”, Ogun 2018, registrato al londinese Cafe Oto nel ’17). Hutchings ed Hawkins hanno ben presto spiccato il volo e sono, da anni, protagonisti di primo piano del jazz contemporaneo.
Nel frattempo nel 2005 il batterista decise di tornare a Langa (Cape Town) e di abbandonare Londra, almeno come residenza stabile. Nel 2004 aveva ricevuto dall’ex presidente sudafricano Thabo Mbeki un’importante onoreficenza – l’Ordine Nazionale di Ikhamanga – quale riconoscimento per la sua musica e per l’attivismo antiapartheid. Nel 2017 Louis Moholo-Moholo venne inoltre onorato durante le celebrazione dei novant’anni dalla nascita di (Kwa)Langa.
Mi sembra comunque importante ricordare che il batterista ha spesso suonato in Italia e partecipato a grandi progetti. Fra essi la registrazione dal vivo, al jazz festival di Ruvo di Puglia nel settembre 2004, di una grande formazione di musicisti italiani (a guida di Pino Minafra, direttore artistico della rassegna) su repertorio sudafricano: Keith Tippett, Julie Tippetts, Louis Moholo-Moholo & Canto Generàl “Viva La Black Live at Ruvo” (Ogun, 2007). Nell’occasione ebbe una grande importanza a livello di conduzione e arrangiamento il pianista Keith Tippett, amico di sempre del batterista dal canto suo pronto a galvanizzare e trascinare il copioso organico su brani memorabili, da “Mra” di Pukwana a “Traumatic Experience” di Miller. Una decina di anni dopo la collaborazione tra Louis Moholo-Moholo e il giovane pianista Livio Minafra si concretizzò in “Born Free” (Incipit Records, 2015), un cofanetto con le incisioni dal vivo al Talos Festival 2014 e all’Internationales Jazzfestival Münster 2015 (in CD) ed un Dvd con un filmato, regia di Giuseppe Magrone, che riportava spezzoni dei concerti e interviste, a volte fuori campo, con i due jazzisti.
A rivedere oggi quelle immagini si vede un Louis Moholo-Moholo invecchiato ma non rassegnato, che conserva uno sguardo vivo, una mente lucida e affilata, protesta contro l’ingiustizia e la sopraffazione e mostra la sua capacità sciamanica nell’uso della parola. Suoi brani come “Woza” o sue interpretazioni come “You Aint’ Gonna Know Me Cos You Think You Know Me (di Mongezi Feza) trascinano ancora adesso l’ascoltatore in una dimensione comunicativa “altra”, attraverso l’evocazione che rompe i limiti del razionale e vola verso l’alto e l’altrove, verso chi è andato via…
Grazie Louis, grazie davvero.
