Tra “Cub(an)ism” e “Crèole Renaissance” il piano solo di Aruàn Ortiz, una nuova visione musicale

San Vito al Tagliamento, 21/03/2025 - Teatro Arrigoni - Aruàn Ortiz pianoforte - Foto Luca A. d'Agostino/Phocus Agency © 2025
Tempo di lettura: 4 minuti
A “San Vito Jazz 2025” il pianista di origine cubana, apprezzato compositore e autore di originali progetti dal flamenco a Martin Luther King

Bergamo, San Vito al Tagliamento, Firenze, Napoli, Bologna le tappe del tour, in marzo, del pianista di origine cubana Aruàn Ortiz, a New York dal 2002, protagonista di una sintesi d’avanguardia dei linguaggi afrodiasporici.

Nato a Santiago de Cuba nel 1973, inseritosi ad inizio millennio nella scena jazzistica internazionale, sedici album da leader e almeno trenta da sideman, Ortiz vanta collaborazioni che vanno da James Brandon Lewis a William Parker, da Rufus Reid a Wallace Roney. Oltre a ciò è un apprezzato compositore di musiche per il cinema, la danza e per organici classici, da quelli da camera all’orchestra sinfonica. Innumerevoli i riconoscimenti e i “grant” per il suo lavoro compositivo: solo nel 2024 “Hermitage Fellow” e “Guggenheim Fellow in Music Composition”.

In Italia si è presentato in piano solo (tornerà il 13 aprile a Castel San Pietro Terme) con un recital intitolato “Cub(an)ism”, come il suo album del 2017, inciso per la Intakt. In realtà Aruàn Ortiz ha registrato il suo primo disco in solo-piano nel 1996 a Madrid (“Impression Tropical”, Magic Music/Universal Latino) e prima della torunée italiana ha inciso un nuovo album in solo negli apprezzati studi Artesuono di Stefano Amerio: uscirà per la Intakt nell’agosto 2025 con il significativo titolo “Créole Renaissance”.

Abbiamo ascoltato l’artista cubano in piano solo il 21 marzo a San Vito al Tagliamento (Pordenone), nell’ambito della rassegna San Vito Jazz di cui è direttore artistico ed animatore Flavio Massarutto fin dalla prima edizione, diciannove anni fa. Massarutto ha saputo costruire nel tempo un pubblico fidelizzato seguendo direzioni ben precise che valorizzano i tanti talenti del jazz friulano, documentano le personalità più vive della scena internazionale (da Matana Roberts ad Amaro Freitas), propongono concerti fruibili anche a spettatori non necessariamente jazzfan (la manifestazione si chiude sabato 29 marzo con il recital “Nada Màs Fuerte” di Mauro Ottolini con la sua orchestra multicolore) e, al contempo, realizzano progetti che hanno un rapporto autentico e di alto profilo con la “storia” (in senso ampio) di un territorio così ricco di patrimoni, lingue, luoghi e vicende.

L’Antico Teatro Sociale GianGiacomo Arrigoni a San Vito è, in effetti, un posto speciale. Il suo recupero, curato con fedeltà nei minimi particolari, lo rende una magnifica sala da concerto, uno splendido esempio di piccolo (e raccolto) teatro all’italiana nato tra ‘700 e ‘800.  Qui è stato possibile ad Aruàn Ortiz suonare in acustico, di fronte ad un pubblico attento, catturato dalla sua musica. Una musica, si badi bene, che non ha nulla di spettacolare, che non ammicca: piuttosto spiazza, lascia interdetti e pone problemi. Tutto ciò senza eccessi o violente provocazioni sonore: all’apparenza il pianismo del 52enne jazzista scorre fluido ed eufonico, collegando vari brani, ma il processo di elaborazione musicale è frutto di una ricerca sul suono e sui linguaggi di rara profondità. Ogni nota, ogni arpeggio, ogni sequenza armonico-melodica ha alle sue spalle un lungo lavorìo e ciascun elemento sonoro ha uno spessore, un “peso specifico” davvero notevole. Lo si avverte anche nella “quieta tensione” e nella concentrazione con cui il pianista suona.

Ad esempio in “Louverture Op.1 – Château de Joux”, che ha aperto il recital, hanno prevalso accordi pausati – e risonanti – con pedale abbassato, toni scuri e meditativi, a tratti epici ma come dolenti. Nulla, si diceva, di spettacolare ma tutto estremamente intenso. Ortiz, e lo ha più volte teorizzato, astrae-estrae da linguaggi e repertori diversi materiali sonori che sottopone ad un lavoro di decostruzione per poi ricostruirli. Sua fonte di ispirazione – oltre all’immenso Thelonious Monk – è il lavoro di scomposizione-ricomposizione delle forme dei pittori cubisti, e ciò è ribadito dal titolo del tour che riprende quello dell’album in solo del 2017: “Cub(an)ism”.  In “Dominant Force” – ma, si ripete, i brani sono proposti in un unico flusso senza interruzioni – Aruàn Ortiz non ha giocato la carta ritmica, nella modalità che ci si aspetterebbe comunemente da un pianista cubano: nel pezzo hanno dominato, al contrario, ariosità e trasparenza ma faranno capolino, più tardi nel concerto, episodi e frammenti con riferimenti al minimalismo, ai clusters, ai “tambores” cubani utilizzati senza stereotipi “turistici”. Ortiz si ritrova, non a caso, con i pianisti Kris Davis, Matt Mitchell e Matthew Shipp nell’album “New America Songbooks vol.2” del 2018 (Sound American) e nello stesso anno John Zorn (ideatore e produttore della prestigiosa etichetta Tzadik) lo vuole per l’omaggio discografico collettivo “Six Encomiums for Cecil Taylor” a fianco di Craig Taborn, Anthony Coleman, Silvie Courvoisier, Kris Davis e Brian Marsella, tutti/e eccellenti pianisti/e.

Dopo gli applausi, alla fine del lungo set, Ortiz ha parlato con il pubblico e chiesto se volesse un bis: gli spettatori hanno applaudito e il pianista ha spiegato che utilizzerà “Chan Chan”, un brano celeberrimo di Compay Segundo reso noto dai Buena Vista Social Club. In realtà l’artista ne ha prelevato una cellula melodica ma poi la ha lavorata, trasformata, elaborata senza cedere a facili scorribande ritmiche. La sua è una musica che è affine alla filosofia, che fa riflettere e che, comunque, comunica in maniera intensa quanto inaspettata. Forse è mancato un riferimento a Monk – suonato, peraltro, durante le prove – ma la poetica pianistica di Aruàn Ortiz è su queste rigorose coordinate di ricerca, almeno quella del solo.

Il 29 aprile il pianista è atteso al Torino Jazz Festival (teatro Colosseo) con “Flamenco Criollo”, un suo progetto nato nel 2021 sulle radici africane e sul viaggio di andata-ritorno del flamenco nelle Americhe. Con un pianoforte, due danzatrici, tre vocalist, un suonatore di liuto, un violoncellista e tre percussionisti, Aruàn Ortiz – autore delle musiche e direttore di un ensemble multietnico – proporrà, in tutta la sua complessità e ricchezza ritmico-melodica, una visione afrocubana del flamenco. Una visione complementare a quella del piano-solo e, ancora, a progetti che hanno un originale respiro politico quali “Pastor’s Padadox” (2023), dedicato ma soprattutto ispirato a Martin Luther King e collegato al movimento Black Lives Matter. Un artista da seguire nel tempo.

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