In ritardo, sì, ma mi sembra davvero importante parlare dell’evento conclusivo “AIR artisti in residenza”, presentato dall’associazione MIDJ (Musicisti Italiani di Jazz) alla Casa del Jazz a Roma a fine febbraio scorso.
Intanto, cosa è il progetto AIR 2024? Per il terzo anno consecutivo quindici giovani jazzisti/e italiani/e sono stati selezionati per trascorrere quattro settimane presso uno dei molteplici Istituti Italiani di Cultura all’estero: una residenza interattiva durante la quale i/le musicisti/e, seguiti da un tutor, hanno interagito con i colleghi del posto, conosciuto le realtà sonore del luogo, scritto, composto, elaborato, suonato e tenuto laboratori e concerti. Un’esperienza, quindi, altamente formativa basata su un fitto scambio culturale e musicale.
Si tenga presente che i/le selezionati/e – da apposita commissione di MIDJ, in base a criteri oggettivi – sono stati inviati in una destinazione sorteggiata fra quelle disponibili. Quest’anno gli Istituti Italiani di Cultura all’estero che hanno accolto i/le jazzisti/e sono stati Barcellona, Bucarest, Madrid, Monaco di Baviera, Oslo, Praga, Stoccolma, Tirana, Vienna (in Europa); Toronto, Città del Messico, Cordoba (nelle Americhe); Algeri, Nairobi (in Africa); Almaty (in Asia).
Il progetto – ideato a suo tempo da MIDJ, a partire da un’idea di Ada Montellanico e del direttivo – viene da tre anni realizzato dall’associazione Musicisti Italiani di Jazz con l’essenziale supporto economico della SIAE (Società Italiana degli Autori ed Editori); basilari il sostegno del MAECE (Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale) e il contributo di Europe Jazz Network (coordinamento di centotrenta festival di jazz e musica contemporanea nel Vecchio Continente).
La serata del 26 febbraio alla Casa del Jazz è stata un vero “fuoco d’artificio sonoro”, dato che ben tredici dei quindici musicisti/e (mancavano solo il sassofonista Elias Lapia, che è stato presso l’I.I.C. di Monaco di Baviera, e il trombettista Alessandro Presti, artist in residence a Vienna) hanno presentato loro composizioni in organici in cui erano tutti/e coinvolti/e a rotazione e in varie combinazioni. L’evento è stato presentato e condotto da diversi esponenti delle associazioni facenti capo alla FIJI (Federazione Nazionale Il Jazz Italiano) ma soprattutto dal presidente e dal vicepresidente di MIDJ – gli attivissimi Susanna Stivali e Gianni Denitto –, con interventi, fra gli altri, di Luciano Linzi, Ada Montellanico, del neopresidente FIJI Roberto Ottaviano e della dott.ssa Carla Gobetti (SIAE).
Si è trattato di una grande, cooperativa festa della musica, del jazz, della creatività e dello scambio tra culture, con l’esibizione dei gruppi guidati da Francesco Caligiuri (sax baritonista; residenza a Tirana), Simona De Rosa (vocalist; r. ad Almaty in Kazakistan), Manuel Caliumi (sax altista; r. ad Algeri), Viden Spassov (contrabbassista; r. a Madrid), Elena Paparusso (vocalist; r. a Bucarest), Mariasole De Pascali (flautista; r. a Stoccolma), Dario Piccioni (contrabbassista; r. a Città del Messico), Zoe Pia (clarinettista e polistrumentista; r. a Toronto), Stefano Grasso (batterìsta; r. a Cordoba), Serena Marchi (flautista; r. a Praga), Ottavia Rinaldi (arpista; r. a Barcellona), Cosimo Boni (trombettista; r. ad Oslo), Olmo Chittò (vibrafonista; r. a Nairobi, in Kenya).
Alcuni di questi “artists in residence” sono già noti alle cronache del jazz, in particolare Elias Lapia (nel 2019 vincitore della XVIII edizione del Premio Internazionale “Massimo Urbani” e del Premio Imaie), Mariasole De Pascali (il suo disco d’esordio – “Fera”, Parco della Musica Records – risale al 2022), Zoe Pia (l’etichetta dell’auditorium ha appena pubblicato il suo album “Rite”, in duo con Mats Gustafsson) e Alessandro Presti (nel 2022 “Miglior nuovo talento del jazz italiano” secondo il referendum Top Jazz della rivista “Musica Jazz”; nel 2024 ha pubblicato la sua composizione estesa “Otosfera” con orchestra sinfonica). Altri ed altre sono molto meno conosciuti ma dimostrano idee, coraggio, maturità artistica, creatività e progettualità. Nella serata romana di “AIR artisti in residenza” alcuni si sono particolarmente distinti, attraverso composizioni originali. La flautista De Pascali ha presentato “Lettura di un’onda”, in sestetto; Zoe Pia (suo tutor è stato Roberto Occhipinti) con “Indigenus”, per quintetto, ha proposto un brano particolare e coloratissimo – ha usato anche le launeddas – per “un mondo senza guerre”, incentrato sulla questione dell’identità, nello sforzo di “mettere insieme le nostre menti e prendere decisioni per le generazioni future”.
Il batterista Stefano Grasso (che con i contrabbassisti Dario Piccioni e Viden Spassov è stato il “motore ritmico” di tutti i gruppi) ha eseguito “I Can’t Breath Within Air” – per sestetto – che fa riferimento all’uccisione da parte della polizia statunitense dell’afroamericano George Floyd; il batterista ha, tra l’altro, ricordato come non sia facile “tenere la propria rotta in un mondo che va a scatafascio”. La flautista Serena Marchi ha presentato sia il brano “Time Passin’ Everything Passin’” (per quintetto) che un video girato da Luciano Rossetti nello splendore urbano di Praga. “Confusiõ” dell’arpista Ottavia Rinaldi (per sestetto) ha riletto un “palos” flamenco con spirito jazzistico, mentre “Arcobaleno” del trombettista Cosimo Boni ci ha proiettato ad Oslo. Qui ha avuto come tutor l’eccellente pianista Jon Balke, in un ambiente fortemente stimolante. Ultimo ad esibirsi il vibrafonista Olmo Chittò, presente in quasi tutti i pezzi suonati nella serata romana, che nella sua residenza kenyana a Nairobi ha dialogato con i musicisti africani soprattutto attraverso la musica, considerando che il suo è stato il terzo vibrafono mai approdato in Kenya. “Ghiandaia dal petto lillà” la sua coloratissima e ritmica composizione.
Teniamoli d’occhio questi artisti e queste artiste: sono la dimostrazione di come sia viva e vivace la nostra giovane scena jazzistica e di quanto sia importante creare occasioni per la musica, dal vivo, dei nuovi talenti. La loro attitudine creativa è speculare al bisogno di musica autentica, che sia nutrimento e strumento e sfugga a logiche identitarie, nazionalistiche e, spesso, meramente commerciali.
