Se di vitalità e contemporaneità del jazz si vuole parlare, il recital del trio statunitense con il pianista Uri Caine, il contrabbassista Mark Helias e il batterista Joey Baron lo testimonia in pieno.
In questi giorni al “Bimhuis” di Amsterdam, i tre jazzisti hanno fatto un breve tour in Italia esibendosi a Torino (FolkClub, 22/2), Roma (Casa del Jazz, 23/2) e Milano (Blue Note, 25/2). «Ho incontrato Joey e Mark – ha dichiarato il pianista – quando mi sono trasferito a New York (1985) e ho suonato con loro quando eravamo nelle sezioni ritmiche di vari gruppi. Dal momento in cui abbiamo iniziato a suonare insieme, abbiamo sentito un’immediata connessione (…) suonare con loro è sempre esplosivo».
Così è stato nella tappa romana, in un concerto pomeridiano domenicale che ha visto il tutto esaurito (la formula funziona). Se si incrociano le biografie artistiche, i progetti e le collaborazioni dei tre musicisti si racconta la storia del jazz degli ultimi quattro decenni: dalle riletture classiche (Mahler, Wagner, Bach, Schumann, Mozart) al John Zorn di Naked City e Masada, dal gruppo hip-hop Root ad Anthony Braxton, da Enrico Pieranunzi a Paolo Fresu… Tale ricchezza e complessità di linguaggi è emersa con grande naturalezza dal recital alla Casa del Jazz, senza evidenziare nessuna frammentarietà o vuoto eclettismo.
In primo luogo il trio dimostra un interplay formidabile, perché ciascuno dei musicisti è un grande virtuoso del proprio strumento che si mette in ascolto e in sinergia assoluta con gli altri. Uri Caine ha una tavolozza sonora quasi sterminata, dalla musica classica al funky più profondo ed è capace di farlo sentire in un solo passaggio unendo stride piano, clusters alla Cecil Taylor e sinfonismo pianistico. Mark Helias è un contrabbassista solido dal bel suono, la cui tecnica padroneggia anche l’archettato e l’uso degli armonici, in grado di solismi e controcanti preziosi ed ispirati. Che dire di Joey Baron? Il suo approccio alla batteria è in ogni brano variato e variabile, alternando spazzole, bacchette, mani, malletts, creando combinazioni diverse tra grancassa, charleston, rullante, tom e timpano; è capace di suoni quasi inudibili sui piatti come di fraseggi sulle pelli a volumi stranianti (da buon discepolo di Paul Motian). La lunghissima serie di scambi con Uri Caine nel brano “Pocket Full of Change” lo ha dimostrato in modo esaltante.
In secondo luogo il trio, in ogni brano, crea dinamiche cangianti: a livello melodico-ritmico-armonico non c’è ripetitività né monotonia. La musica si trasforma di continuo, usando anche “strategie sonore” non molto diffuse nel jazz (rallentando, accelerando; pianissimo, fortissimo…) come operando secondo procedure avanguardistiche. Esse prevedono, in episodi di passaggio, decostruzione e frammentazione della materia sonora, sempre riannodando i fili di una musicalità profonda che, ad esempio, nel bis ha mostrato tratti di gioiosa cantabilità.
Secondo queste caratteristiche generali si possono suonare “Nefertiti” di Wayne Shorter o “ ‘Round Midnight” di Thelonious Monk dimostrandone il carattere, intimamente jazzistico, di “opera aperta”, come il trio ha brillantemente fatto facendole palpitare. Parimenti si può attingere a Giuseppe Verdi come in “Otello” – che ha aperto il concerto romano – per ricavarne cellule motiviche e creare un nuovo, prismatico e mutante brano, innervato da un passaggio ricorrente. Una recente composizione di Uri Caine è “Fidget with the Truth” (gioca con la verità) che, come il pianista ha detto al pubblico, ha a che fare con gli USA di Donald Trump. Il brano è rarefatto come una ballad, con note sfiorate sulla tastiera e accordi staccati in punta di dita; qua e là citazioni di fanfare militaresche, echi di funky e di gospel, con una chiusa ironica che rimanda a “Shave and a Haircut, Two Bits” (“Ammazza la mosca – o la vecchia -, col flit”). Una sorta di commentario politico-sonoro del trio che, di sicuro, non ha votato per l’attuale presidente.
Un recital, in poche parole, pieno di idee sonore, di libertà, di cambiamenti di rotta, di dialogo autentico e profondo tra musicisti e con il pubblico. Non a caso il 68enne pianista originario di Philadelphia ha salutato gli spettatori plaudenti indicando Baron, Helias, sé stesso e la platea: “Joey, Mark, Uri, Roma”.
