Se per chi scrive il jazz è “senza limiti”, l’espressione può (e in alcuni casi deve) essere riferita anche a quelli temporali. Siamo nel 2025 e può aver senso parlare di un testo edito nel 2022 come “Quelli di Orsara Jazz. Una storia pugliese” di Michele Ferrara e Sergio Pasquandrea (Edizioni Pietre Vive, Locorotondo, pp. 301, euro 20)?
Senza dubbio sì perché il libro – dalla splendida copertina di Luigi Ciuffreda (ripresa dal manifesto della manifestazione del 2012), ricchissimo di foto, documenti e testimonianze – non solo narra la vicenda di un festival che ha avuto una notevole importanza a livello concertistico, didattico, progettuale e culturale ma, nel suo articolarsi, rappresenta un modello virtuoso sia di ricostruzione storica sia di valutazione sociopolitica dell’impatto avuto, in Italia, da svariate rassegne “periferiche” o “eccentriche”. Sono aggettivi di carattere non solo geografico dato che la linfa vitale che ha attraversato il jazz italiano, a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, è partita in gran parte da questi centri e non dalle metropoli, intrecciandosi con percorsi individuali e di gruppo in modo estremamente significativo.
Ciò è stato di grande, e spesso sottaciuta, importanza se non in casi più “visibili” come il festival “Time in Jazz” a Berchidda – ideato e voluto da Paolo Fresu – su cui sono state redatte anche tesi di laurea per valutare l’indotto economico-sociale della rassegna. “Quelli di Orsara Jazz” non è, in tal senso, solo “una storia pugliese” come recita il sottotitolo, perché il libro “basato su un lungo lavoro di ricerca e di interviste, intende ricostruire “ quell’esperienza, “preservarne la memoria, indicare una direzione di sviluppo. Nello stesso tempo racconta la storia di un’iniziativa che partita da zero è cresciuta ed ha coinvolto, negli anni, un’intera comunità” (IV di copertina, II capoverso). Storia locale ma di respiro nazionale e internazionale e, nel caso specifico della pubblicazione, ricostruzione che può essere modello per molte altre vicende di rassegne italiane, spesso dirette e ideate da jazzisti o da appassionati, da “Siena Jazz” a “Clusone Jazz”.
Il testo è organizzato in tre introduzioni e undici capitoli (nove redatti da Sergio Pasquandrea, giornalista e critico musicale; cinque da Michele Ferrara, coideatore di Orsara Jazz e tra i fondatori dell’Associazione Orsara Musica di cui è presidente dal 2004), completati da quattro appendici tra documenti, immagini e rassegna stampa. Si può dire che la regia di tutta la pubblicazione è di Ferrara che ha saputo organizzare in modo esauriente, rigoroso e scientifico una vasta materia. Mi sembra opportuno offrire un’ampia sintesi del libro, per offrire a chi ci legge spunti di riflessione e, magari, la voglia di leggere tutto il testo, peraltro ricco di tante e diverse immagini che supportano quanto narrato. Prima, però, vorrei ricordare e sottolineare che – come l’esperienza e la battaglia culturale che narra – “Quelli di Orsara Jazz. Una storia pugliese” ha un alto valore storico, etico-politico, utopistico-sociale. È, e resta con caparbio orgoglio, una storia “contro” i poteri e per la liberazione, contro lo spopolamento e per la creatività, contro la rassegnazione e per la passione politica. Una lezione global-local che, in questi tempi, rifulge per il coraggio e la lungimiranza, la forza interiore e l’utopia, la voglia di cambiare che il libro, in ogni caso, perpetua e rilancia.
Si comincia con “Piccoli festival, grandi festival. La strada per Orsara” dove Pasquandrea si chiede: “Orsara è stato un piccolo festival? Forse, se guardiamo alle dimensioni del paese, all’entità del budget, alla grancassa pubblicitaria, alla mole della macchina organizzativa. Ma non credo che il peso specifico di un festival si giudichi in base a simili indicatori: credo piuttosto che vada misurato sull’audacia intellettuale, sulla capacità di lasciare un segno duraturo nel tempo, sulla qualità e originalità di quanto è stato prodotto” (p.7). Spesso le grandi rassegne di cui si occupano i media rincorrono solo gli incassi e gli artisti alla moda.
Nel successivo “Ouverture. Orsara Jazz. Molto più di un festival” è Michele Ferrara a tratteggiare chi sono e sono stati “quelli di Orsara Jazz”: un gruppo di appassionati, fatto di tanti fuorisede emigrati per lavoro o per motivi di studio, che ha ideato e fondato nel 1990 – e poi curato per ventisette anni la rassegna -, cui si sono aggiunti “gli appassionati che hanno frequentato il paese, gli artisti, i poeti, i pittori, gli scultori che hanno arricchito e animato tutte le iniziative” (p.8). L’ingegnere aereospaziale – musicista e musicologo per diletto – chiarisce subito che il testo “non vuole essere una ricostruzione nostalgica” ma “una rilettura che (…) tenta un’analisi retrospettiva alla ricerca del senso di Orsara Jazz” (p.9). Ciò anche perché esso “è stato uno straordinario processo di apprendimento di un’intera comunità. Un complesso meccanismo socioculturale che si è sviluppato a più dimensioni: sociale, artistico, economico, culturale” (p.10).
È lo stesso Ferrara, con la sua lucida ed efficace prosa, a ricostruire quanto si mosse nel piccolo paese montano dell’Appennino Dauno a livello musicale e di aggregazione prima della stagione festivaliera.
Esaurite le premesse si entra nel vivo della ricostruzione con il capitolo 1 che tratta di “Un gruppo di amici. La fase ‘pionieristica’ di Orsara (1990-1995)”. Il II (“ ‘Parole e musica’: Sud, Jazz e militanza”) racconta le prime produzioni come il libro collettivo “Parole e musica. Idee jazz dal Sud italiano” edito nel 1996, testo che dà spazio a varie realtà che si occupano di jazz e, nella seconda parte, ospita partiture originali di jazzisti italiani. Vi si legge anche un’intervista al giornalista e critico musicale Pietro Mazzone, figura a lungo presente e operativa ad Orsara.
Il capitolo 3 “Meridione e avanguardia. La fase ‘visionaria’ di Orsara (1997-1999)” illustra tra l’altro il progetto (e poi album edito dalla Splasc(H) Records) “Pirotecnie sonore” (1997) che coinvolse bande musicali di quattro paesi e un gruppo di improvvisatori jazz (Renato Geremia, Guido Mazzon, Evan Parker, Michel Godard, Mauro Orselli ed Elio Martusciello), con un lavoro durato un anno e una ricca partitura elaborata da Pasquale Innarella (originario della non distante Lacedonia). “Scrissi quattro grandi suite – afferma l’autore – che chiamai Pirotecnie Sonore, in cui l’orchestra di fiati suonava le parti da me scritte e dialogava con degli improvvisatori che intervenivano in appositi spazi, oppure suonavano insieme all’orchestra” (p.39). Le bande, in sostanza, rappresentano l’identità di Orsara mentre gli improvvisatori incarnano la tradizione del jazz: i “fuochi d’artificio” rendono visibili/udibili la dimensione di festa del paese come lo scontro-incontro tra realtà sonore così diverse eppure dialoganti. Molti tratti identitari della rassegna sono racchiusi in questo progetto visionario.
Nel 1998 seguono “Don Chisciotte” del pianista-compositore-bandleader tedesco Alex Von Schlippenbach e “Steamboat Bill Junior” (sonorizzazione di un film di Buster Keaton) di Bruno Tommaso. Sarà lui nel 1999 a presentare il seminale lavoro “Lettere da Orsara”, uno dei momenti più alti ed ispirati di collaborazione tra la vita del paese e la rassegna jazzistica. Infatti le “lettere del titolo sono quelle, originali, degli emigranti partiti per l’America, attorno alle quali Tommaso costruisce una sorta di oratorio jazz, affidato alla voce della cantante Maria Pia De Vito e all’orchestra jazz del Conservatorio di San Pietro a Majella, sotto gli auspici di Roberto De Simone” (p.46). Importanti nella costruzione e realizzazione di questo progetto (diventato anche un album per l’etichetta Polosud) sono il poeta e musicista Vittorino Curci e il sassofonista-organizzatore-didatta Enzo Nini. Bruno Tommaso sarebbe tornato ad Orsara nel 2003 per la prima esecuzione assoluta di “Specula & Gemini”, suite composta insieme a De Simone. Parla di queste esperienze, e di altro, Tommaso nella lunga intervista che compare nel terzo capitolo dove giudica le produzioni originali di Orsara jazz “una cosa che le rende onore e la identifica come una delle iniziative più importanti nel jazz italiano” (p.54).
Nei successivi capitoli 4 (“Crescita e cambiamento (1999-2004)”) e 5 (“Orsara Jazz Summer Camp: il festival diventa internazionale”) si tratteggiano i mutamenti del festival. Dalla decima edizione (quella del 1999) si sviluppano, attorno ai concerti, una serie di iniziative in cui la musica si intreccia ad altre forme culturali. L’evento più importante è l’organizzazione stabile (dal 2005) di seminari musicali, un progetto didattico di lungo respiro che vede sempre la collaborazione con altre istituzioni didattiche internazionali e registra presenze e successo crescenti (c’è un paragrafo in cui si parla di “Un paese scuola”). Ne parlano Lucio Ferrara (chitarrista e didatta, fondatore dell’Orsara Jazz Summer Camp e suo direttore dal 2004 al 2016), Greg Burk (pianista e didatta) e Antonio Ciacca (anch’egli pianista e didatta). Nel capitolo 6 si mettono a fuoco “Le due anime di Orsara (2005-2012)”: quella più aperta e favorevole ai progetti originali (anima incarnata da Michele Ferrara) e quella più filoamericana (impersonata da Lucio Ferrara), “più amante del jazz ortodosso. Il risultato sono queste due direzioni, che parallelamente sono andate avanti” (p.94). Si ricordano, tra l’altro, i concerti in solo all’Abbazia di Sant’Angelo, iniziati nel 2008 e con ospiti diversi: da Giancarlo Schiaffini a Jerry Bergonzi. Non mancano nel nuovo millennio produzioni originali quali “Giove a Pompei. La vera storia” di Schiaffini (2009) e la “Orsara Suite for Seven Musicians” di Antonio Ciacca (2011), a testimonianza della doppia anima di Orsara Jazz.
Si affronta, nel capitolo 7, il tema complesso di “Orsara e il territorio: un rapporto virtuoso”. Tale relazione ha avuto la sua fase più alta nel decennio (2002-2012) in cui è sindaco del paese Mario Simonelli, uno dei soci fondatori dell’Associazione Orsara Musica, che tra l’altro vara un coordinamento di manifestazioni attraverso il “Five Festival Sud System”. Secondo il giornalista Sergio Pasquandrea il legame con il territorio accomuna Orsara Jazz e Time in Jazz di Berchidda, nata nel 1988 per volontà di Paolo Fresu. “Anche a Berchidda, come a Orsara, il jazz viene inserito in un contesto che apparentemente gli è alieno, quello di un piccolo paese dell’entroterra sardo, lontano dai grandi flussi turistici; ma, proprio come a Orsara, la musica non cala dall’alto, bensì viene inserita in maniera armoniosa, attraverso produzioni che valorizzano luoghi storici, progetti centrati sulla memoria storica del luogo e un’ospitalità diffusa nelle case del paese, anche tramite l’opera dei volontari” (p.107). Di questa relazione vitale parlano, intervistati, Simonelli, il giornalista nonché politico locale Geppe Inserra, l’esponente politico Silvia Godelli, lo chef Peppe Zullo e il musicista Pasquale Innarella.
Si giunge, così, alla fine della manifestazione con l’ottavo capitolo: “Gli ultimi anni e l’interruzione del festival (2013-2017)”. Vi si registra la crisi – a partire dal 2013 – nel rapporto costruttivo e virtuoso, sinora avuto, tra l’Associazione Orsara Musica e la classe dirigente del paese. Vi saranno le edizioni del 2013, 2014, 2016; poi alcuni eventi nel 2017 fino al silenzio e alla fine di una lunga storia. Sono anni in cui si fa notare anche l’Orsara Jazz Orchestra, composta dagli allievi dei seminari diretti da Antonio Ciacca e da Michele Corcella (compositore, arrangiatore direttore d’orchestra, docente del corso di arrangiamento al Jazz Summer Camp) che viene intervistato e, tra l’altro afferma: “La musica era sempre variegata, non c’era un’egemonia di uno stile jazzistico, come accade spesso altrove. (…) tutto è stato fatto sempre all’insegna della passione, della sincerità e dell’onestà. (…) Non c’era la voglia di sbalordire, di richiamare gente: ogni concerto di quelli che ho visto io (ho cominciato a frequentare Orsara nel 2012), da quello più piccolo degli studenti fino ai grandi nomi degli Stati Uniti, era sempre realizzato nel segno della qualità (…) La gente rispondeva, voleva dare la possibilità ai direttori artistici di presentare il cartellone” (pp. 130-131).
È Michele Ferrara che nel capitolo 9 (“Orsara Jazz: un bilancio”) tira le somme di questa lunga vicenda, provando a fare “un piccolo bilancio consuntivo inquadrando l’esperienza secondo quattro dimensioni:
– Colto / Popolare;
– Innovazione / Tradizione;
– Centro / Periferia (oppure Piccolo (paese) / Grande (festival), o anche Locale / Globale);
– Cultura / Sviluppo” (p.133).
Già le dimensioni dimostrano una notevole e stringente capacità d’analisi dell’accaduto. Fin dal 1990, afferma Michele Ferrara, “abbiamo evitato le artificiose distinzioni fra colto e popolare (…) Pur operando in un ambiente di provincia, abbiamo sempre puntato alla qualità e all’eccellenza, all’uso della cultura come mezzo espressivo e di contatto con il mondo. (…) Orsara Jazz si è contraddistinta soprattutto per passaparola, integrità, coerenza, proposta, pensiero. Ha cercato di scansare il facile cliché, la tentazione di risolvere invitando musicisti alla moda. Sono stati tanti i progetti artistici – anche documentati su disco -, i progetti borderline, al confine tra colto e popolare, che hanno coniugato innovazione e tradizione” (p.133).
Sulla dialettica Centro / Periferia la manifestazione è spesso riuscita a ribaltare il rapporto tra queste due dimensioni. “Forse l’esempio più riuscito di come in un piccolo paese si possa pensare e realizzare progetti di portata globale è quello degli eccellenti Seminari Internazionali di Jazz (2004-2016). Voluti e creati dal 2004 da Lucio Ferrara e diventati poi Orsara Jazz Summer Camp” (pp.135-136), arricchitisi di collaborazioni internazionali, borse di studio e partnership (dal Lagos Jazz Festival portoghese alla canadese University of Manitoba).
Sul rapporto tra Cultura e Sviluppo Orsara Jazz è stato “uno straordinario incubatore socioculturale della provincia di Foggia” (p.136), favorendo la nascita e lo sviluppo di un indotto enogastronomico, la creazione di una classe dirigente, la crescita di diverse professionalità. Sostiene ancora Michele Ferrara che “i meriti vanno condivisi con altri soggetti, ma pensiamo di aver dato, questo certamente sì, un notevole contributo al rilancio del paese e alla valorizzazione del marchio Made in Orsara” (p.137).
“Epilogo futuro” (capitolo 10) è una ricostruzione precisa, a tratti amara, di come sia finita l’esperienza di Orsara Jazz e quali siano state le responsabilità. “Responsabilità politiche, finanziarie e amministrative che hanno reso di fatto impossibile la prosecuzione. In primis il venir meno della possibilità di programmare le risorse economiche. Gravi responsabilità locali, politiche culturali regionali inadeguate, hanno contribuito in maniera decisiva alla progressiva smobilitazione di tante realtà culturali, anche di lungo corso come la nostra”, spiega Michele Ferrara entrando anche in dettaglio.
Non è, tuttavia, il resoconto di una sconfitta quanto un’analisi che spiega come “l’epilogo della nostra storia apre la strada al futuro (…) può servire a non ripetere errori già fatti e, nello stesso tempo, dare consapevolezza che è possibile, anche nel profondo Sud, creare esperienze culturali di qualità” (p.144). E ci sono i nomi di coloro che stanno portando avanti, a modo loro, l’eredità di Orsara Jazz, da Lucio Ferrara alle giovani musiciste orsaresi Ludovica e Beatrice Martino, dall’iniziativa Wild Fest al gruppo musicale Giunto di Cardano. “Magari riprenderanno e svilupperanno – conclude Michele Ferrara -, a modo loro, il discorso che noi abbiamo interrotto. Ecco, questo libro serve anche, e soprattutto, a loro” (p.144).
Non solo a loro perché integrato dal capitolo 11 sull’Associazione Orsara Musica e dalle appendici (1 Orsara Jazz Music Map; 2 Una storia per immagini, sezione davvero viva ed emozionante nella sua ricchezza iconica ed umana; 3 Graphic art (1999-2016); 4 Rassegna stampa) il libro resta una fondamentale testimonianza. Testimonianza di come il jazz possa essere vettore di sviluppo economico, reagente culturale, detonatore artistico e di come possa saldarsi (e interagire) con il tessuto più vivo e vitale dei nostri paesi. Non è la storia di una sconfitta, quella di Orsara Jazz, piuttosto quella di una straordinaria vittoria basata sulla passione e sul sacrificio. Non irripetibile.
