Sulla musica e sull’arte vocale-compositiva di Abbey Lincoln (1930-2010) esistono solo due album: “Abbey Lincoln Songbook” (Challenge Records, 2006) di Kendra Shank ed “Abbey’s Road” (Incipit Rec., 2017) di Ada Montellanico. Ora se ne aggiunge un terzo, pensato nel 2016 dalla vocalist Lisa Manosperti e realizzato nel 2024 con Roberto Ottaviano (ance), Umberto Petrin (piano), Silvia Bolognesi (contrabbasso) e Christian Calcagnile (batteria).
La Manosperti, attiva da oltre un ventennio, ha già inciso un disco-viaggio sui “luoghi” di Edith Piaf ed uno su Ornette Coleman, con testi appositamente scritti per le musiche del sassofonista texano. Quest’omaggio alla vocalist afroamericana nasce dal profondo, dall’esigenza di “dar voce” allo spirito libertario e creativo di una donna che ha sofferto e lottato nella propria vita, affermandosi infine con un songbook ricchissimo (80 brani) ed innovativo, basato su esperienze reali e concrete, sulla vita personale e collettiva narrate attraverso uno straordinario e catartico storytelling e uno stile vocale che scolpisce ogni singola parola.
Così Lisa Manosperti ha deciso di non “rifare” la Lincoln ma di rileggerla e interpretarla con nuovi arrangiamenti (collettivi) in una felice e personale scelta antologica che va dal 1959 al ‘98, privilegiando il maturo decennio dei ’90 della produzione francese Polygram/Verve sotto l’egida di Jean-Philippe Allard (scomparso anzitempo nel ‘24). Nella varietà di strutture e tematiche, complice l’eccezionale quartetto, la vocalist mantiene il mood originale nel filosofico “Should’ve Been” e nell’innodica “First Song”. Altri brani vengono mutati in organico ed impatto come il drammatico “The World Is Falling Down” e il narrativo “Bird Alone” (in trio) e l’informale “Let Up” in duo con Petrin; per “You Gotta Pay the Band”, ancora in trio, c’è un’autentica risignificazione con il pezzo che si fa brevissimo e fulminante, quasi cabarettistico. “Straight Ahead” perde la livida drammaticità diventando un’anomala ballad; “The Music Is the Magic” e “And It Supposed To Be Love” vengono jazzificate con efficacia. Su due brani-capisaldo della Lincoln (“Throw It Away” e “Caged Bird”) si privilegiano un tempo veloce e una dimensione coltraniana, esaltata da Ottaviano e dal quartetto. Ma è la voce di Lisa Manosperti che convince, perché ha metabolizzato la lezione della Lincoln ma non la imita, trovando accenti, intervalli, suoni personali sulla lunghezza d’onda di Abbey, con una sofferta sincerità.
