Marcello Rosa, la scomparsa ad 89 anni di un pilastro del jazz italiano

Locandina di una presentazione del volume "Amari Accordi", con l'autore Marcello Rosa e il pianista Paolo Tombolesi
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Il trombonista, morto il 19 dicembre 2024, è stato un artista di grande complessità e profondo rigore. La sua figura è stata di sicuro riferimento per la scena del jazz in Italia.

Ci sono stagioni che portano lutti che si accumulano e pesano. Il mondo del jazz, nel giro di un mese e mezzo, ha perso l’eccellente batterista afroamericano Roy Haynes (morto a 99 anni nella contea di Nassau, New York) il 12 novembre scorso; prima di Natale sono venuti a mancare un fuoriclasse del pianismo e della composizione come il francese Martial Solal (deceduto 97enne a Versailles, il 12 dicembre), il percussionista e straordinario suonatore di tablas Zakir Hussain (venuto meno a San Francisco il 15 dicembre, a 73 anni), un autentico ambasciatore della musica come linguaggio di comunicazione tra culture e di pace tra gli esseri umani.

Nella notte del 19 dicembre è improvvisamente morto ad 89 anni il trombonista, compositore e arrangiatore Marcello Rosa, un uomo e un artista che chiunque si occupi di jazz in Italia conosce non solo per la durata e la qualità della sua carriera ma anche per lo spirito critico e anticonvenzionale che lo ha sempre, e testardamente, caratterizzato. Forse per questo la sua scomparsa pesa di più. Era quasi impossibile pensare che la sua arte, la sua coscienza critica, il suo rigore, la sua coerenza, la sua curiosità e la sua creatività potessero venir meno, dopo che Marcello era già sopravvissuto ad un gravissimo incidente automobilistico (a fine aprile 1982), recuperando del tutto la possibilità di vivere “normalmente” e di suonare egregiamente per altri quattro decenni.

Rosa era un musicista che andava a sentire i colleghi e l’ultima volta che l’ho visto – ed abbiamo parlato – è stato al concerto-reunion dell’Italian Instabile Orchestra alla Casa del Jazz il 16 ottobre 2024, circa due mesi e mezzo fa. Un breve scambio di battute su un suo progetto con la promessa di risentirci, purtroppo mancata. Il 4 giugno 2023 ero, però, riuscito a dedicare al trombonista e al collega Dino Piana una conferenza del mio ciclo su “Il repertorio del jazz italiano”, sempre alla Casa del Jazz: un paio di ore di ascolti, aneddoti, visioni, ricordi, riflessioni in cui i due trombonisti dimostravano di essere non solo grandi artisti ma anche validi comunicatori. Rosa ha sempre avuto, oltre a quello musicale, vari talenti tra cui una notevole bravura grafica, un’esilarante inventiva linguistica (spesso basata su stranianti scarti), una sua cifra stilistica di scrittore e polemista, come dimostrano – tra i tanti – gli articoli pubblicati sulla rivista “Blu Jazz”, diretta da Adriano Mazzoletti e sotto il titolo “Essere jazzista (in Italia)”, e dal quotidiano “Il Messaggero”.  Una vivace conferenza-tributo, quella del giugno 2023, di fronte ad un pubblico di appassionati. Dino Piana sarebbe venuto meno pochi mesi dopo, il 6 novembre.

La scomparsa di Marcello Rosa, giunta a distanza di poco più di un anno, sembra essere avvenuta nel sonno per un arresto cardiaco, con un concerto programmato all’Alexanderplatz il 29 dicembre, vari appuntamenti nel club romano definiti per il 2025, idee e progetti in cantiere… Il trombonista è morto ancora e completamente immerso nella musica e nella sua creazione-costruzione, pur essendo conscio dello scorrere del tempo e del peggiorare delle proprie condizioni fisiche, non mentali: quelle erano sempre acutissime.  Al funerale del 21 dicembre nella chiesa di Santa Maria del Rosario, vicina alla sua casa nel romano quartiere Prati, c’erano tantissimi musicisti e musiciste, dalle giovani generazioni ai suoi coetanei, tutti e tutte provati e commossi per l’improvvisa sparizione di Rosa. Il trombonista, nelle sue indicazioni-volontà, aveva chiesto espressamente agli amici-musicisti di non suonare nell’occasione. Così è stato, ma quando la sua salma è uscita dalla chiesa è stata accompagnata da uno spiritual registrato da Marcello Rosa stesso, con la passione e l’autenticità che sapeva dare al jazz delle origini e a tutto quanto interpretava e scriveva.

Ci sarebbe molto da narrare e da dire. Rosa in tal senso aveva pubblicato nel 2014 la sua autobiografia “Amari Accordi” (Arcana/Lit Edizioni) e il volume sarà nella primavera del 2025 di nuovo in libreria in edizione ampliata. Nel “Prologo”, tuttavia, rifiutava il termine: «Più che una autobiografia, quindi, può essere considerato un manuale di consultazione, utile a tutti quelli che vorrebbero saperne di più su quanto non si ha il coraggio di chiedere (l’argomento è ovviamente ristretto al mondo del jazz di cosa* nostra). In questo senso può essere addirittura considerato come manuale di sopravvivenza; molto istruttivo. Gli inevitabili accenni al “privato” sono limitati all’inquadramento storico di fatti e fattacci realmente accaduti. *Non è un refuso tipografico…»

In effetti il jazzista nato nel 1935 ad Abbazia in Istria (oggi Opatija, Croazia), vissuto a Roma fin da giovanissimo, ha avuto una trasversale e profonda attività in ambito jazzistico. Dopo studi pianistici e chitarristici si dedicò al trombone – strumento che amava e in cui quasi si identificava – definitivamente a diciotto anni, debuttando nella professione nel 1954, con la South River Band. Lasciò, quindi, gli studi di architettura per nuotare solo nel mare della musica, conservando un respiro strutturale e costruttivo nelle sue composizioni. Un’altra caratteristica fu quella di aver studiato e conoscere la storia del jazz nella sua interezza e di aver lavorato (costruito e guidato innumerevoli formazioni) in ambito sia di jazz tradizionale che moderno. Marcello Rosa aveva un senso dello swing e una sensibilità-attitudine per il blues davvero profondi e particolari: si collocava al di là di mode e tendenze e sapeva connettersi con la lezione più autentica della musica afroamericana.

Strumentista di fama internazionale – dalle sicure capacità tecniche e dalla duttilità esecutiva – e didatta sui generis, Rosa è stato compositore e arrangiatore sempre alla ricerca di nuove soluzioni, solista di valore come fervido ideatore di programmi radiofonici e televisivi per la RAI (dal 1968 al 1995), scopritore e valorizzatore di giovani talenti, eccellente sia come sideman che come leader. Ha inciso molti album (come leader non me do di dieci) e le sue collaborazioni coprono un lunghissimo arco temporale e stilistico che va da Albert Nicholas ed Earl Hines a Dizzy Gillespie e Chet Baker, da Carlo Loffredo a Giancarlo Schiaffini, da Romano Mussolini a Paolo Tombolesi, da Minnie Minoprio a Filippo La Porta.

Da sottolineare, ancora, il suo grande amore per le formazioni ampie, gli organici con corposa sezione di tromboni, le big-band, unite alla sua sobria affabulazione e ad un’ironia corrosiva che, con il tempo, si era fatta più amara senza perdere una vena surrealistica.

 Davvero impossibile riassumere o tratteggiare i settant’anni di musica di Marcello Rosa. Suggerisco un itinerario di ascolti che serve, almeno, a dare un’idea della vastità di orizzonti e della creatività del trombonista che è autore e arrangiatore di tutti i brani. Come scriveva in conclusione del suo libro «(…) gli Amari Accordi ci sono stati e continueranno ad esserci, ma poi ogni tanto – quanto meno te lo aspetti – arriva quel Magic Moment che ti ripaga ampiamente di tutte le incazzature e ti dà la spinta per insistere serenamente con le tue utopie.»

“Friendship” (M.Rosa; Roma, 1974, dall’album “Friendship” King/Universal 1974). Protagonista è un Ensemble condotto da Rosa con   Tony Scott (sax baritono e clarinetto), il leader (trombone), Stefano Lestini (piano), Giorgio Rosciglione (basso elettrico) e Roberto Podio (batteria). Il brano celebra un’amicizia di lunga durata con il prestigioso musicista italoamericano che è vissuto a lungo nel nostro paese. La composizione valorizza Scott al sax baritono e al clarinetto, quest’ultimo intrecciato in polifonia con il trombone di Rosa.

“Hamptoniana” (M.Rosa; Roma, 1980, dall’album “Heaven” Fonè 1996). Suona un quintetto con Marcello Rosa (trombone), Dino Piana (trombone a pistoni), Daniele Cestana, (tastiere), Nanni Civitenga (chitarra e basso elettrici), Enzo Restuccia (batteria). Il pezzo fu scritto durante la settimana (25-30 ottobre 1976, presso il Music Inn di Pepito e Pichi Pignatelli, a Roma) che vide Rosa guidare una Dreamband con  Piana, Slide Hampton, Giancarlo Gazzani, Paolo Boccabella ai tromboni, Amedeo Tommasi al pianoforte e sezione ritmica. Il titolo nasce dall’unione dei cognomi di Slide H. e Dino P.

“Tanga” (M.Rosa; 1985, dall’album autoprodotto “The Best of the Beast. Una storia che all’incontrario va…” 2022). Qui si ascolta un eccellente quintetto con il trombone del leader, la “seconda voce” di Enzo Scoppa (sax tenore), Stefano Lestini (piano), Mauro Battisti (contrabbasso) e Carlo Battisti (batteria): tre generazioni di jazzisti italiani. Il titolo gioca linguisticamente tra “tango” (musica e danza argentine) e “tanga” (indumento intimo succinto).

“The Blue Rose” (M.Rosa;  1990, dall’album autoprodotto “The Best of the Beast. Una storia che all’incontrario va…” 2022). Qui sono in scena Rosa con il suo trombone e Antonello Vannucchi al piano, un jazzista con cui ha molto collaborato dentro e fuori della RAI, intesa come azienda e come orchestra. Di “The Blue Rose” c’è la trascrizione in “Amari Accordi” con un acuto commento del pianista Paolo Tombolesi che negli ultimi decenni è stato colonna portante dei gruppi di Marcello Rosa. Ecco le sue parole: “Un altro brano in ¾, e qui è forte il contrasto tra l’esposizione del tema, lirica ed espressiva, anche se mai retorica, e un solo con un incipit che porta immediatamente l’ascoltatore a un altro livello di tensione ritmica (…)  per poi tornare con imperturbabile aplomb al fraseggio iniziale per l’esecuzione del tema finale. Il tutto nell’arco di meno di tre minuti, che sembrano dilatarsi grazie all’abile costruzione del brano”.

“Opatija” (M.Rosa; Roma, 1995,  dall’album “Heaven” Fonè 1996)

Marcello Rosa qui suona, in sovraincisione, trombe, tromboni, tuba, percussioni; nella seduta di registrazione ci sono Gianni Sanjust (clarinetto), Giorgio Cuscito (piano), Franco Corvasce (chitarra), Pietro Ciancaglini (contrabbasso) e Armando Bertozzi (batteria). È un omaggio alla cittadina natìa, che allora si chiamava Abbazia; curiosa l’atmosfera caraibica che Rosa crea per una località che, prima del 1918, era considerata la Montecarlo dell’Impero Asburgico.

“Scott’s Idea” (M.Rosa;2005, dall’album autoprodotto “The Best of the Beast. Una storia che all’incontrario va…” 2022). Qui è di scena la Mario Raja Big Band, mentre i soli sono dei trombonisti Roberto Rossi e dello stesso Rosa. In organico Claudio Corvini-Fabrizio Bosso-Giampaolo Casati (trombe), R.Rossi-M.Rosa (tromboni), Mario Raja-Maurizio Giammarco-Pietro Tonolo-Javier Girotto (ance), Danilo Rea (piano), Piero Leveratto (contrabbasso) e Roberto Gatto (batteria). Davvero magnifica la formazione dell’orchestra di Raja, composta da musicisti che Marcello Rosa ha visto crescere, valorizzato ed aiutato ad affermarsi; intenso il suo rapporto con la big-band e percepibile la scuola trombonistica che ha contribuito a creare.

“Georgia Riff” (M.Rosa; Roma, dall’album “Number One” Nelson Records 2014 con l’Exit Orchestradiretta da Marco Tiso). La grande formazione ha come solista, in questo brano, Bepi D’Amato (clarinetto) e vede la partecipazione di Aldo Bassi-Fabrizio Bosso (trombe), Roberto Rossi-Roberto Schiano (tromboni), Javier Girotto-Max Ionata (ance).

È uno dei vari dischi-tributo dedicati a Marcello Rosa: “La voce del trombone” (Carlo Angelini, 1993-’94) con Mario Corvini-Roberto Rossi-Enzo De Rosa-Marcello Rosa (tromboni) + Massimo Pirone (trombone basso). Ritmica con Andrea Pozza (in un titolo Gerardo Iacoucci, piano), Marco Fratini (contrabbasso), Armando Bertozzi (batteria); “The World on a Slide” (Alfa Music, 2020), con brani scritti e arrangiati da Marcello Rosa in una vita intera. Formazioni con ex-allievi ed ospiti vari, da Eugenio Renzetti a Roberto Rossi; l’autoantologia “The Best of the Beast. Una storia che all’incontrario va…” 2 CD e 24 brani, orgogliosamente autoprodotti solo due anni fa. Sempre controcorrente.

«Il jazz è una musica seria, ma non seriosa; impegnata e impegnativa, ma che sa al momento opportuno disimpegnarsi; ludica e al tempo stesso profonda, di una semplicità a volte così complicata» (Marcello Rosa in “Amari Accordi”, p.238).

P.S. Ho conosciuto meglio Marcello Rosa quando, nel 1992 se non erro, è stato presidente dell’AMJ (Associazione Nazionale Musicisti di Jazz, nata nel 1989). La sua presidenza era stata preceduta da quelle di Bruno Tommaso e Giorgio Gaslini: ebbe, quindi, un’eredità pesante in una fase cruciale dell’associazione (ne parla in “Amari Accordi”, al capitolo 10). In qualità di direttore responsabile del bollettino dell’AMJ ho avuto varie occasioni per rapportarmi con lui, scoprendone le qualità, il rigore, l’ironia, la fantasia. Avevo, all’epoca, un’idea parziale della sua personalità e fu davvero piacevole e interessante il nostro rapporto professionale che si mutò in stima reciproca consolidata nel tempo.

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