Il concerto-presentazione dell’album “KEEP LEFT and go straight South” (Filibusta Records, 2024) della trombettista-compositrice Lucia Ianniello rappresenta, per chi scrive, un’occasione importante.
Il recital si è svolto il 29 novembre scorso nell’ambito della programmazione concertistica della Casa del Jazz e il suo direttore, Luciano Linzi, presentando la serata ha sottolineato la validità del progetto-disco dell’artista campana e l’empatia che da esso promana. La Ianniello, seguita da un foltissimo pubblico, si è esibita insieme al gruppo che è stato con lei in sala d’incisione (al FREELY Studio, a Terracina): Paolo Tombolesi (piano e tastiere), un vero fuoriclasse strumentale oltreché uno stimatissimo docente di conservatorio; Roberto Cervi alla chitarra elettrica, un musicista “audiotattile” fin nel midollo e dal linguaggio davvero originale; Alessandro Forte, cuore ritmico pulsante e creativo, alla batteria.
Perché un’occasione importante? Conosco e seguo Lucia Ianniello da molti anni e ne apprezzo, da sempre, il rigore, la serietà, la vivace curiosità intellettuale e la non comune capacità di approfondimento, le doti di fine ricercatrice, la ricchezza del linguaggio sia quando scrive (non a caso è anche giornalista, collabora tra altro con il mensile “Left” e il sito “Left.it”) sia quando compone musica. Posso aggiungere, tra le sue qualità, l’ispirazione e lo slancio poetico e passionale che non appaiono troppo ma che vengono, almeno in parte, oscurati dall’apparente razionalismo della musicista. La sua tesi (Diploma Accademico di Primo Livello / Scuola di Jazz / Conservatorio “Licinio Refice” di Frosinone) dedicata a “The Sound of Jazz. Sonorità peculiari, qualità di una diversità” risale all’anno accademico 2008/2009 e, in quell’occasione, la seguii come relatore, con correlatore il M° Stefano Caturelli. Nel 2011/2012 il lavoro per il Diploma di Secondo Livello fu una straordinaria, originale e documentatissima ricerca sul pianista-compositore-attivista politico e sociale afroamericano Horace Tapscott (“The Giant is Awakened: Horace Tapscott’s Dream”. Musica e Progresso Sociale). Una tesi, lo dico da studioso, che meriterebbe un’immediata pubblicazione e che è stata apprezzata anche negli USA per la sua ampiezza e novità. In quella circostanza sono stato un semplice – quanto complice e appassionato – “lettore”, mentre relatore e correlatore furono il M° Eugenio Colombo e il M°Ettore Fioravanti.
Negli anni con la trombettista-compositrice ci siamo spesso incontrati e siamo rimasti in contatto; Lucia è stata così gentile da inviarmi, fin dal 2015, la sua produzione discografica e, per vari motivi, non sono riuscito a parlarne in modo adeguato nelle sedi ove opero. Le ho, spesso, comunicato il mio parere a voce ma in un modo informale. Adesso – grazie alla presentazione alla Casa del Jazz e allo spazio libero su unlimitjazz.it – posso dedicarmi alla sua musica.
Intanto vorrei dire, che dagli esordi discografici ad oggi, l’artista campana è molto maturata sia come trombettista-flicornista (nell’album e dal vivo anche cantante) sia come organizzatrice di suoni, sia come compositrice. Lucia Ianniello è passata da una musica densa e concettuale, dall’esplorazione-evocazione di paesaggi sonori visionari, da un jazz che è stato definito “ragionato” (direi più “progettato” o “architettato”, nel senso costruttivo) a una proposta sonora in cui il “pensiero emotivo” si traduce in parole, suoni, atmosfere, messaggi tanto limpidi quanto intensi, fluidi e comunicativi. La Ianniello ha, inoltre, sempre avuto una visione politica e sociale del jazz (e della musica in generale) e di sicuro lo studio di Horace Tapscott ha potenziato e suffragato questa visione. In “KEEP LEFT and go straight South” la dimensione politica si fa artistica senza nessun ideologismo meccanico, lavorando sul linguaggio sonoro e sul recupero – liberatorio e creativo – del proprio dialetto e della propria identità del Sud Italia, senza nessun localismo o campanilismo.
Dice bene Filippo La Porta, nelle note di copertina dell’album edito da Filibusta Records, che si tratta di un Sud “non solo come categoria geografica ma anche morale e antropologica”; il critico letterario (e musicista) cita Carlo Levi, Ignazio Silone, Albert Camus, tutti autori di alto profilo etico-politico in cui “il Sud si svela come preziosa utopia: critica del Nord industriale, governato dal principio di prestazione e di efficienza, immagine abbagliante di felicità e nostalgia di una vita meno repressa, percezione del confine come spazio di incontro con l’altro. Si tratta (…) di un mito culturale e civile capace di ispirare il comportamento di tutti”.
Qualche dato biografico prima di raccontare il concerto romano e, quindi, l’ultima produzione discografica di Lucia Ianniello; sono informazioni utili per capire in che ampio contesto si sia formata e in quale tessuto di esperienze, spesso collettive, sia maturata la sua poetica. Oltre ad essere diplomata in Tromba e Musica Jazz al conservatorio “Licinio Refice” di Frosinone, la musicista si è laureata in Scienze Economiche e Bancarie presso l’Università di Siena. Ha vinto una borsa di studio per la partecipazione al workshop-research “L’improvvisazione collettiva in Europa: stili e tecniche” alla Fondazione Giorgio Cini di Venezia. Dal 2005 il suo campo d’azione ha spaziato tra ambiti musicali, teatrali, letterari e delle arti visive, collaborando tra gli altri con Eugenio Colombo (“La Ciociara”, ispirata al testo di Alberto Moravia; Atina Jazz 2008) Roberta Pugno (“Le voci di Ipazia”, 2009-‘10), Emanuele Redondi (video “Roma ‘77”, 2017), Tiziana Colusso (“Il precipizio”, 2021). Lucia Ianniello ha preso parte a numerosi organici orchestrali (con direttori da Roberto Pregadio a Mario Raja) ed è stata dal 2009 trombettista, compositrice e arrangiatrice per l’Orchestra delle Donne del 41° parallelo, diretta da Stefano Scatozza; l’organico è stato spesso presente ad iniziative di impegno sociale ed ha realizzato CD (“Voci della Periferia”, Helikonia; “Viaggio Orizzontale”, Zone di Musica) e videoclip (“Finalmente te ne vai”, regia di Cristina Comencini, con Lunetta Savino).
Ben otto i suoi progetti da leader promossi in Italia e all’estero, dall’iniziale “Maintenant” (titolo di un album inciso per l’etichetta inglese Slam, con Diana Torti, Giuseppe La Spina – purtroppo scomparso prematuramente – e Paolo Tombolesi ) ad un progetto dedicato ad Amiri Baraka e incentrato sulla poesia/poetry. Molte le collaborazioni per la trombettista-flicornista tra cui quelle con Giovanna Marini, Rita Marcotulli, Nada, Lucilla Galeazzi, Raffaella Misiti, Andrea Satta e i Têtes de Bois, Andrea Polinelli, Danielle Di Majo, Pasquale Innarella, Ivano Nardi. La incisioni – oltre a “Maintenant” e all’ultimo lavoro, pubblicato da Filibusta – vedono “Live at Acuto Jazz” (Slam, 2017) e il collettivo “My One and Only Planet” (Freely Records, 2022) lavoro di gruppo e a distanza realizzato ai tempi del Covid, complice il batterista Grant Calvin Weston, su tematiche ecologiche.
29 novembre, presentazione del CD “KEEP LEFT and go straight South” (letteralmente “Tenere la sinistra e proseguire dritto verso Sud”) alla capitolina Casa del Jazz. Dopo l’introduzione di Linzi, il gruppo si schiera sul palco con Paolo Tombolesi vicino alla Ianniello, mentre il chitarrista Roberto Cervi (seduto, con nutrita pedaliera) e il batterista Alessandro Forte sono nella zona destra: la formazione ha una disposizione semicircolare e tutti sono in contatto visivo. I brani dell’album, in genere della trombettista, vengono proposti in un’impaginazione diversa. Apre “Black” che con le sue atmosfere tesse una sorta di ponte con altre esperienze: ritmico, evocativo, elettronico, puramente strumentale, ricco di suoni sperimentali, il pezzo apre uno scenario, spalanca un sipario in cui la tromba – in dialogo con la chitarra e sostenuta dalle tastiere – si muove per note lunghe e vaporose, con eco: una melodia che è accorata e, per certi versi, suona arcana.
Il successivo “South” rompe ogni indugio e ci fa, metaforicamente, salire sui treni di una volta. La voce della Ianniello in campano, dopo un inizio sperimentale, esorta a “prendere il treno e andare”, un’ode all’abbandono e alla migrazione volontaria per crescere e alimentare la speranza, con echi vivi di musica contemporanea. Il seguente “Tide” (in un 7/4 difficile da percepire) è a tempo lentissimo e inarrestabile come la marea del titolo: è una metafora per quelle “masse di donne, uomini e bambini (che) si muovono in un flusso inarrestabile, naturale, alla ricerca di nuove terre, paesi, continenti, nella speranza di una vita migliore”. Le idee si collegano ma, soprattutto, la musica le esprime naturalmente con le peculiarità timbriche di tastiere e chitarra elettrica, i ritmi coloristici, la tromba (a volte sordinata) con suoni nitidi o screziati, pennellate sonore pastose e vivide.
“Together” (scritto dalla trombettista con Paolo Tombolesi) è un lungo, maturo episodio strumentale, giocato in gran parte a tempo libero, dall’andamento un po’ onirico e divagante. Poi è l’organo a sopraggiungere per dar vita ad un tema conclusivo dal sapore contemporaneo. “Human Race” torna ad usare le parole, sempre in dialetto campano, ed è – secondo le parole dell’autrice – “uno ‘Strange Fruit’ attualizzato, con la speranza e la certezza che siamo tutti uguali. Il razzismo non dovrebbe esistere”. Vivida e iconica la capacità – sia del testo che della musica – di ritrarre l’emarginazione e lo sfruttamento come di sottolineare il principio di uguaglianza (“nuje simm ugual / nun t’ ‘o scurdar cchiù!”).
Il brano “It’s Raining” è l’unico scritto prima del Covid, spiega al pubblico la Ianniello: si apre con un riff di tastiere integrato da frasi di tromba, piano, chitarra, seguito da un inserto in cui l’ottone sordinato e la tastiera dal suono clavicembalistico accentuano i riferimenti alla musica europea del Novecento (echi stravinskjani?); ancora un passaggio d’insieme sospeso nel vuoto, aritmico. Riprende il riff con improvvisazioni varie a tratti polifoniche. Un altro momento strumentale che introduce, indirettamente, la successiva “Feronia” (musica di Tombolesi) che rappresenta sia la conclusione dell’album “KEEP LEFT and go straight South” come il vertice della sua presentazione dalla Casa del Jazz.
Ancora un testo in dialetto campano, scandito su un ritmo funky ispessito da un trascinante riff di tastiera: la voce si muove più vicina alla poetry e al rap che al canto e parla di liberazione e rivolta femminile, di identità e parità, di speranza e utopia, evocando anche la dea Feronia di origine italica (suoi templi sono attestati in varie località, da Capena a Terracina fino a Posada, in Sardegna). La divinità, protettrice dei boschi e delle messi, accudiva gli schiavi liberati, i liberti. “Voglio esse chi song’io / no chell ca vuò tu / te piace o nun te piace / nun me ne ‘mporta cchiù (…) Si scriv Fantasia / puoi leggere Eutopia”. Arricchita dal vivo dalla perturbante presenza sonora della chitarra di Roberto Cervi, “Feronia” trascina e, su una scansione danzante, inserisce potenti sciabolate di free-funk.
Il concerto volge al termine, in un clima molto complice e partecipato, con due brani strumentali. “Mr. L.P.” (dedicato ad un amico risvegliatosi dal coma, scritto da Lucia Ianniello) si muove su una prima melodia disegnata dalla tromba che esprime sofferenza ma poi muta verso la solarità, esplicitando il “lieto fine” di un’esperienza durissima. “Bird Migration” è, invece, frutto della felice penna di Paolo Tombolesi: pezzo dall’incalzante incedere ritmico, si articola su due temi e gioca bene sulla compresenza di piano e tastiere. Nel suo muoversi ricco di energia si ritraggono non solo le migrazioni degli uccelli ma anche quelle umane che inseguono “un sogno, per realizzare sé stessi, oltreché per fuggire da guerre, carestie e cambiamenti climatici” (come scritto nel comunicato stampa che accompagna l’album). Il bis, inevitabile e necessario, è “Peyote Song No.III” di Jesse Sharps – si trova nei primi due album e fa riferimento al progetto legato ad Horace Tapscott, “Pan-Afrikan Peoples Arkestra” – ma il concerto continua con le firme sulle copie degli album, i saluti, gli incontri, i dialoghi e le chiacchiere tra musicisti, pubblico, allievi, fan.
Ho scritto forse troppo ma sento la necessità ancora di qualche riga.
Mi colpisce la voce di Lucia Ianniello perché esprime, con naturalezza, un’anima e un calore popolare. Ha l’immediatezza, il colore e la forza di quelli che è sbagliato chiamare dialetti perché sono lingue: in Italia hanno ancora una grande diffusione, dovuta alla nostra travagliata e frammentata storia che ha, comunque, generato culture e subculture di incredibile ricchezza.
Un dato importante che si evince da vari brani dell’album è altresì quello di una riappropriazione/riconsiderazione dei tempi, nella loro umanità e relazione con gli altri, in un’accezione che è femminista e femminile; un gesto e un atteggiamento rivoluzionari che rifiutano il “principio di prestazione e di efficienza” che citava Filippo La Porta e considerano il “confine come spazio di incontro con l’altro”. Infine è da sottolineare la pregevole bellezza del papercutting di Mery Tortolini (“La linea dello sguardo”) che costituisce la copertina di “KEEP LEFT and go straight South”.
