Roma Jazz Festival (1°-23 novembre 2024): la 48ma edizione declina il tema “Hybrid”

Alessandro Gwis, Elisabetta Antonini, Alessandro COntini, Nils Petter Molvaer e Michele Rabbia al RJF. Foto di Paolo Soriani
Tempo di lettura: 10 minuti
Recensioni e riflessioni sui recital di Elisabetta Antonini/Alessandro Contini, sui “Caraviaggianti” di Rita Marcotulli, la Blind International Orchestra e l’energia del sorriso (jazz)

Si è concluso il 23 novembre scorso il “Roma Jazz Festival 2024”, manifestazione – giunta alla sua 48a edizione – il cui progetto è risultato vincitore dell’Avviso Pubblico biennale “Culture in Movimento 2023-2024” di Roma Capitale. Come negli anni passati, il festival si è interrogato sul rapporto tra jazz e presente, tra la sua eredità linguistico-culturale e la proiezione nel XXI secolo. Concetto-guida, scelto dal direttore artistico Mario Ciampà, è stato Hybrid, elemento-chiave importante considerando, anche, che il “meticciato” è stato fin dalle origini carattere distintivo della musica di matrice afroamericana.

Nella dimensione jazz odierna “l’ibridazione riguarda il linguaggio, con influenze “rap, nu jazz, post-bop, jazztronica, new soul – si afferma sul sito ufficiale della rassegna – che hanno allargato i confini del genere”. Il tutto va collocato, peraltro, in uno scenario planetario e interconnesso per cui – e sono parole di Ciampà – “il jazz di oggi (…) è frutto della creatività post-globale. La sua evoluzione, non dipenderà più solo dalla scena di New York, Los Angeles, Londra o Berlino ma da quella di Lima, Abidjan o Baku; dalle nuove tecnologie; dalla diffusione tramite le piattaforme TikTok, Twitch e YouTube; dall’Intelligenza artificiale, per arrivare ad una totale ibridazione”.

Del resto la mondializzazione del jazz è fenomeno iniziato già negli anni ’60 mentre sul fronte dell’intelligenza artificiale un risultato apprezzabile è ascoltabile nell’album “Ex Machina”, realizzato da Steve Lehman con l’Orchestra National de Jazz (con la collaborazione di Jérôme Nika e Dionysios Papanikolaou) nel 2023 (ONJ Records).

Il tentativo del Roma Jazz Festival – nelle sue quasi tre settimane di programmazione, iniziata il 1° novembre con il concerto della sassofonista statunitense Lakecia Benjamin – è stato quello di provare a documentare quanto sta accadendo a livello di ibridazioni “espressive, stilistiche, culturali e geografiche”. Prodotto da IMF Foundation in co-produzione con Fondazione Musica per Roma, il Roma Jazz Festival 2024 è stato realizzato con il contributo del Ministero della Cultura.  

Tanti i concerti nei ventidue giorni della rassegna romana, dislocati soprattutto all’Auditorium Parco della Musica “Ennio Morricone” (sale Petrassi, S.Cecilia e Sinopoli; Teatro Studio Borgna), con escursioni anche alla Casa del Jazz e al Monk. Volendo – e dovendo – scegliere concentrerei l’attenzione sui recital di Elisabetta Antonini / Alessandro Contini “(R) Evolution” (13 novembre), Rita Marcotulli “Caraviaggianti” (20/11) e BIO Blind International Orchestra (17/11), diretta da Alfredo Santoloci con ospite Javier Girotto).

Il recital del 13 novembre (Teatro Studio Borgna quasi esaurito) si è configurato, in realtà, come la presentazione del nuovo album-progetto elaborato dalla cantante (bandleader, arrangiatrice-compositrice, docente) Elisabetta Antonini e dal cantante-attore Alessandro Contini (anche compositore, autore di testi e musiche, ideatore di spettacoli di teatro-canzone). Su “[R]EVOLUTION” (etichetta MusicVox) – inteso nella sua complessità di repertorio-prodotto discografico-lavoro interattivo – i due ideatori hanno scommesso molto: si tratta, infatti, di una scelta dai molteplici aspetti. Antonini/Contini hanno optato per un’espressione artistica complessiva che abbinasse il linguaggio sonoro (con ampie parti vocali e molte elaborazioni tecnologiche) a quello iconico-visivo, realizzando – su disco ma soprattutto dal vivo, e non era facile – un’esperienza di carattere immersivo per il pubblico. Si tratta di un “salto in avanti” da cui sarà difficile tornare indietro, prospettiva comunque poco diffusa nell’ambito jazzistico a cui di sicuro appartiene Elisabetta Antonini che, però, ha sempre amato territori di confine come, tra l’altro, dimostrò il suo notevole progetto-disco “The Beat Goes On” del 2014, all’incrocio tra musica e poesia beat.

La seconda scelta, profondamente intrecciata alla prima, è di genere contenutistico essendo l’album, come afferma il comunicato-stampa di presentazione, “ispirato alla poetica ‘rEvoluzionaria’ di alcuni artisti come l’attivista afrobeat Fela Kuti, il fotografo Sebastião Salgado, i poeti Dino Buzzati e Charles Bukowski, il cantante David Sylvian e la coreografa Pina Bausch. Questo album è dedicato a loro e a tutti i rivoluzionari che attraverso la loro arte, propulsiva, salvifica e sovversiva hanno permesso di Evolvere attraverso una Rivoluzione”.  Ci vuole coraggio, nel nostro tempo oscuro e conformista, a veicolare un messaggio rivoluzionario e ancor di più se esso attinge agli universi della musica, della letteratura, della fotografia, della danza. I due autori stessi raccontano che “il progetto nasce come espressione della nostra unione personale ed artistica, da passioni comuni e curiosità intellettuali, dalle rivoluzioni che alcuni artisti hanno acceso nelle nostre coscienze, dall’evoluzione interiore che ne è derivata. Tutto questo è per noi una (R)Evolution ed è ciò che abbiamo voluto trasfigurare e tradurre in musica”. Prima di raccontare quanto visto nel concerto romano, va precisato che Elisabetta Antonini e Alessandro Contini – autori e arrangiatori di quasi tutte le musiche, produttori dell’album in CD e vinile – hanno realizzato il nuovo lavoro attraverso un lavoro di squadra che ha coinvolto Stefano Amerio (registrazione e missaggio), l’eccellente Michael Rosen nella veste di autore di liriche originali, Paolo Soriani per la parte fotografica, Nerina Fernandez per l’Artwork.

Al Teatro Studio dedicato a Gianni Borgna, i due artisti e il loro vasto gruppo hanno lavorato per restituire in toto le atmosfere sonore – complesse ed elaborate – del disco (grazie a fonici vari, tra cui Emanuele Giunti), arricchite da una nuova ed inedita parte video (di Matteo Calabro) e con una scaletta che non ha rispettato la narrazione dell’album ma l’ha ridisegnata. E qui è necessario sottolineare il contributo indispensabile, in termini strutturali e timbrico-coloristici,  del gruppo che vede – oltre ai due leader alla voce e all’elettronica – il geniale e duttile Alessandro Gwis (piano, tastiere, elettronica), il creativo e “artista plastico” del ritmo Michele Rabbia (percussioni, elettronica) con la partecipazione quintessenziale del trombettista norvegese Nils Petter Molvaer, coinvolto nel progetto proprio per l’essenza sonora del suo strumentismo, legato a Jon Hassell e alla manipolazione del suono.  Da “Genesi” a “Suite for Pina Bausch” (passando, tra l’altro, per la trascinante “For Fela”, l’onirica “Nostalgia” e la narrativa “Bluebird”) resta centrale la parola – elaborata dalla tecnologia ma sempre essenziale, giocata in una serie di rapporti dialettici – nella sua relazione con suoni acustico-elettrico-campionati. Il fattore jazz permane soprattutto nella ben presente improvvisazione ma vari apporti vengono dal pop-rock, dall’ambient, dal minimalismo, dallo sperimentalismo, seguendo una rigorosa struttura architettonica. Ibrida in tutto, la musica del quintetto è già “futuro contemporaneo” e merita plauso e incoraggiamento nella speranza di un’adeguata diffusione dal vivo e come album.  

Il recital “Caraviaggianti” (20/11) della pianista e compositrice Rita Marcotulli è legato a quello di Antonini/Contini da vari aspetti. In primis la progettualità e la multimedialità perché lo spettacolo nasce nel 2018 (concerto di apertura di “Umbria Jazz” in luglio, a Perugia): “È un viaggio visionario attraverso Caravaggio e la cosa più importante è che emozioni, che arrivino (al pubblico) suggestioni”, ha detto l’autrice. “Per me – ha sostenuto la Marcotulli – Caravaggio è sempre stato un visionario, un contemporaneo, un  moderno”. Ecco, quindi, la sinergia tra opere di Michelangelo Merisi, composizione originale ed elaborazione grafica – con varie strategie di movimento interno, di evidenziazione di dettagli, di frammentazione e sovrapposizione – realizzata dal gruppo milanese Karmachina (e in particolare da Rino Stefano Tagliaferro). Se “[R]EVOLUTION” è un’esperienza immersiva, “Caraviaggianti” lo è altrettanto dato che musicisti (e pubblico) viaggiano durante il concerto all’interno delle tele caravaggesche, proiettate alle spalle del gruppo in ampie dimensioni e vividi colori.

Continuando nel parallelo, anche il lavoro della pianista-compositrice si avvale di alcuni testi, scritti e letti dal “narratore” Stefano Benni (riprodotti in registrazione), dei piccolo monologhi a carattere filosofico-esistenziale in particolare legati alle tele “L’incredulità”, “La vocazione di San Matteo”, “Il suonatore di liuto del Monte”, “Il martirio di San Matteo”, “La fuga in Egitto”, “Giuditta e Oloferne”. Dal canto suo la parola, cantata, drammaticamente irrompe ne “La Medusa” (con la suonatrice di koto e, in questo caso, vocalist fuoriclasse Mieko Miyazaki), mentre il già citato  “Suonatore di liuto del Monte” è introdotto a cappella con arte sopraffina dal (batterista e) cantante Israel Varela, cui segue un coro di voci campionate. Altro aspetto che lega la Revoluzione e i “Caraviaggianti” (nel programma del RJF era scritto “Caravaggianti” ma la vocale “i” dispersa muta profondamente il termine…) è la presenza carismatica nel gruppo di Michele Rabbia, un grande artista della percussione e dell’elettronica ormai trasferitosi a Parigi ma presente in molte delle più significative proposte artistiche della scena jazz italiana.

I paralleli, forse utili, depistano dalla corretta descrizione del lavoro dedicato da Rita Marcotulli al Caravaggio che “non considero un personaggio oscuro, come molti sostengono: la sua è una rivoluzione che si compie attraverso la luce e che mostra come anche nelle tenebre più fitte può nascere una visione nuova, un’arte che illumina il nostro sguardo sul mondo”. Stimolata in primis da Renato Parascandalo, la Marcotulli ha iniziato a comporre immaginando un viaggio dentro i quadri del Caravaggio, seguendo l’alternarsi del buio e della luce e il senso della vita che ne scaturisce Le sue composizioni hanno incontrato lo stimolo e l’interesse dell’organizzatrice Matilde Brescianini (Tadaam) e da lì è nata la prima esecuzione dei “Caraviaggianti” ad Umbria Jazz 2018. Ma la pianista, per dare vita e corpo alle sue musiche, ha coinvolto musicisti che conosce da lungo tempo, artisti di livello internazionale che danno un fondamentale contributo alla sequenza di undici brani-opere di Michelangelo Merisi che sostanziano lo spettacolo. Si parla – oltre all’autrice al piano e alle tastiere e ai già citati Mieko Miyazaki, Israel Varela e Michele Rabbia – del sassofonista (soprano e tenore) norvegese Tore Brunborg, del contrabbassista francese Michel Benita e del violoncellista italiano Marco Decimo. Quindi tre gruppi per un’idea: quello musicale, nella sua ampiezza, varietà e transculturalità sonora; il gruppo di visual designer Karmachina, che ha agito in stretta correlazione con le indicazioni della compositrice; i testi di Stefano Benni.

Alle opere già elencate vanno aggiunte “Il canestro di frutta”, “La bonaventura”, “I bari” e “Santa Caterina”. Per il brano “Lacrima” la Marcotulli si è ispirata a “Narciso e la Maddalena”. Chi scrive ha trovato particolarmente riusciti “Il canestro di frutta” (riproposto anche come bis); “I bari” con il suono inconfondibile del sassofono di Brunborg e un magnifico assolo di piano della Marcotulli; “Il suonatore di liuto del  Monte” con la parte vocale, il koto che simula il liuto e il generale andamento lento e “ostinato”; “La Medusa” in cui c’è una forte compenetrazione tra scomposizione e ricomposizione dell’immagine (in particolare la capigliatura di serpenti e il dettaglio della bocca) e l’andamento musicale che ha episodi di vorticosa libertà e culmina nel canto-grido della Miyazaki. A volte ho trovato poco efficaci le animazioni interne ai quadri, come – ad esempio – le dita che si muovevano del suonatore di liuto.

Va in ogni caso riconosciuto il merito alla direzione artistica del Roma Jazz Festival di aver proposto i “Caraviaggianti” nella sua programmazione; il progetto, certo costoso ma non più di altri, dopo il suo debutto ad “Umbria Jazz” (2018), è rimasto fermo in epoca Covid e poi è stato presentato solo alla Certosa di San Lorenzo (Padula; rassegna “Double Sky”) nell’agosto 2021 e in Germania presso l’Istituto Italiano di Cultura di Colonia (Sala Ostermann) nel dicembre 2022.  

Un altro aspetto della rassegna romana, che mi preme sottolineare, sono i concerti “inclusivi”, quelli che fanno in modo che si abbattano le barriere. In questo senso va inquadrata l’esibizione della BIO – Blind International Orchestra – fondata nel novembre 2022 dal M° Alfredo Santoloci, docente di sassofono e, in un recente passato, direttore del conservatorio capitolino di S.Cecilia. Il Teatro-Studio G.Borgna ha ospitato il 17 novembre pomeriggio (ore 18) un interessante concerto della formazione, composta per un terzo da musicisti con disabilità visiva fra i dodici e i sessantacinque anni come i pianisti Matteo Mazzone e Alessandro Mariano. Santoloci ha proposto un repertorio che, partendo da brani di musica classica (Mozart e Bach), è approdato al jazz attraverso la gershwiniana “Summertime”, “Il jazzista” di Gianni Mazza, “Direzione Sudest” di A.Mariano, “Spain” di Chick Corea. Nella parte conclusiva del recital si è aggiunto il sassofonista Javier Girotto – già in precedenza ospite della Blind International Orchestra – con i suoi strumenti. Insieme orchestra e solista hanno eseguito appositi arrangiamenti per brani tratti dal repertorio del gruppo Aires Tango: “La poesia”, “Fuga del ‘900”, “Nahuel” e “La Luna”.

Il M° Santoloci ha raccontato, in varie interviste, che rimase colpito nel marzo 2022 dal livello di una band di strumenti a fiato – composta da ragazzi/e non vedenti – che sentì a Pechino in occasione dei Giochi paralimpici invernali. Di qui l’idea di dar vita ad un organico simile in Italia e il lavoro per risolvere i problemi di comunicazione tra direttore e orchestra: ciò può avvenire (come brevettato in Corea del Sud dall’associazione Human Instruments) grazie ad una bacchetta  “aptica” che trasforma i movimenti del braccio in vibrazioni, inviati in modalità wireless a ricevitori che i musicisti possono tenere al polso o alla caviglia. Il direttore italiano ha invece sperimentato (e trasformato in dinamica relazionale) la traduzione della gestualità in parole sussurrate ad un microfono che viene recepito solo dai membri della Blind International Orchestra attraverso appositi auricolari. In occasione di un recital del dicembre 2022, il direttore ha  dichiarato che “con questo concerto vorremmo sensibilizzare le famiglie di ragazzi/e con deficit visivo affinché comprendano che è possibile far musica insieme. Basterebbe anche solo incontrare chi già è nella BIO per comprendere che possiamo abbattere certe barriere”. L’esibizione della Blind International Orchestra al Roma Jazz Festival, con ospite Javier Girotto, lo ha pienamente dimostrato.

Si conclude sottolineando come, dal 9 al 24 novembre, nello spazio Auditorium Arte sia stata ospitata l’interessante mostra fotografica collettiva “Il Jazz e l’energia del sorriso”, organizzata dall’Associazione Fotografi Italiani di Jazz (AFIJ) che fa parte della Federazione Nazionale Il Jazz Italiano (FIJI). L’aspetto positivo, solare e costruttivo del jazz, e della sua rete di rapporti, è stato offerto nei begli scatti di Giuseppe Arcamone, Pietro Bandini, Luciano Bellucci, Michele Bordoni, Paolo Caivano, Giuseppe Cardoni, Mario Coppola, Emanuela Corazziari, Luca D’Agostino, Francesca D’Alessandro, Massimo De Dominicis,  Leo Claudio De Petris, Caterina Di Perri, Marco Floris, Alessandra Freguja, Sanzio Fusconi, Fabio Gamba, Umberto Germinale, Alberto Granata, Gianni Grossi, Gabriele Lugli, Maurizio Magnetta, Francesca Mancini, Roberto Manzi, Andrea Mercanti, Paolo Perna, Roberto Priolo, Luciano Rossetti, Andrea Rotili,  Domenico Santonocito.

Condividi

Facebook
Twitter
WhatsApp
LinkedIn
Email

Leggi anche

L’anima jazz di Gerardo...