Un esperimento, quello della pièce “Kind of Miles” scritta da Paolo Fresu e in scena dal 23 ottobre scorso. Partenza da Bolzano – il cui Teatro Stabile ha prodotto il lavoro – e repliche (circa cinquanta) che, fino al 26 gennaio 2025, si sono tenute o si terranno a Torino, Milano, Trento, Bologna, San Marino, Genova, Udine, Treviso, Voghera, Chiasso, Trieste, Savona e Pontedera.
Con Fresu (autore del testo e attore in scena, nonché impegnato con tromba, flicorno e multieffetti) suonano nello spettacolo Filippo Vignato (trombone), Dino Rubino (piano e Fender Rhodes), Bebo Ferra (chitarra elettrica), Marco Bardoscia (contrabbasso), Federico Malaman (basso elettrico), Christian Meyer e Stefano Bagnoli (batterie). Da ricordare anche la regia di Andrea Bernard, i new media artist Marco Usuelli e Alexandre Cayuela, Marco Alba per il disegno-luci ed Elena Beccaro per i costumi, oltre ai consueti (e ormai ‘storici’) collaboratori del trombettista: Vittorio Albani e Luca De Vito.
Ho intervistato Paolo Fresu durante una delle date milanesi e l’intervista, in forma sintetica, è stata pubblicata su “il manifesto” domenica 17 novembre 2024 (pagina 11, “PAOLO FRESU. Nel mito della doppia maschera di Miles Davis”). Propongo su unlimitjazz.it la conversazione con il trombettista-attore-autore in forma integrale, affinché opinioni ed informazioni abbiano pieno spazio ed articolazione. (Luigi Onori)
Salve, Paolo. Sei oggi a Milano al teatro Carcano per una quattro giorni di rappresentazione di “Kind of Miles”. Hai già alle spalle una decina di repliche tra Bolzano – teatro Stabile che ha prodotto il lavoro – e Torino. Sarai in altri dodici teatri per un totale di circa cinquanta spettacoli. È una bella prospettiva, un impegno che dura nel tempo e ti chiedo se sei soddisfatto di come sta procedendo questa nuova esperienza?
Sono molto soddisfatto, devo dire, nel momento in cui sai che questa è la terza esperienza teatrale ma delle altre due (”Tempo di Chet”, 2022; “Tango Macondo”, 2023) abbiamo già parlato. Sono molto soddisfatto perché è stata un po’ una sfida per me.
All’origine l’idea era quella di portare in teatro un testo che avevo scritto io su Miles e di affidarlo ad una voce recitante, una sola, perché poi ci sono otto musicisti è quelli sono il “corpus” della rappresentazione, non dico l’elemento più importante ma senz’altro importante rispetto al testo. Dopodiché Walter Zambaldi che è il direttore del teatro stabile di Bolzano mi ha detto: “Ma perché non lo reciti tu?”. “Oddio!” … e alla fine mi sono buttato in quest’esperienza, a sessantatre anni una parte attoriale. Non è stato semplice, è stato complesso perché ho lavorato veramente molto. L’ho fatto prima di andare a Bolzano, poi per venti giorni a Bolzano… perché mi devo splittare in due parti diverse, che sono quella della lettura, cioè del testo che deve, ovviamente, essere imparato a memoria e poi switchare immediatamente nella partitura musicale. E quindi è stata una sfida e sono contento per diversi motivi: uno quello che credo di averla vinta, in un certo senso, perché oggi effettivamente mi trovo nel mio doppio ruolo sul palcoscenico e perché è uno spettacolo del quale noi siamo molto felici, ci divertiamo molto e vediamo un pubblico numerosissimo: finora sia a Bolzano che al Carignano di Torino, sei giorni, tutto esaurito, avremmo potuto fare un’altra settimana. Il pubblico va via veramente felice ed entusiasta e, in alcuni casi, anche emozionato e, quindi, poi coglie aspetti diversi. Abbiamo spettatori diversi, il pubblico del teatro, ci sono gli abbonati, signore di un certo tipo che, magari, vanno a sentire la prosa e che, improvvisamente, si trovano a fruire di un lavoro totalmente diverso. E spesso sono da loro che arrivano i complimenti più belli.
Quindi siamo molto contenti perché ci pare che – al di là dell’impegno, della fatica, anche del senso della sfida che ho raccolto e che abbiamo raccolto – poi ci sia anche una risposta veramente importante da parte del pubblico. È anche un lavoro che, poi, contempla la presenza di video, è un lavoro composito dove ci sono tanti linguaggi che si fondono assieme… Ovviamente il lavoro può sempre crescere e sicuramente crescerà: adesso, per esempio, stavo lavorando al copione perché, nonostante tutto, continuo a indagare. Che ci sia una grande risposta di pubblico è indubbio e molti, addirittura, hanno detto che questo è un lavoro che bisognerebbe portare nelle scuole, perché ha un carattere divulgativo – diciamo così – ma in una maniera molto semplice. Fa sì che anche per una persona che non conosca il jazz – che magari voglia approfondire cosa è il senso della musica, posto che ce ne sia uno e solo uno – questo è uno spettacolo che in qualche modo può aiutare a svelarlo. Siamo veramente molto soddisfatti.
Quindi “Kind of Miles” multimediale, divulgativo, trasversale…
Sì, perché non è la vita di Miles Davis. Rispetto a “Tempo di Chet” che in qualche modo raccontava la vicenda umana e creativa di Chet, in questo caso non raccontiamo la vita di Miles ma la sua filosofia, le sue passioni, le sue visioni… Poi c’è una parte in cui racconto anche la mia vita.
Racconto il mio apprendistato: narro che – ascoltando il tema di “Le foglie morte”, che suonavo con il gruppo di musica leggera – non avevo riconosciuto neanche la melodia. La versione suonata da Miles Davis con il suo gruppo al festival di Juan-les-Pins (1963, n.d.r.) era così lunare che non avevo neanche riconosciuto il tema. E lì mi sono appassionato al jazz e, poi, racconto il tempo che passavo a trascrivere gli assoli, soprattutto quello di “ ‘Round Midnight” (la versione in quintetto del 1957) e perché mi sono appassionato all’uso della sordina, che cosa è il suono interiore e quali sono state di Miles le sue lotte, le sue passioni, “Jack Johnson”…
Insomma diciamo che è un racconto un po’ autobiografico che porta avanti due linee: quella del tratteggiare Miles, soprattutto nel momento storico, e anche un po’ ripercorrere il mio apprendistato per poi raccontare così – in maniera onesta, spero, e soprattutto sincera – cosa trovo nella musica di Miles sotto quell’essenza…
Questa è un po’ una questione su cui ti volevo sentire. L’aggettivo “mitico” (spesso consumato da un uso eccessivo) mi sembra un po’ alla base della prospettiva della tua narrazione fatta di parole e musica. E mi chiedo, e ti chiedo, perché in questo momento storico abbiamo così bisogno di Miles Davis che – come hai scritto – pur essendo immerso nel suo tempo opera con un “collegamento temporale che cancella le distanza e dilata il tempo”?
Queste sono parole che utilizzo nello spettacolo. Dico che i miti di oggi si accendono e si spengono come una stella cadente. Sono un po’ passeggeri, un po’ repentini quando il mito è qualcosa che ha a che fare con la storia, con i linguaggi, con la sedimentazione delle cose. Io non sono uno per i miti, non mitizzo: ritengo che come uomini si sia tutti uguali ma esiste un mito nel momento in cui qualcuno sedimenta qualcosa che, tra l’altro, viene regalato e messo nelle mani degli altri. Da questo punto di vista sì, possiamo considerare Miles un uomo mitico perché ha anticipato i tempi, perché ha aperto le porte dover noi siamo potuti entrare, perché c’è sempre stata una visione che ha guardato avanti. Quindi se noi oggi siamo qua in buona parte è anche merito di Miles.
Da questo punto di vista penso che Davis – ma anche Coltrane e Parker – si possano considerare “uomini mitici” nel momento in cui il loro verbo, il loro pensiero, quello che hanno fatto continua ad essere attuale, continua ad essere in un luogo, e noi oggi dobbiamo consegnarlo a qualcun altro. Da questo punto di vista, è un mito che ha a che fare con il tempo: i miti hanno un tempo breve ma con Miles parliamo degli anni ’50 e degli anni ’60 (e oltre) e il mito continua ad essere un elemento di discussione e di scoperta. Per cui mi piaceva quest’idea di legare un mito classico – quello della civiltà mediterranea, diciamo così – a Miles, non dimenticando che la sua africanità comunque è stata molto presente nella sua vita, nella sua musica e che lui ha perennemente inseguito fino alla sua morte, nel 1991, quest’idea di dover cercare, forse, un riscatto nei confronti della società afroamericana. Ma anche questa sua ricerca esasperata, in qualche modo, del successo, la sua passione per il lusso, le macchine, le donne… è come se fosse una sorta di manifestazione, neanche troppo nascosta, del suo bisogno di affermarsi.
Simboli di uno status, diciamo così, superiore, anche rappresentativi di una “autoregalità” nel senso davisiano… Parlando di Davis, così importante per la tua formazione in parallelo a Chet Baker, si evocano sonorità e pensiero musicale ma anche si parla – presentando lo spettacolo – del suo viso scavato, di occhi profondi, “mani rugose, soffio, carezza, graffio”… C’è, quindi, anche un aspetto di corporeità straniante che, del resto, riproduce la copertina del doppio cd in cui si evoca il volto di Miles Davis nella foto di “Tutu” ma diventa, attraverso la tua, una sorta di maschera antica e totemica che ha riferimenti con quelle sarde. Il discorso dell’iconicità di Davis è, di conseguenza, non solo sonoro ma anche fisicamente e simbolicamente possente.
Può ricordare anche la maschera del riso sardonico sarda. Guarda, Davis ha sempre avuto questa fisicità molto riconoscibile e c’è anche un’iconografia che riporta immediatamente a lui, come quella a forma di esse: dico nello spettacolo quasi a cercare il suono nella terra però, nello stesso tempo, a volersene allontanare, dall’altra parte quasi a voler trovare un appoggio che non c’era. La posizione ad esse di un corpo sbilanciato dietro era molto tipica di Miles è in qualche modo anche mia: c’è questa ricerca perenne del suono, che fa sì che la sua posizione fetale – e anche un po’ rivolta verso la terra –poi creasse quell’incredibile magia che faceva sì che gli spettatori rimanessero incollati davanti a lui, davanti ai suoi concerti. Però ha anche a che fare con il suono. Miles, alla fine, è sempre stato uno che ha cercato non solo la musica, non solo la creatività ma ha cercato sempre il suono…
La cosa incredibile – quando Miles è tornato in auge negli anni ’80 e molti giornalisti dicevano “Non è più il Miles di una volta. Ha venduto l’anima al diavolo” ecc. – è che io sapevo che il suo suono non era mai cambiato. Da trombettista sentivo il Miles dei dischi degli anni ’80 e comprendevo che, in fondo, il suono della sua tromba era rimasto esattamente uguale a quello degli anni ’50 e degli anni ’60, quindi questo significava che lui era sempre sé stesso. Davis ha passato la vita a cercare un suono che è quello che oggi noi conosciamo, comunque, e tutte le sue posizioni erano una modalità per sentirsi meglio con sé stesso, perché lo so io sulla mia pelle. Quando, ogni tanto, in un concerto vedo che la musica non sta funzionando bene è perché, in realtà, non ho trovato una relazione con il suono. E questa la trovi se c’è una posizione che ti coinvolge, che in qualche modo ti rende un tutt’uno con quello che stai facendo. Quindi le posizioni di Miles erano profondamente legate al suo strumento, alla sua idea di costruzione sonora che – soprattutto per una tromba, che è uno strumento fisico, in cui il mezzo vibrante sono le labbra e quindi coinvolge tutto il corpo – è una cosa molto importante che Miles ha sempre praticato.
Quindi non è una questione di silhouette ma una questione diciamo di unione corpo-suono-aspetto-comunicazione, tutto sommato.
Assolutamente sì e in più è un fatto estetico, perché alla fine questa silhouette a forma di esse, come dico nello spettacolo, ha a che fare con l’estetica, sembra quasi un quadro di un grande del passato, siccome Miles l’estetica l’ha sempre molto coltivata… C’è una frase storica di Davis che è esattamente contrapposta ad un’altra di Ornette Coleman. Miles diceva: “La musica e la vita sono una questione di stile”. E Ornette invece affermava: “La musica non è uno stile”. È interessante questa cosa; in fondo volevano dire la stessa roba, però Miles sosteneva che la musica e la vita sono una questione di stile e devo dire che lui lo stile lo ha sempre cercato, con una certa raffinatezza: amava l’Italia perché vi ritrovava la bellezza. È sempre stato un uomo che si è vestito con eleganza e che ha avuto passione per cose apparentemente futili come le macchine oppure altre passioni meno futili e pericolose come la droga… Ma di fatto questa perenne ricerca anche del bello, a mio avviso, l’ha trasferita anche nell’ultimo periodo della sua vita; i suoi disegni che erano, comunque, un qualcosa di molto delicato, non saprei come definirli. Sicuramente un uomo dalle mille personalità che si esprimeva con mille ricchezze, diciamo così. Aveva un doppio modo di leggere anche sé stesso. Sicuramente la sua silhouette era una delle tante maniere per esprimersi.
Parliamo di scelte musicali e di repertorio, che sono basilari in “Kind of Miles”. Ovviamente nello spettacolo si ascoltano meno brani rispetto a quelli che si trovano nel doppio CD e nel vinile. In ogni caso in “Shadows” (che rappresenta la dimensione davisiana acustica) ci sono tre brani originali su dieci; in “Light” (specchio della dimensione davisiana elettrica) ci sono dieci originali su undici, di cui almeno due frutto del lavoro collettivo. Perché questa disparità, probabilmente dovuta ad una scelta narrativa e a un criterio un po’ di indagine campionata nel vastissimo repertorio del trombettista afroamericano?
Assolutamente sì, nel senso che noi non volevamo né essere una cover-band, da una parte, né tantomeno volevamo – a teatro e anche nel disco – ricostruire la storia discografica di Miles, così vasta, ricca ed eterogenea. Siamo partiti, quindi, dall’idea di un pre-Miles in bianco e nero, che è quello più rappresentato nel disco acustico, quindi il Miles fino agli anni ’70, e poi un Miles a colori, quello dagli anni ’80 quando lui è tornato in auge dopo la sua malattia e il suo ritiro.
Inevitabile, dunque, che nella parte acustica che abbiamo chiamato “Shadows” appositamente – rubando un po’ l’idea ad un vecchio disco di Joni Mitchell – i brani siano soprattutto standard, e alcuni di questi contrappuntano la parte in cui racconto – mettendo insieme la mia esperienza personale con quella di Miles – l’inizio della mia carriera, parliamo della fine degli anni ’70-inizi anni ’80 quando, come già accennato, io stavo per ore a sentire “ ‘Round Midnight” (versione Columbia del 1957) oppure di quando avevo ascoltato “Autumn Leaves” – che avevo scoperto essere il tema delle “Foglie morte” che suonavo con il gruppo di musica da ballo e che non avevo proprio riconosciuto perché la versione di Miles dal vivo a Juan-les-Pines è assolutamente lunare. Lo racconto a teatro e mi servivano quegli esempi per mettere insieme la mia vita, come ho conosciuto il jazz grazie anche a Miles ecc. E, quindi, quei brani ovviamente ci sono nella parte acustica perché sono pezzi che servivano per l’impianto teatrale. Ci sono un’altra serie di standard, ad esempio “Diane” oppure “It Never Entered in My Mind” che si suonano molto di rado e ho voluto inserirli proprio perché sono delle chicche che poco si sentono.
Inoltre ci sono dei rimandi; qualcuno ha chiesto: “Perché non c’è niente di “Kind of Blue”? “. In realtà da “Kind of Blue” c’è una citazione di “So What” alla fine di “Summertime”; c’è un’altra citazione di “So What” praticamente in “MalaMiles” nel disco elettrico, che è un brano di Federico Malaman. E poi il disco acustico si chiude con “Bess, You Is My Woman Now” tratto da “Porgy and Bess” che, naturalmente, noi suoniamo in una maniera completamente diversa. C’è un altro brano che si chiama “Back In”, che ho scritto io, che in qualche modo è un rimando a “Birth of the Cool”, diciamo così. Non volevamo ricostruire la storia discografica di Miles però i riferimenti ci sono.
Inoltre ci sono alcuni brani originali che abbiamo scritto. C’è n’è uno che non è nel CD ma nel vinile che contiene meno brani ma offre quattro pezzi che non sono presenti, invece, nei CD. Uno di questi si chiama “Ichnos” e qui ci sono dei rimandi: c’è Venere (“Venus de Milo”). Davis lavorava molto sull’idea di titoli un po’ “epici”, diaciamo così. “Ichnos” inizia con un frammento della parte armonica di “Blue in Green”. Insomma tutti i riferimenti alla storia discografica di Miles ci sono, o meglio una parte dei riferimenti ci sono ma non sono palesi: in qualche modo stati metabolizzati.
La parte, invece, elettrica prevede sostanzialmente brani originali più uno standard che è “Time After Time” di Cindy Lauper, perché lo spettacolo chiude con questo brano e tutti i pezzi sono stati scritti con diverse mani: ognuno ha contribuito a tracciare la sua fotografia di Miles, diciamo. Ad esempio “Berlin” è un brano scritto da Federico Malaman e Christian Meyer che hanno immaginato un Miles Davis che oggi vive a Berlino e che, quindi, in qualche modo coglie le sfumature della contemporaneità, ci sono dei sampler ecc. “MalaMiles” è una composizione dedicata a Marcus Miller, produttore di alcuni dei dischi davisiani più importanti dell’ultimo periodo; e poi ci sono due brani miei che si chiamano “Call It Nothing” e “Call It Something”, perché quando Miles fece il famoso concerto all’Isola di Wight – dove suonò per mezz’ora senza interruzione – quando uscì dal palco un giornalista gli chiese come si chiamava il brano eseguito e Miles gli rispose “Chiamalo come vuoi”. Ci sono degli agganci, dei rimandi che non sono sempre prettamente musicali ma ci sono dei rimandi e dei riferimenti che sono comunque un po’ nascosti. Ci sembrava…
Mi sembra davisiano, questo lato un po’ criptico, un po’ lunare, per chi sa intendere. Chi ha orecchie li trova, chi non le ha fruisce di altri messaggi dello spettacolo.
Infine ci sono tre brani totalmente improvvisati nella parte elettrica che, in qualche modo, rimandano anche alle tecniche usate per “Bitches Brew” (1969). Si riprende un po’ l’idea di “Legacy” – il disco che ho pubblicato in maggio con i miei tre progetti – e i titoli, in questo caso, sono in latino: uno si chiama “Inventum”, l’altro “Tempus” e il terzo “Estemporaneo”.
“Venere” è un brano mio che si rifà un po’ all’idea di “Time After Time”, una sorta di canzone in forma jazz; l’ho chiamato così proprio pensando a “Venus de Milo” di Miles. Insomma, sostanzialmente il disco elettrico è piuttosto un album di brani originali con un unico standard, chiamiamolo così, che è “Times After Times”; il disco acustico è quello dove ci sono più standard, non troppo conosciuti a parte “Autumn Leaves” che c’è in una doppia versione. È il nostro modo di tratteggiare la vita discografica di Miles. Ovviamente sarebbe stato difficilissimo farlo in modo completo.
Senti, ieri avevamo parlato – lo rievoco rapidamente per avere conferma – di questa dedica che tu hai fatto in “Kind of Miles” a Jon Hassell, dedica che ti è venuta spontanea, di getto, perché Hassell è un ricercatore del suono molto importante sia per te che per la scuola scandinava e, a suo modo, un davisiano. Purtroppo è poco evocato e ricordato in questo periodo.
Un’altra cosa che mi avevi detto – e di cui ti chiedo conferma – è la presentazione, laddove fate spettacoli teatrali, anche di iniziative mattutine per le scuole, oppure di inviti delle scolaresche ai concerti serali. Comunque curate anche un approccio didattico, avete un pubblico giovanile e lo spettacolo può servire per far capire le valenze formative del jazz, come diffonde e porta avanti l’associazione “Il Jazz Va a Scuola”.
De “Il Jazz Va a Scuola” sia io che Gegè Telesforo siamo, in qualche modo, i testimonial e, quindi, quando è possibile nelle varie città dove ci troviamo – principalmente nel caso del teatro, luogo che ti permette di stare più giorni nella stessa città e non di arrivare all’ultimo momento per poi ripartire la mattina – stiamo organizzando degli incontri con le scuole, oppure andiamo noi negli istituti, oppure vengono gli studenti a teatro. Sono allievi/e alcune volte delle scuole materne, elementari, medie, universitari o studenti dei licei … Non ci poniamo problemi di età, diciamo così, anche se ogni età ha una sua specificità. E quindi poi con i musicisti che sono disponibili … La cosa più incredibile è che tutti i miei colleghi vogliono esserci. È molto bello, io ho detto loro che è una cosa mia, se hanno piacere possono partecipare. È stato molto bello fino ad ora perché ognuno racconta a ragazzi/e cosa era per lui Miles – e scopriamo che per ognuno di noi è stato qualcosa di diverso, come deve essere – ma ognuno narra un pezzo della propria vita personale. Quando ci sono le opportunità suoniamo e facciamo ascoltare qualcosa. Per cui, diciamo, è un incontro non passivo in cui ognuno di noi racconto un poco la sua idea di musica, come ha scoperto Miles, cosa è per lui Davis. È un momento molto prezioso che ci sta piacendo moltissimo e lo faremo in tutte le città dove sarà possibile farlo.
Mi accennavi ieri che si prevede di organizzare una seconda tournée tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026.
Sì, c’è questa idea. Adesso dismetteremo lo spettacolo a febbraio 2025 e stimo valutando se fare una tournée a partire dalla fine del 2025 oppure dai primi mesi del 2026, soprattutto per andare a toccare il Centro Italia e il Sud, magari le Isole, perché questa prima tournée non scenderà sotto la Toscana. Quindi l’idea è quella di portarlo in giro, è uno spettacolo che funziona molto bene.
Poi riflettevo anche su un’idea che è quella di farne un format radiofonico oppure addirittura televisivo, perché sempre di più ogni giorno vedo gente che mi dice: “Ma questa è una cosa da portare nelle scuole perché ha un carattere fortemente didattico, sarebbe bellissimo avere i giovani ecc.”. Insomma, da cosa nasce cosa e spero di poterlo ampliare e di uscire, magari, dall’ambito teatrale e andare in un ambito diverso, più vasto, soprattutto legato, magari, al mondo giovanile e al mondo della scuola.
