Steve Lacy – “Materioso Monk’s Mood _ Steve Lacy Solo Sax _ Live in Matera 2001” – Onyx Jazz Club Etichetta Discografica – 2003

Steve Lacy intervistato da Luigi Onori in occasione dei recital in solo a Matera nel 2001. Foto di Gigi Esposito
Tempo di lettura: 8 minuti

PREMESSA

   Ho avuto la fortuna e il privilegio di assistere ai tre concerti materani in solo di Steve Lacy (7-8 settembre 2001), dedicati a Duke Ellington, Thelonious Monk e sé stesso. Il suo sax soprano non smette ancora di incantare, di riscaldare il cuore e stimolare le sinapsi del cervello. Agisce, con grande energia, sui centri emotivi e razionali degli ascoltatori grazie ad una sintesi eccellente di progetto e destino, pianificazione ed estemporaneità, costruzione meticolosa e creazione istantanea. Lacy non è un retorico “gigante del jazz”: è un musicista (nel senso più amplio del termine) che a sessantotto anni pratica in modo smagliante la più difficile delle forme espressive nata in ambito jazzistico: la solo-performance. In essa mette in gioco tutto sé stesso ed anche il pubblico – se vuole davvero vivere la musica – deve farlo.

   A Matera l’Onyx Jazz Club – per la XIV edizione della rassegna “Gezziamoci” – organizzò una triplice esibizione in solo di Lacy ed una sua sonorizzazione dal vivo di materiali televisivi sul capoluogo della Basilicata. Oggi la serata dedicata a Thelonious Monk diventa un Cd grazie alla formula intelligente e ‘politica’ dell’azionariato popolare: la musica irripetibile di quel recital allarga in modo esponenziale il raggio della sua diffusione. I suoni, tuttavia, restituiscono solo in parte l’atmosfera di quel concerto; non ne riproducono – pur facendola supporre –  la dimensione spaziale, gestuale, visiva, rituale e catartica. Qui subentra la parola, la narrazione che prova a riempire quel vuoto, tenendo ben presente che Lacy e Monk amano il vuoto, lo spazio, il respiro, l’interruzione, il silenzio… 

SPAZI ESTERNI, SPAZI INTERIORI

   Il luogo del concerto è la chiesa rupestre di San Pietro Barisano. Alla fine della navata centrale, illuminato dal gioco mobile e chiaroscurale delle candele, c’è il musicista. Il luogo di culto è antico, nei sotterranei ci sono gli spazi per una forma particolare di sepoltura (quella ‘scolare’), e ciò che si vede è solo una parte dell’edificio. Esso è ricco di una vita ipogea, di una dimensione nascosta. E’ un posto davvero ideale per Lacy che vi si muove, entra ed esce dallo spazio dell’altare ma, soprattutto, sfrutta le infinite risonanze delle volte, saggia i materiali, fa in modo che il suono scivoli o rimbalzi, diventi acuminato o morbido. E’ tutta la chiesa a ri/suonare attraverso il sax soprano ma il luogo fisico è anche un luogo mentale, uno spazio dell’oggi e del passato, del presente e dell’arcaico che facilmente rimerge dentro di noi in luoghi come Matera. Steve Lacy riesce a fare di tutto ciò un palpabile valore aggiuntivo  e mentre la musica di Monk risuona nella sua assoluta modernità e contemporaneità, il luogo si connota al contempo come inedito, si anima ridando vita a tutto quanto è passato al suo interno e al suo esterno. Come nelle religioni africane, gli spiriti degli antenanti e dei defunti ci sono intorno non per farci paura ma per consigliarci,: vivono accanto a noi, in un’altra dimensione e Lacy – laico e razionale quanto mai – sa far percepire queste presenze, sa creare una comunità, appunto, un’ecclesía.

LO SPINOTTO COSMICO

    Ne “Il pendolo di Foucault” Umberto Eco  parla, all’interno di una complessa vicenda, di una serie di ‘spinotti cosmici’, costruzioni edificate dall’uomo per avere accesso all’al di là o ad ulteriori dimensioni, porte per il passaggio in un altro tempo. (1) Come gli obelischi egizi, come i dolmen dei siti megalitici, il sax soprano di Steve Lacy è uno ‘spinotto cosmico’, una porta che ci consente di superare le barriere del tempo. I brani di Monk hanno una collocazione storico-stilistica precisa ma possono flettersi nell’interpretazione del sopranista lungo l’arco temporale: il disegno dei temi può assumere connotati da musica contemporanea oppure rivestire i panni dei suoni sciamanici, echeggiare il bebop o dar corpo a siderali richiami. L’improvvisazione nel jazz ha sempre rappresentato una sfida ed un viaggio al/nel tempo: da una parte c’è l’invenzione dell’artista in tempo reale; dall’altra la possibilità  di cambiare la scansione del tempo biologico e di inventarne una – bradicardica o tachicardica – che sia più lenta o più veloce, comunque diversa. Il tempo storico e il tempo musicale in Steve Lacy lavorano in sovrapposizione e, soprattutto, innescano un gioco con il tempo dell’ascoltatore – che magari conosce il brano –  operando un continuo spiazzamento, interrotto  da rari momenti di stabilità. In questo equilibrio dinamico, all’incrocio tra storia e cronaca, passato e presente, attualità e futuro si posiziona il Monk di Lacy, un Monk tradito in quanto rispettato nella sua essenza più profonda.

TERRENO, METAFISICO SUONO

   Il sax soprano ha forse trovato nel musicista americano  il suo maggiore interprete perché egli, partito dal clarinetto, ha definito nei decenni un immenso campo espressivo-strumentale. Esso si posiziona tra una dimensione quasi materica ed una che sfiora il celestiale. Lacy sa estrarre dal suo soprano suoni metallici, abrasivi, sovracuti, soffi, fischi d’ancia che rimandano alla fisicità non solo dello strumento  ma anche alla corporeità di chi lo suona; è in grado, però,  di cesellare frasi di una purezza, di un nitore, di una radiosità astrale, spettri sonori che rimandano ad un ‘oltre’ che hanno un fascino irresistibile, estatico. E’ il jazz, che Lacy conosce ed ama in tutta la sua storia, che porta la vena ‘materica’. Se per suo temperamento il jazzista americano tende all’apollineo, gli elementi del suo linguaggio sono, però, dionisiaci e non manca mai il ritmo nella sua musica. Se talvolta non è presente, è per una voluta sospensione che renderà ancora più affascinante la ripresa. Suono terreno e suono metafisico, però, vivono nel loro intreccio, in un fitto intarsio che ricorda il gioco del giorno e della notte, della luce e del buio, del bene e del male, della vita e della morte: non possono esistere l’uno senza l’altro, in una musica umanissima e umanistica.

COME UNA POESIA ERMETICA

    Oltre quarantotto minuti di solo senza interruzioni. I pezzi di Monk confluiscono uno nell’altro con transizioni a volte naturali a volte volutamente brusche. Lacy, nel suo scavo interpretativo, non usa un approccio identico: può eseguire la melodia con variazioni, può semplicemente alludere ad essa, può frantumarla e riesporla in nuove combinazioni. “Monk’s Moods”  – che è anche il sottotitolo della performance –  viene, ad esempio, suonata a note lunghissime, con un rallentamento che spiazza l’ascoltatore e genera una positiva tensione, pur trattandosi di un brano notissimo. Nel gioco riflesso del solo, nei passaggi di più ardita improvvisazione, il sopranista non dimentica mai che suona per un pubblico e gli offre i punti di riferimento dei temi,  esposti in un modo inequivocabile che non vuol dire letterale. Anche se cambiano le note, è ‘monkiana’ sia la dimensione che la pronuncia, e la scaletta è concepita con una sapiente alternanza.

   Chi si è avvicinato al mondo espressivo di Lacy, conosce il suo amore e la fascinazione per la parola, nella sua polivalenza semantica. I titoli del repertorio lacyano sono, in effetti, una chiave d’accesso alla sua poetica; spesso, peraltro, egli si è rivolto ai poeti e ne ha musicato i versi, da Nanni Balestrini ad Anna Akhmatova, da Franco Beltrametti a Bob Kaufman. (2) Il musicista americano ama anche titoli di una sola parola, come il prediletto Thelonious Monk: a scorrere messi in fila i nomi dei brani scelti per il concerto, sembra di leggere una poesia ermetica, una serie di parole che hanno – alla semplice lettura – una marcata musicalità ma alludono ad un senso globale e, quasi, ad un itinerario esistenziale, dall’egocentrico “Thelonious” al ridondante “Epistrophy”. Sentiamola, allora, questa cantilena:

 “Thelonious”,

 “Let’s Call This”,

 “Monk’s Mood (That’s the Way I Feel Now”),

 “Who Knows”,

 “Misterioso”,

 “Evidence”,

 “Reflections”,

 “Introspection”,

 “Little Rootie-Tootie”,

 “Epistrophy”. 

DISCIPLINA, ASCESI, RIGORE, IMPROVVISAZIONE

   Sono state giornate luminose quelle del settembre 2001 a Matera, durante il festival “Gezziamoci”, ricche di un sole che rendeva ancor più bianco e tagliente il profilo dei Sassi. Uno di quei giorni ho intravisto Lacy al ristorante: era solo, si godeva lo splendido panorama ed aveva tra le mani un piccolo foglio ed una penna; mi piace immaginare che il sopranista, dopo un buon pranzo, stesse pensando alla scaletta dei brani per la serata, ipotizzasse lo svolgersi del recital scegliendo i pezzi adatti per un percorso di massima, lasciando poi alla sua libertà interiore di improvvisatore di seguire il ‘viaggio sonoro’ previsto oppure di sceglierne un altro. Quest’immagine di Lacy – colta di sfuggita – mi è rimasta a lungo impressa nella memoria, forse al di là del suo reale valore: è diventata, per me, quasi un simbolo di un musicista che, con grande naturalezza, ha saputo identificare vita ed arte senza rinunciare alla prima ed esaltando la seconda. Nessuno può suonare il sax soprano come lui senza una ferrea disciplina, uno studio metodico, un’applicazione rigorosa; da sole, tuttavia, non bastano perché ci vuole il fuoco dell’arte per riscaldare e dar senso alla  tecnica. L’ascesi verso certi vertici strumentali ed espressivi non avviene senza sacrificio; eppure Steve Lacy – sul palcoscenico e nell’esistenza – esalta la volontarietà della sua scelta, la bellezza intrinseca di una via che porta lungo i sentieri impervi ma magnifici dell’improvvisazione, qualcosa che sta a metà tra l’alpinismo e la meditazione, ne ha l’essenzialità e la profondità.

    Per una curiosa coincidenza, mentre cercavo materiali  per un seminario sul ‘jazz elettrico’, mi è capitato tra le mani uno scritto del sopranista americano indirizzato ai sassofonisti: “Abbiate cura del vostro cuore. Badate  alla salute, fate esercizio, mangiate bene e non bevete troppo alcool. Non suonate mai senza metterci il cuore. Mettete veramente il vostro cuore in quello che state suonando (…) Studiate i grandi artisti, cantanti, trombettisti, violinisti, pianisti, violoncellisti, sassofonisti, trombonisti… Cercate di capire perché sono grandi. (…) La testa ha bisogno d’ispirazione, e anche di lavoro. Leggete buoni libri, studiate e coltivate la vostra mente. Leggete libri sulla musica, biografie, teoria, tecnica, storia; non siate dei musicisti ottusi. Tutte le arti sono interessanti per un artista, come tutte le scienze sono interessanti per un vero scienziato. Non smettete mai di imparare, approfondite qualsiasi argomento troviate stimolante e vi induca a riflettere”. (3)  Mi sembra che le parole del musicista americano possano essere indirizzate con benficio a tutti coloro che amano la musica, l’arte e la vita.

MATERIOSO

   Il titolo  che Lacy ha voluto per questo Cd – “Materioso” – è una sublime sintesi. Vi si evoca un brano celeberrimo di Monk (“Misterioso”) ma nel contempo si allude al carattere davvero insondabile ed unico della città di Matera, con un’assonanza che ricorda anche la “materia”, quell’elemento primigenio e plastico che ha generato tutto e tutti, dalle galassie irraggiungibili alla più piccola delle particelle di un qualsiasi organismo vivente.

Sostituendo le lettere “is” con la lettera “a” Steve Lacy ha ottenuto un risultato straordinario, una polisemia eccellente, un’ambiguità fertile che ridona alla parola quello che è caratteristico della musica: il suo essere interpretabile, aperta, segno che non costringe al significato ma allude, spazia, evoca, sfugge alla razionalità – pur presupponendola – e sfocia nel sacro, nel magico, nel misteriorioso, nell’incoscio, personale e collettivo.

   Grazie a Steve Lacy, Gigi Esposito e Michele Cappiello per aver saputo praticare l’utopia.

Note

  1. Umberto Eco, “Il pendolo di Foucault”, Milano, Bompiani, 1988.
  2. Steve Lacy Sextet, “The Condor”, Soul Note 1986, SN 1135.
  3. Steve Lacy, “Findings. My Experience with the Soprano Saxophone”, Paris, Editions Outre Mesure; in Italiano, con la traduzione di Giulio Lupieri, è stato pubblicato il capitolo “Osservazioni generali” – da cui è tratta la citazione – nel volume antologico Panta n° 14 (a cura di Enrico Ghezzi), Milano, Bompiani, 1996, pp. 243-244.

Ho il piacere di pubblicare le note di copertina che scrissi nel 2003 per il CD “Materioso Monk’s Mood _ Steve Lacy Solo Sax _ Live in Matera 2001” (Onyx Jazz Club Etichetta Discografica CDONYX011). Ringrazio Gigi Esposito per l’occasione di allora e l’amicizia di oggi. (Luigi Onori)

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