Un’esplosione di energia sonora, un riconoscersi nella libertà creativa e nell’essere gruppo, una comunione tra pubblico e musicisti, una festa con un velo di melanconia, un’orgogliosa dichiarazione di esistenza in vita e un rivendicare valori libertari e pacifisti.
Questo, ed altro, ha significato il ritorno sulle scene – dopo un silenzio che durava dal 2013 – dell’Italian Instabile Orchestra. Luogo: la Casa del Jazz; data: il 16 ottobre 2024; occasione: il secondo appuntamento di “Una striscia di terra feconda. Festival di jazz e musiche improvvisate” (XXVII edizione, codirettori Paolo Damiani e Armand Meignan, concerti a Roma, Civitavecchia, Gallese fino all’8 dicembre).[1]
È stato scritto per la presentazione della serata che “un’orchestra senza leadership individuale che consente a tutti i propri componenti di essere al contempo solisti e compositori è cosa rara. E che questo sia accaduto in Italia, nascendo addirittura al Sud, è cosa ancor più preziosa” (Ugo Sbisà). Proseguendo nel testo illustrativo, “per chi ha creduto e continua a credere in quel progetto, il ritorno in scena dell’Instabile non potrà mai avere il sapore di una semplice celebrazione, di una ‘reunion’, per dirla all’americana. È piuttosto la dimostrazione che, sotto la cenere, c’è ancora brace che arde. E ci fa ben sperare per il futuro della musica che amiamo, mai così necessaria in questo momento in cui assistiamo a processi di narcotizzazione collettiva cui l’arte non può e non deve sottostare”.
In effetti il 16 sera nell’auditorium della Casa del Jazz – posti tutti esauriti – c’era un’atmosfera incandescente, con un pubblico foltissimo, vari i jazzisti in sala, e un senso di attesa. Appena i musicisti dell’Italian Instabile Orchestra sono entrati sul palcoscenico – dopo una breve presentazione di Luciano Linzi – è scattato un applauso lunghissimo, ai limiti dell’ovazione. Un applauso che è stato un tributo a tutta la storia dell’ensemble e dei suoi componenti, big band sui generis fondata dal trombettista Pino Minanfra con l’organizzatore Riccardo Bergerone e il poeta-musicista Vittorino Curci nel 1990 (a luglio ‘90 la prima esibizione all’Europa Jazz Festival di Noci, in Puglia). Da allora una lunga vicenda con dieci album (soprattutto di etichette europee quali Enja, Ecm, Leo records), collaborazioni con Cecil Taylor ed Anthony Braxton, almeno centocinquanta concerti in tutto il mondo, un repertorio con circa cinquanta composizioni originali, varie pubblicazioni dedicate e un documentario (“Il suono instabile della libertà” di Marco Bergamaschi e Gianpaolo Gelati, 2010).
Il recital alla Casa del Jazz è iniziato con una versione accorata, e a tempo libero, di “Spiritual” di John Coltrane, arricchita dalla recitazione di Curci di frasi di Nelson Mandela. È, quindi, sceso dal palco per dirigere l’I.I.O. il pluristrumentista-compositore Eugenio Colombo (sax soprano e flauto) che ha rispolverato la sua “Scongiuri” (prima registrazione 1997). Era, a suo tempo, un cavallo di battaglia per l’orchestra tutta e per Mario Schiano in particolare, che recitava all’inizio una serie di scongiuri e controfatture in napoletano; da quando Schiano è scomparso (2008) il suo posto l’ha preso il trombonista Sebi Tramontana, dalla teatrale gesticolazione-affabulazione. Colombo ha diretto da par suo i vari “quadri sonori” del pezzo dal sapore balcanico, cabarettistico, epico, ironico, con interventi solistici del pianista Fabrizio Puglisi e del violinista Emanuele Parrini, i “giovani” dell’I.I.O insieme al trombettista Luca Calabrese.
A questo punto, dopo un tripudio di applausi, è intervenuto il batterista-compositore Tiziano Tononi che ha parlato dell’organico come di un microcosmo di menti visionarie. L’Italian Instabile Orchestra, sintesi del radicalismo jazz di più generazioni, non ha mai nascosto le sue idee, per questo – ha spiegato Tononi – il coltraniano “Spiritual” è stato suonato in riferimento alla recente settimana mondiale della pace (16-22 settembre) ma in un mondo dove impera la guerra “bisognerebbe parlare, pronunciarsi”. Sulla maglietta del batterista, tra i fondatori dell’I.I.O., c’è scritto “Nessuno è fuorilegge sulle terre rubate” (frase che si riferisce ai nativi-americani ma che potrebbe estendersi ai palestinesi come agli ucraini, ai curdi…). [2]
Viene annunciato “Minutes” di Daniele Cavallanti che dirige l’ensemble con il sax tenore al collo; prima che inizi il brano, Vittorino Curci ricorda alcuni membri dell’I.I.O. che sono scomparsi: Renato Geremia, Giorgio Gaslini e Schiano. Dalla biografia scritta da Mario insieme a Pierpaolo Faggiano Curci legge l’esilarante racconto delle prime spedizioni in Germania dell’orchestra a bordo di uno scassato pullman soprannominato “il pollaio”.[3] Nel movimentano ed articolato pezzo di Cavallanti, tra vari crescendo, sono notevoli i soli del leader-compositore, di Luca Calabrese e Paolo Damiani.
Proprio alla penna di Damiani va attribuito il successivo pezzo che il contrabbassista (violoncellista nella storia dell’orchestra) ha diretto dal palco e suonando lo strumento. “Music et Nunc” (prima registrazione 2005) è dedicato a Massimo Urbani, evocato anche da Vittorino Curci attraverso un frammento letto da “L’inseguitore” del narratore argentino Julio Cortàzar (“Questo l’ho suonato domani”). Nel dipanarsi del brano si sono ascoltate le voci solistiche di Gianluigi Trovesi, Cavallanti e, soprattutto di Roberto Ottaviano, eccellente al sax soprano, e Sebi Tramontana. Nel suo intervento il trombonista ha alternato passaggi destrutturati con momenti melodici dai suoni lunghi e accorati, “strappacuore”.
Scandito sempre da applausi non solo alla fine delle esecuzioni, il recital è andato avanti con “M42” di Alberto Mandarini, trombettista egregio ed anche direttore. Uno dei pilastri dell’Italian Instabile Orchestra, come si sarà capito, è che non esiste un leader stabile ma ciascun membro può essere autore e guidare l’ensemble nella propria composizione. Ognuno, quindi, ha un suo stile musicale e di conduzione. Mandarini è stato un fuoriclasse, dirigendo con grande efficacia spostandosi avanti e indietro davanti all’ensemble e adoperando una gestualità adeguata. A suo modo la big band italiana ha elaborato un linguaggio di conduction che non ha la compiutezza di quello di Lawrence “Butch” Morris ma che meriterebbe uno studio specifico.
Gran finale con due pezzi da novanta dell’Instabile: il trombonista-tubista Giancarlo Schiaffini (82 anni; Trovesi ne ha compiuti 80…) e il fondatore Pino Minafra (classe 1953, eccellente trombettista). Schiaffini ha proposto, dirigendolo in modo ironico e sornione, un arrangiamento dell’ellingtoniana “Come Sunday” (dalla suite “Black, Brown and Beige” del 1943) e della primigenia “St. James Infirmary”. Schiaffini – musicista che nella sua carriera ha primeggiato, inizialmente, nel free jazz e nella musica contemporanea – si è divertito nel trasformare gli originals in vari modi. La dolente ballad di Ellington è partita in una lettura per tre ottoni (corno-tromba-trombone) e, dopo diverse tappe, è approdata ad una versione bandistica. Tra i solisti un apprezzabile Puglisi, che si è espresso nel difficile linguaggio pianistico di Duke, e Minafra con il suo rap megafonato, tra canto e affabulazione. In “St.James Infirmary” ha prevalso una pregevole rilettura polifonica in stile New Orleans, arricchita dagli interventi di Trovesi al clarinetto contralto (in Eb) e di Emanuele Parrini al violini (tra i migliori solisti in assoluto).
In chiusura il “Fantozzi” (prima registrazione dal vivo a Ruvo di Puglia, 1996) scritto e animato da Minafra: per molti anni è stata la sigla conclusiva dei teatrali ed epifanici recital dell’Italian Instabile Orchestra, apprezzata a dire il vero più all’estero che in patria nonostante varie vittorie nei referendum della storica rivista “Musica Jazz”. Dopo l’applaudita presentazione di tutti i membri dell’orchestra fatta da Tiziano Tononi, su una figurazione di rullante Vittorino Curci ha recitato un suo testo surreale per poi citare un episodio dai libri di Paolo Villaggio. “Fantozzi” – diretto con grinta dall’autore con il consueto atteggiamento provocatorio-ironico-beffardo – è andato avanti con le sue ondate di suoni, i suoi rallentando e crescendo, i motivi tra l’epico e il cabarettistico, in quel misto di tragedia e commedia che lo caratterizza. Colori sonori vividi, atmosfera surriscaldata, assolo rappato al megafono e una “conduction” sempre fisica, teatrale e corporea con gli immancabili “ombrelli”. Applausi lunghissimi e a scena aperta; come bis il coltraniano “Spiritual”, se possibile più intenso di quello eseguito in apertura.
C’è ancora brace che arde sotto la cenere…
L’esperienza storica della Italian Instabile Orchestra è durata ventitre anni. Impossibile sintetizzarla; per questo rimando alla bibliografia e alla discografia che troverete in coda a questo articolo. Alcuni elementi-base di questa straordinaria esperienza vanno, tuttavia, sottolineati ed utilizzo un estratto da un mio saggio (L. Onori, “Galassia Instabile”, in “The Jazz Yearbook 2011” pp.46-64).
“Ognuno di noi, a seconda dei movimenti, diventa – spiega Gianluigi Trovesi – il direttore d’orchestra, il responsabile del suono, l’arrangiatore, un solista, un orchestrale”. Si tratta, ribadisce Tiziano Tononi, di un’ “orchestra di improvvisatori che si improvvisano uomini di sezione. Questo rende il nostro suono diverso da tutto quello che noi o abbiamo sentito o che attualmente c’è in giro”. Sottolinea Martinelli (Francesco Martinelli, musicologo, n.d.a.), con finezza psicologica, l’Instabile è anche un “esperimento di ambiente sociale, che non segue le regole della big-band e ciò ha un impatto immediato sulla musica”. Secondo l’opinione di Riccardo Bergerone “(…) L’I.I.O. nella scena jazz dava fastidio perché rappresentava qualcosa di diverso e fuori dagli schemi, un’anima minore del jazz italiano. Ha avuto la forza e la bravura di uscire dall’angolo e questo non è piaciuto. Perché l’Instabile, piaccia o non piaccia, ha rappresentato qualcosa di storico nel jazz nostrano e tra cinquant’anni dovrà necessariamente essere riconosciuta per il suo valore” (L.Onori, cit., p.54 e p.62).
BIBLIOGRAFIA
Note di copertina nel CD Italian Instabile Orchestra “Skies of Europe” (1995, ECM). Le note sono di Marcello Lorrai.
AaVv, “Italian Instabile Orchestra. Jazz come ricerca collettiva negli anni ‘90” (a cura di M.Lorrai e R.Masotti), Auditorium, Milano 1997.
Italian Instabile Orchestra, “Previsioni del Tempo – Forecast. Libro & CD”, IMprint/Profeta editore, Napoli 2002.
P.Faggiano, “Un cielo di stelle. Parole e musica di Mario Schiano, manifestolibri, Roma 2003.
L.Onori, “Galassia Instabile”, in “The Jazz Yearbook 2011” pp.46-64.
DISCOGRAFIA
Italian Instabile Orchestra, “Live in Noci & Rive de Gier”, Leo Records (1992)
I.I.O., “Skies of Europe”, ECM (1995)
I.I.O., “European Concerts ’94-‘97”, Neljazz (1997)
I.I.O., “Italian Instabile Festival (2 CD)”, Leo Records (1998)
I.I.O., “Litania sibilante”, Enja (2000)
I.I.O., “Previsione del Tempo / Forecast”, IMprint (2002)
I.I.O., “The Owner of the River Bank feat. Cecil Taylor”, Enja (2003)
I.I.O., “London Hymns, Live at London Jazz Festival 2005”, Enja (2007)
I.I.O., “ Creative Orchestre (Bolzano) 2007 feat. Anthony Braxton”, RAI Trade (2009)
I.I.O., “Totally Gone”, RAI Trade (2010)
[1] Il concerto è stato preceduto da due giornate di prove alla Casa del Jazz. Si augura una produzione discografica.
Questa la formazione dell’Italian Instabile Orchestra nel concerto romano: Alberto Mandarini e Luca Calabrese (trombe); Pino Minafra (megafono, dijeridoo); Martin Mayes (corno); Sebi Tramontana, Lauro Rossi, Giancarlo Schiaffini (tromboni); Vittorino Curci (sax alto e recitazione); Roberto Ottaviano, Daniele Cavallanti, Gianluigi Trovesi, Eugenio Colombo (ance); Emanuele Parrini (violino); Fabrizio Puglisi (piano); Paolo Damiani (contrabbasso); Tiziano Tononi (batteria).
[2] “No one is illegal on stolen lands”.
[3] Il testo citato da Curci è “Un cielo di stelle. Parole e musica di Mario Schiano”, manifestolibri 2003, di Pierpaolo Faggiano (collega giornalista morto prematuramente nel 2011). Renato Geremia (violino, sax soprano e clarinetto) è venuto a mancare sempre nel 2011. Il grandissimo compositore e pianista Giorgio Gaslini, nell’I.I.O. dalla fondazione fino al 1996, invece è scomparso nel 2014. Schiano suonava in organico sax alto e soprano.
Bisogna ricordare altri membri eccellenti dell’orchestra non presenti a Roma o che hanno, a suo tempo, lasciato l’organico: Guido Mazzon, Carlo Actis Dato, Bruno Tommaso (basilare per l’I.I.O., nei suoi ranghi sino al 2003), Giovanni Maier (che rimpiazzò Tommaso), Umberto Petrin (che sostituì Gaslini), Vincenzo Mazzone. Oltre al fondamentale Riccardo Bergerone un ruolo di rilievo hanno avuto, nel tempo, Francesco Martinelli (musicologo, organizzatore), Alfredo Profeta (discografico), Pino Saulo (RadioTre e produttore discografico) e Massimo Iudicone. Eugenio Colombo (oltrechè musicista dell’ensemble) è stato per alcuni anni presidente dell’associazione legata all’attività dell’Italian Instabile Orchestra.
