“dal Basso verso l’altro”: Alessandro Loppi ed Enzo Pietropaoli raccontano mezzo secolo di musica e vita

Un inteso ritratto di Enzo Pietropaoli con il suo contrabbasso
Tempo di lettura: 3 minuti
Un testo originale che narra, per frammenti e vari punti di vista, le vicende sonore-esistenziali del grande contrabbassista e compositore

Non è un’autobiografia né si tratta di una biografia d’artista scritta da un critico musicale. “dal Basso verso l’altro. Un giorno e la vita di un musicista” (Arcana/Lit, Roma dicembre 2023, pp.270, euro 18.50), firmato da Alessandro Loppi (autore radiofonico e scrittore, in RAI dal 1993) ed Enzo Pietropaoli (contrabbassista e compositore, in carriera dal 1975) è un libro inconsueto, scritto con originalità e stile, che trascende i generi convenzionali e dona, a chi lo legge, molto di più.

Nasce da una conoscenza (nel 2011) che diventa frequentazione e amicizia. Loppi sollecita nel tempo, senza successo, Pietropaoli – persona schiva e autocritica, musicista di grande rilievo nel jazz italiano e non solo – a raccontare la propria quasi cinquantennale vicenda di jazzista. Poi, alla soglia dei sessantacinque anni, il contrabbassista ha una sorta di epifania mentre riguarda il film “The Last Waltz” di Martin Scorsese. Ne parla con l’amico e nasce l’inconsueto quanto profondo e appassionante “dal Basso verso l’altro”, un libro che già dal titolo e sottotitolo scatena l’immaginazione.

Il testo è insieme flusso di memorie, racconto di vita e percorso artistico; evoca e narra diverse epoche e generi musicali, fa spesso riferimento “strutturale” ed “emotivo” al cinema, alla radio e alla televisione. È organizzato in quarantotto brevi capitoli non cronologici, suggellati ciascuno da una recensione discografica (di album di Pietropaoli ma non solo) scritta da Alessandro Loppi. È lui lo scrittore – sensibile e discreto, presente ma non dominante – che tesse la trama della narrazione, inserendo spesso i pensieri e le parole dell’amico-artista Enzo. L’esito è davvero paritetico, come si può avvertire dalla lettura di un breve passo (tratto dal capitoletto iniziale, “Senza archetto”): “Enzo si guarda intorno (…). Incrocia la sua valigia, eterna compagna di tanti tour (…) il languore di Enzo è trasmutato in mille colori. Distrarsi non serve a nulla, se non a rimandare l’urgenza di parlarne, rimettere insieme ogni pezzo della propria vita, come fosse un puzzle di memorie. Lasciarle andare sulle pagine di questo libro, in attesa che la Luna si congedi con i tetti di Testaccio, arrampicandosi qua e là, a volte con grazia, a volte sugli spigoli, oppure scivolando via come un gattone innamorato”.

La narrazione, come già ricordato, procede per frammenti che hanno un valore individuale e relazionale: possono essere letti da soli (magari ascoltando l’album di riferimento) ma funzionano altrettanto bene nel legame che intessono tra frammenti precedenti e successivi. I capitoletti, in effetti, hanno una loro  specificità ma possono anche essere raggruppati in modo tematico: quelli che parlano del rapporto con lo strumento (i quattro “Interludi contrabbasso” più “Contro contrabbasso”); altri che hanno come focus degli oggetti (“Sleeping bang”, “La valigia”); ci sono i luoghi (Laigueglia, Roma, Testaccio…) e le persone (Renato Lori, Alvaro er capello – papà di Enrico Pieranunzi -, Claudio Villa, Lanfranco Malaguti, Tommaso Vittorini, Enrico Rava, Massimo Urbani, Bob Berg, Nini Rosso, Maurizio Giammarco, Ginger Baker, Chet Baker, Biagio Pagano…). In altri frammenti si parla di filosofia di vita (“Essere jazz”, “Suono. Dunque siamo”, “Doctor 3”…).

Alla fine ci si trova ad aver percorso decenni di storia d’Italia (e non solo del jazz) in una sorta di romanzo personale che è anche collettivo, ha il rigore dell’informazione (il libro ha anche un prezioso indice analitico) ma mantiene il calore dei sentimenti e la visionarietà dell’arte. Un testo “cubista”, se si vuole, quanto profondo.

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