Ora che la XXXVII edizione di “Time in Jazz” si è conclusa, ora che Paolo Fresu, Lella Costa e Glauco Venier hanno tenuto l’ultimo concerto della rassegna (16 agosto, Peschiera di San Teodoro) mi è possibile scrivere. Scrivere una recensione (ho seguito gli eventi del 12 e 13) che è anche riflessione su alcune caratteristiche fondanti del festival di Berchidda, ideato quasi quattro decenni fa da Fresu ma sempre incisivo nelle proposte musicali e premiato da un pubblico numeroso, affezionato, in ricerca.
A LOVE SUPREME
“Time in Jazz” (edizione 2024, 8-16 agosto) ha avuto come tema “A Love Supreme”, un omaggio all’opera di John Coltrane incisa sessant’anni fa di cui, scrive il trombettista sardo ne “L’agenda del festival”, non interessa il mito quanto la “visione poetica e la metafora dell’amore universale che permea le nostre vite e le attraversa grazie alla musica e allo specifico linguaggio del jazz”. Qui si dichiara già un valore fondativo: jazz come lingua sonora per incontrare l’ “altro” e costruire insieme; lingua di dialogo, quindi di pace. È il valore riconosciuto alla musica afroamericana dall’UNESCO e celebrato ogni anno nell’International Jazz Day ma, in periodi drammatici di guerre (Est Europa e Medio Oriente), il messaggio coltraniano è ancora più importante nell’indicarci “quanto il cuore dell’uomo debba sempre battere all’unisono, anelando all’amore supremo capace di renderci tutti uguali”.
Su vita e musica dell’immenso sassofonista afroamericano è centrato il progetto “Io, John Coltrane. Quartetto per cinque elementi”, proposto il 13 agosto mattina alla chiesa di Santa Caterina, luogo incantato fra gli olivi nei dintorni di Berchidda. È uno degli edifici religiosi fuori dl paese, dove i berchiddesi si incontrano in varie occasioni e che “Time in Jazz” da anni risignifica con musica e presenza (vi si svolge anche il pranzo di Ferragosto). Il gruppo Living Coltrane di Stefano ‘Cocco’ Cantini (sax soprano e tenore), Francesco Maccianti (piano), Ares Tavolazzi (contrabbasso) e Piero Borri (batteria) esiste da anni ed ha prodotto tre album sul repertorio di Trane. I musicisti sono della stessa generazione di Paolo Fresu, quella generazione che ha fatto esplodere di creatività il jazz italiano degli (e dagli) anni ’80. Il progetto si avvale della brava e sensibile attrice Daniela Morozzi per fondere, in modo efficace e drammaturgico, una narrazione in prima persona con brani coltraniani. Si parte dalla morte del sassofonista nel 1967, anno del flower-power ma soprattutto di aspre rivolte dei neri in cinquantaquattro città americane. Si passa ai tempi degli ingaggi con Miles Davis, di seguito al 1957 della disintossicazione dall’eroina e della collaborazione con Thelonious Monk (al newyorkese Five Spot) per arrivare al “suono del silenzio”. In un montaggio quasi perfetto fra musica e parole, la tormentata ricerca esistenziale e spirituale di John Coltrane si trasforma in vibrante “storytelling”, raggiungendo punte emotive altissime come nel conclusivo “After the Rain” (si ascoltano, tra gli altri brani, “Impressions” ed “India”). Un lavoro profondo e intenso, vivo e comunicativo, esaltato dal luogo e da un pubblico numeroso, attento, partecipe.
LUOGHI SONORI
Per “Time in Jazz” i “siti” dei concerti hanno, da sempre, un’importanza fondamentale. La rassegna ha sperimentato, fra le prime, una collocazione e una dimensione dell’evento sonoro che rompesse i consueti schemi e ponesse artisti e spettatori in una condizione “altra”, in una relazione differente e innovativa con lo spazio dove la musica avviene, evitando per entrambi stereotipi. Conservo ricordi meravigliosi di recital sul Monte Limbara aspettando l’alba e di performance all’interno di boschi, dove lo stormire degli alberi si fondeva con la musica. Scenari naturali, monumenti, luoghi di culto e di transito (compresi traghetti e aeroporti) ed una pluralità di siti “eterodossi” che si è ripetuta anche nel 2024, coinvolgendo – oltre a Berchidda e al suo territorio – il Nord della Sardegna con Porto Torres, Sassari, Alghero, Banari, Viddalba, L’Agnata, Bortigiada, Oschiri, Ozieri, Luogosanto, Arzachena, Porto Rotondo, Golfo Aranci, Olbia, Loiri Porto San Paolo, Puntaldia, San Teodoro, Budoni, Posada. In questo reticolo il jazz si declina in golf club, teatri all’aperto, porti, chiese e chiesette, basiliche, pinete, bar, piazze e piazzette, musei, peschiere. Ciò implica altri due notevoli aspetti. In primo luogo la condivisione sul territorio della musica e della sua dimensione comunicativa e tematica, coinvolgendo comunità ed amministrazioni. In secondo luogo il dispiegarsi delle energie delle decine e decine di volontari – spesso giovanissimi – che ritualmente organizzano e supportano, creano il giusto contesto, rappresentando la presenza viva e operante di “Time in Jazz”, il suo essere lievito e stimolo, occasione e partecipazione per soggetti locali come provenienti, sempre su base volontaria, da varie regioni d’Italia, per non parlare dei tecnici e della sicurezza itineranti. Ovunque compare il “marchio” del festival e fioriscono le magliette gialle dello “staff” con il cuore e la scritta “A Love Supreme”.
A Banari, suggestivo paese ricco di murales, il 12 agosto si è tenuto nel tardo pomeriggio un concerto presso Sa Caminera, un’antica passeggiata panoramica delle nobildonne. Sole rovente al tramonto, collocazione non facile per il pianista-compositore Danilo Blaiotta e il suo valente gruppo (Valentina Ramunno, voce e recitazione; Achille Succi, sax alto e clarinetto basso; Stefano Carbonelli, chitarra, e Cesare Mangiocavallo, batteria) Gli spettatori si sono comunque disposti ad ascoltare, i musicisti hanno dato il loro meglio su un repertorio originale come quello derivato dall’album “Planetariat”, undici episodi sonori in cui larga parte hanno liriche del poeta americano ‘antagonista’ Jack Hirshman (1933-2021), amico dei beatniks ma schierato su posizioni marxiste. All’aperto e con il caldo non è stato facile suonare e recepire una musica complessa ed attentamente strutturata che Blaiotta e il suo gruppo hanno generosamente eseguito. D’altro canto chi è intervenuto per il comune ha parlato di diritti umani, del sostegno a Gaza, del lavoro contro lo spopolamento di un comune che resiste, in piena sintonia con le tematiche di “Planetariat”, una proposta di qualità del jazz odierno di cui è possibile fruire a vari livelli.
BERCHIDDA, PIAZZA DEL POPOLO
È chiaro che il cardine del “reticolo concertistico” è costituito dal grande palco allestito al centro di Berchidda in piazza del Popolo, cui è collegata la piazzetta di legno, dove risuona “Time After Time” – un progetto ospitato dal centro di produzione INSULAE LAB – e si balla con il Dj set. I recital nel cuore del paese – dagli innumerevoli, e sempre aperti, bar – hanno spesso registrato il “tutto esaurito”, come nel caso, tra altri, di Vinicio Capossela (11 agosto), Paolo Fresu & Omar Sosa (14/8) e Kenny Garrett con il suo quintetto, ascoltato il 12/8. L’altosassofonista afroamericano ha pubblicato nel 2021 il policromo album “Sounds from the Ancestors”, ispirato alla “great black music” di Marvin Gaye ed Aretha Franklin, materia per il suo concerto berchiddese. In realtà Garrett (con Melvis Santa, voce; Keith Brown, piano; Corcoran Holt, contrabbasso, Ronald Bruner, batteria e Rudy Bird, percussioni) si è proposto in una duplice versione. Nella prima parte ha prevalso lo strumentista dal suono possente ed ispirato (cui oggi può tener testa un Kamasi Washington), dalle cantabili e ammalianti melodie e dalle folgoranti improvvisazioni, in un afflato coltraniano che non escludeva suoi interventi vocali e ritmiche funky. Nella seconda ha prevalso l’artista istrionico e il comunicatore smaliziato che ha trascinato il pubblico sotto il palco, lo ha fatto cantare, ci ha giocato ed ha giocato esagerando nei tempi e nella ripetitività.
Ben diversa la serata successiva, il 13 agosto, giocata sulle personalità di Frida Bollani Magoni e di Theo Croker unite solo dall’uso non esornativo dell’elettronica. La giovane pianista ha ricevuto, da Paolo Fresu e Marco Versari (presidente di Biorepack; il festival collabora da tempo con il Consorzio nazionale per il riciclo organico, nell’ottica di una manifestazione a impatto zero) il premio Biorepack in Jazz. L’artista, con il suo approccio ironico e comunicativo, ha subito stabilito un empatico contatto con gli spettatori proponendo brani originali (“Seventeen”, “The Color of My Music”) e di repertorio spaziando tra Britney Spears e Dave Brubeck, sorpresa e felice di essere stata invitata ad un festival jazz pur non essendo una jazzista. Frida Bollani Magoni sovrappone con gusto voce e piano con tastiere elettroniche ed effetti (harmonizer), in una miscela agrodolce dal sapore di raffinato pop.
Il trombettista-compositore afroamericano Theo Croker (attivo dal 2007, nipote di Doc Cheatam, nativo della Florida ma a lungo residente a Shangai) porta a Berchidda la dimensione di transizione del jazz contemporaneo. Se al cuore del suo recital in quartetto (Mike King, piano e tastiere; Eric Wheeler, contrabbasso e basso; Jaylen Petinaud, batteria) risplendono due brani ispirati all’hard-bop, prima e dopo la sua musica unisce linguaggi e poetiche, ritmi e visioni in un’accentuata e tensiva ricerca. Il pezzo di apertura, ad esempio, dopo un’estesa introduzione a tempo libero, vede la potenza della lunga linea melodica alla tromba montata su una frammentata tessitura elettro-acustica. Croker usa molto computer, campionamenti, elettronica e si serve di due microfoni a seconda degli effetti che applica al proprio strumento. Mike King, nonostante i rari assolo, è fondamentale nel dare spessore armonico-ritmico ai brani mentre Jaylen Petinaud contribuisce con una “palette” batteristica che vede iper-rock, drum and bass, jazz, latin. L’attesa è spesso la condizione in cui precipitano gli ascoltatori: tra suoni risonanti, beat poliritmici e interventi vocali in sampler è difficile prevedere la direzione della musica, come nel miglior Miles Davis elettrico. Il trombettista è di poche parole, presenta più volte i musicisti nel finale e lascia il palco, come faranno via via i suoi sideman fino alla presenza in solo del batterista. Fra quelli ascoltati il 12-13/8 il miglior concerto della rassegna, con un’estetica che si ricollega ad artisti come Rob Mazurek e James Brandon Lewis.
SA CASARA: TIME TO CHILDREN, TIME TO READ
“Time in Jazz” prevede, come recita il suo sottotitolo (Musica Letteratura Arte Ambiente Cinema Formazione Società), tante attività e proposte. La Rusty Brass anima con le sue street parade le vie e le piazze di Berchidda ed oltre al palco centrale c’è un altro epicentro: Sa Casara. In questo edificio, in gran parte ristrutturato e arricchito da un giardino incantevole, si può vedere la seducente mostra fotografica di Andrea Rotili (è uscito il suo volume che raccoglie le foto di un biennio di collaborazione con il festival) e Paolo Soriani, ma soprattutto si tengono le lezioni di “Time to Children”. Per la sesta volta, Sonia Peana e Catia Gori propongono laboratori di educazione musicale per bambini/e – ragazzi/e di grande spessore (in collaborazione con l’associazione Il Jazz va a Scuola). Un progetto che va implementadosi e fa crescere gli ascoltatori e i musicisti di oggi e di domani; il festival berchiddese è, peraltro uno dei pochi che registra un ringiovanimento dei suoi spettatori. A Sa Casara si svolgono, inoltre, le presentazioni librarie (“Time to Read”) che nel pomeriggio hanno raccolto un vasto pubblico, in particolare per Franco Lorenzoni (“Educare controvento”, Sellerio) e Luigi Manconi (“La musica è leggera”, IlSaggiatore).
Un’ultima osservazione per un altro luogo speciale: la mensa. “Time in Jazz” è l’unico festival che io conosca dove musicisti, artisti, tecnici, staff, fonici, volontari, critici, operatori mangino, insieme, in uno stesso luogo. Qui si percepisce davvero il senso di comunità, lo sforzo collettivo, il disegno generale della rassegna, in questo egalitarismo pratico e concreto, nelle tavolate dove ci si conosce e dove qualsiasi barriera viene a cadere. Non stupisce che la XXXVII edizione di “Time in Jazz” abbia ricevuto dal Capo dello Stato la “Medaglia del Presidente della Repubblica”. Paolo Fresu – suo ideatore e direttore artistico, all’interno di un intenso, esteso e dialettico lavoro di squadra – ha così commentato “Crediamo sia stato colto lo spirito che fa di Time in Jazz un grande laboratorio culturale che contribuisce a dare risposte contemporanee sul ruolo attivo delle piccole comunità che operano con una visione glocale”.
Chi non è mai andato a “Time in Jazz” dovrebbe farlo, altrimenti sarà difficile capirne lo spirito e la dimensione…
