Sono trascorsi due mesi dalla dolorosa scomparsa della pianista elvetica Irène Schweizer, morta 83enne il 16 luglio 2024 dopo una lunga malattia. Ci sembra, comunque, opportuno ricordarla data l’indubbia statura dell’artista e la sua feconda importanza nel jazz europeo più intimamente legato al free e all’avanguardia. Marcello Lorrai, su Radio Popolare (“Jazz Anthology”), ha tempestivamente commemorato la pianista-percussionista, sottolineando che “è stata una pioniera della presenza femminile sulla scena improvvisativa e del nuovo jazz; ed è stata una figura di riferimento non solo per il suo contributo musicale ma anche per l’impulso che ha dato ad iniziative come i festival zurighesi Taktlos e Unerhoert, e come l’etichetta svizzera Intakt”, etichetta che ha annunciato la sua morte in una struttura sanitaria di Zurigo. La Schweizer si era ritirata dalle scene nel 2019 per motivi di salute, dopo un concerto in luglio alla rassegna “Konfrontationen” a Nickelsdorf (Austria). Nel 2021 la label elvetica aveva pubblicato “Celebration”, un album in duo con il batterista-percussionista afroamericano Hamid Drake.
Tanti, nel corso della sua carriera, sono stati i dischi realizzati (tutti per la Intakt Records) in coppia, specialmente nella combinazione con batteristi quali Pierre Favre (1992; con Favre e Peter Kowald formò uno dei suoi primi trii), Andrew Cyrille-Günther Baby Sommer-Han Bennink-Louis Moholo (tutti intitolati con i nomi dei musicisti e tutti registrati in un formidabile 1996), ancora Pierre Favre (“Live in Zürich”, 2013), Han Bennink (“Welcome Back”, 2015 ) e Joey Baron (“Live”, 2017). Il duo è stata altresì una delle dimensioni privilegiate per l’incontro con altre musiciste europee e americane dedite all’improvvisazione radicale e alla sperimentazione, artiste quali la violoncellista Joëlle Léandre (“Cordial Gratin”, 1988, FMP), la pianista Marylin Crispell (“Overlapping Hands: Eight Segments”, 1991, FMP), l’altosassofonista Co Streiff (“Twin Lines”, 2002, Intakt). Sì, perché Irène Schweizer fin dall’inizio della propria carriera (1976) si è concretamente battuta per una presenza femminista nell’ambito della musica improvvisata, entrando a far parte del Feminist Improvising Group nel 1978 (con la francese Léandre e le inglesi Maggie Nichols e Lindsay Cooper) – formazione che nel 1983 avrebbe cambiato nome in European Women’s Improvising Group – e fondando nei primi anni Novanta il trio Les Diaboliques (con Léandre e Nichols).
I capelli sempre corti, lo sguardo fiero, i vestiti spesso colorati (si veda il film-documentario di Gitta Gsell, uscito nel 2016 e pubblicato dalla Intakt), Irène Schweizer quando si esibiva era concentrata sulla tastiera, la gestualità tecnica fusa nell’atto del suonare e intrinsecamente connessa con la qualità del suono stesso. Il suo linguaggio discendeva da quello di Ornette Coleman e soprattutto di Cecil Taylor e, come nel caso del pianista afroamericano, mostrava un livello originalissimo di ibridazione con la musica contemporanea in una sintesi del tutto nuova. Non va, però, trascurata l’ispirazione che ebbe, nella prima fase della sua carriera, dall’ascolto di jazzisti sudafricani esuli a Zurigo, che si esibivano all’African Jazz Café. Nella sua carriera ha, non a caso, collaborato con il contrabbassista Harry Miller e soprattutto con il batterista Louis Moholo, entrambi sudafricani.
Artista versatile, aperta alle collaborazioni e alle sfide, sempre in una dimensione europea e internazionale, la pianista Schweizer eccelleva nel piano-solo (documentato discograficamente dal 1992) ma ha preso parte a memorabili pagine collettive, soprattutto con la London Jazz Composers Orchestra condotta da Barry Guy (progetti dal 1998 al 2012). Non a caso nel 2018 le era stato conferito – tardivo ma significativo – il Gran Premio Svizzero di musica. Una grande jazzista che ha lasciato un segno profondo.
DISCOGRAFIA MINIMA
Irène Schweizer, “Wilde Señoritas / Hexensabbat”, Intakt 2002 (antologia di incisione del 1977-’78)
Irène Schweizer, “Portrait”, Intakt 2005 (antologia di varie collaborazioni)
