Umbria Jazz 2024, un giorno a Perugia nei luoghi della storica rassegna

Vincente Peirani, fisarmonicista e compositore francese, dall'album "Jokers" (Act 2022)
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Da Franco D’Andrea a Raye un sintetico percorso fra i molti jazz proposti dal festival

“Umbria Jazz” – la rassegna veterana in Italia, insieme al festival di Pescara – si è conclusa il 21 luglio. L’ultima giornata ha previsto la proiezione di “Jazzlife – documentary series” (regia di Michele Baggio), un modo per riflettere e capitalizzare il proprio passato, in questo caso riproponendo un concerto del trio del clarinettista Gabriele Mirabassi a Castiglion del Lago.

Nello stesso giorno, carta bianca al pianista-compositore Enrico Pieranunzi con un doppio concerto in solo e in trio, insieme a Mirabassi e al bassista Luca Bulgarelli. Festeggiata anche l’etichetta Egea, al suo 30° anno di attività, che ha prodotto molte incisioni del pianista romano, tra i maggiori jazzisti mondiali. A metà pomeriggio spazio per Kind of Bill, formazione con il pianista Dado Moroni, il contrabbassista Eddie Gomez e il batterista Joe La Barbera, in un significativo omaggio a Bill Evans, alla sua figura e al suo repertorio. Serata conclusiva nello spazio amplio dell’Arena Santa Giuliana, pronta ad accogliere uno dei geni della Musica Popular Brasileira MPB, Djavan, nel suo tour europeo. Tra jam e concerti notturni “Umbria Jazz 2024” si è conclusa, rinviando all’edizione invernale ad Orvieto (28 dicembre 2024 – 1° gennaio 2025) e a quella perugina dell’estate (11-20 luglio 2025).

Voglio qui raccontare “a day in Perugia”, una giornata in una delle capitali del jazz – tra il 14 e il 15 luglio – anche attraverso i suoi luoghi, quegli spazi che costituivano e costituiscono uno dei maggiori elementi di fascino della rassegna umbra.

Da alcuni anni la Sala Podiani – nella splendida Galleria Nazionale dell’Umbria – è uno dei posti più raccolti ed affascinanti per il jazz. Quando, qualche anno fa, ne è stato direttore Marco Pierini, all’interno della Galleria perugina sono state peraltro proposte una serie di mostre fotografiche, di carattere jazzistico, con Roberto Masotti e Silvia Lelli, Luciano Rossetti e Luca d’Agostino, Guido Harari, Jimmy Katz. L’utilizzo di questi spazi fortemente suggestivi anche in chiave concertistica avviene da tempo e offre una dimensione “da camera” seppur di particolare intensità. La Sala Podiani, foderata con pannelli neri, dal tetto a capriate ha accolto il 14 (ore 12) e il 15 (stesso orario) due concerti in solo, molto diversi: Franco D’Andrea, solo pianoforte e Vincent Peirani, solo fisarmonica.

D’Andrea, 85enne, ha di recente pubblicato un album (CD e digitale, “Something Bluesy and More”) in trio con Gabriele Evangelista (contrabbasso) e Roberto Gatto (batteria) per la Parco della Musica Records, disco brillantemente proposto dal vivo alla rassegna romana Summer Time (18 giugno). Il suo piano solo perugino è partito come un recital tra virgolette “tradizionale”, con brani separati e originalmente interpretati fra cui “Naima” di John Coltrane e pezzi degli anni Venti. Poi il concerto è letteralmente decollato, secondo l’estetica, la poetica e la pratica (anche la teoria, se si pesa ai suoi studi sulle aree intervallari) di D’Andrea: i brani venivano smontati e rimontati, destrutturati, insertati con altri pezzi in un flusso continuo. Il pianismo “totale” del musicista di origine meranese coniuga – oramai da tempo – ad un livello altissimo elementi della lunga tradizione afroamericana (da Joe Oliver a Cecil Taylor) con altri della musica contemporanea (atonalismo, dodecafonia, serialismo), in un gioco accordale-rimico-melodico sempre sorprendente ed innovativo. Ecco allora via via apparire Lennie Tristano (“Turkish Mambo”), Thelonious Monk (“Evidence”, “Ruby My Dear”, “ ‘Round Midnight”), standard (dalla gershwiniana “I Got Rhythm” alla delicata e sognante “Autumn in New York”), lo stride piano e Billie Holiday… fino ad un suo brano basilare degli anni Ottanta: “Via libera”, in una versione particolarmente estesa ed intensa. Sala strapiena ed applausi vigorosi; Franco D’Andrea, senza farsi pregare, ha concesso numerosi bis tra blues, “Polka Dots and Moonbeams”, il jazz delle origini e quello di McCoy Tyner ma soprattutto il suo. Come il pianista ha dichiarato – in un’intervista, citata da Paolo Occhiuto nel catalogo di UJ 2024 – nelle performance in solo i brani dei suoi autori preferiti emanano “il profumo che le varie ere del jazz a cui appartengono portano ancora oggi con sé. Ma la trama finale è tutta da inventare, il racconto che ogni sera si dipana sul palcoscenico sarà sempre diverso”.

Ogni tanto riemerge, da parte di D’Andrea, l’amore non solo per la musica contemporanea europea e per il jazz d’avanguardia ma anche per quel jazz delle origini che lo marchiò a fuoco da ragazzo e che non cessa di citare e di farne avvertire la vivezza ritmica e la bellezza melodica, nonché la forza vitale.

Il 15 luglio, alle ore 12, si è tenuto – sempre alla sala Podiani – il solo fisarmonica del 44enne musicista francese (nizzardo) Vincent Peirani, che nel pomeriggio (ore 15,30) avrebbe bissato in duo con il sassofonista soprano Emile Parisien. Questa formazione ha pubblicato di recente l’album “Abrazo” (Act) e, con l’apporto del violoncellista Vincent Segal e del suonatore di kora Ballaké Sissoko, il CD paritario “Les égarés” (Nof!, 2023). Peirani porta un’idea della fisarmonica ad Umbria Jazz che di certo non confligge ma esprime una “diversità” rispetto a quella di Richard Galliano (peraltro ascoltato con il suo New York Tango Trio il 12 all’arena Santa Giuliana). La “diversità” è generazionale come nell’uso dello strumento nonché nel repertorio, nelle modalità di improvvisazione e in una maggiore trasversalità culturale che nella poetica di Galliano assolutamente non manca ma che in quella di Peirani si amplifica.

Tocco splendido, modalità percussive e alterazione controllata dei suoni, uso anche di una clavietta per un brano, il canto non solo come accompagnamento-doppio dell’improvvisazione strumentale e, alla fine, un bis particolare – il siciliano “Vitti na crozza” – che ha eseguito in maniera profonda. Origini italiane da parte di padre, Vincent Peirani è stato indirizzato alla fisarmonica proprio dal papà (mentre lui preferiva la batteria) che gli ricordava spesso di valorizzare la melodia, il canto. Con modalità simili a quelle di D’Andrea, ma una maggiore presenza di brani popular e folclorici, il fisarmonicista francese ha – tra l’altro – suonato “The Sound of Silence”, “Smile”, “Il cammino” di Aldo Romano, la monkiana “I Mean You”: ora passionale e accorato, ora gioioso e danzante (l’idea di danza è ben presente nella sua poetica) Peirani agisce molto sulle dinamiche e sulla timbrica che consentono alla sua fisarmonica mille voci e mille sfumature.il

Altro luogo tipico e topico di Umbria Jazz è il Morlacchi, suggestivo e raccolto teatro d’opera sede di grandissimi concerti nel passato jazzistico tra cui si possono citare, solo a mo’ di esempio, il duo John Lewis – Wynton Marsalis e João Gilberto ma la lista sarebbe sterminata. È il luogo privilegiato dai fan. Qui si è esibito (14 luglio, ore 17) in una significativa “reunion” il quartetto Next Step, guidato dal chitarrista-compositore Kurt Rosenwinkel – che ha appena pubblicato una corposa raccolta di suoi brani -, il sassofonista tenore Mark Turner, il contrabbassista Ben Street e il batterista Jeff Ballard. Tutto esaurito, come nel caso di Franco D’Andrea, per un gruppo che vent’anni fa ha fatto scuola, dimostrando una grande capacità performativa, un suono di gruppo centrato sulla chitarra di Rosenwinkel ma nella sua relazione (diretta e continuativa) con il tenore di Turner. Un sax che è una versione contemporanea di quello cool di Warne Marsch pur se con influenze coltraniane nella torrenzialità del fraseggio; lo strumento si esalta nell’intreccio continuo con la “sei corde”, usata con estrema originalità alternando e fondendo lavoro armonico e tematico-solistico. Contrabbasso e batteria sono altrettanto coinvolti e fusi nel sound di gruppo, con assoli interni all’accompagnamento e qualche momento più solistico per Ballard, potente e raffinato nel suo percussionismo. Un’ulteriore osservazione riguarda il suono della chitarra di Rosenwinkel che si mantiene “univoco” se non per minime sfumature, privilegiando un approccio allo strumento senza distorsioni, pre-influenze rock.

L’unico appunto che si può rivolgere ai quattro jazzisti americani è quello di una uniformità nei brani, sempre costruiti in modo originale ma simili nel  risultato complessivo; tra le varie eccezioni il bis finale, scuro e tormentato, con Rosenwinkel al pianoforte. Pubblico fragorosamente partecipe e musicisti generosi nel suonare.

Da parecchi anni il cosiddetto “main stage” di Umbria Jazz è rappresentato da uno spazio appositamente costruito che è l’Arena Santa Giuliana, nei pressi di piazza Partigiani. È qui che si svolgono i concerti più affollati, spesso di artisti pop/rock tangenti e/o divergenti rispetto al jazz. Nel 2024 si sono, tra l’altro, esibiti in loco Vinicio Capossela, Lenny Kravitz (con 12.000 presenze), Lizz Wright, Toto, Fatoumata Diawara, Veronica Swift, Nile Rodgers & Chic, Djavan come anche Richard Galliano, il quartetto Chris Potter-Brad Mehldau-John Patitucci-Jonathan Blake, la formazione Gil Evans Remembered, Hiromi, Chucho Valdés, Roberto Fonseca, Pacific Mambo Orchestra. Da un punto di vista economico sono questi i concerti che fanno maggiori incassi. Il luogo resta, a mio parere, un po’ freddo e innaturale; i grandi schermi consentono una visione comunque ottimale delle performance ma non sempre gli artisti riescono a ‘scaldarlo’ con nobili eccezioni che – in edizioni passate – hanno riguardato Sonny Rollins, Keith Jarrett ed Ornette Coleman.

Nella serata del 14 luglio erano abbinati la band Cha Wa, una formazione funky “intrecciata con le antiche tradizioni di New Orleans” (P.Occhiuto) e la cantante britannica Raye che “nel Regno Unito ha all’attivo un doppio disco di platino, cinque dischi di platino, quattro d’oro e quattro d’argento, oltre a molteplici riconoscimenti internazionali” (P.Occhiuto) e vanta cifre impressionanti negli ascolti in streaming (si parla di 3 miliardi di persone). Il primo gruppo, ad un ascolto superficiale, non sembra di particolare interesse mentre la Raye – al suo secondo album, “My 21st Century Blues” – si pone all’attenzione per il suo appartenere, di fatto, alla famiglia della black music nonché per le tematiche affrontate nei pezzi di cui è compositrice (ha anche scritto per altri artisti, da Beyoncé a John Legend). Supportata da una media orchestra di buon livello (rinforzata da Dario Cecchini al sax baritono), la Raye ha dato sfoggio di una voce duttile e potente, ricca di sfumature, unita ad una valida capacità interpretativa specie nei testi che hanno toccato argomenti come gli abusi sessuali e il dismorfismo corporeo. Ha tecnica, pathos, feeling. Si può parlare di un’erede di Amy Winehouse ma si rischia di semplificare e appiattire. Raye, comunque, va seguita e il grande ed entusiasta pubblico di Umbria Jazz è un segnale indicativo.

Ma la veterana rassegna umbra è fatta anche di tanti altri spazi. Sempre più significative le presentazioni di volumi ed album nell’accogliente libreria Feltrinelli in corso Vannucci, che quest’anno hanno visto incontri con autori e lettori per “Fatti e misfatti dell’industria musicale italiana” (Arcana) di Alceste Ayroldi e Fiorenza Gherardi De Candei, “Jazz europeo, non di solo passaporto” (Digressione editore) di Livio Minafra e Ugo Sbisà, “Un Basso verso l’altro. Un giorno e la vita di un musicista” (Arcana) di Alessandro Loppi ed Enzo Pietropaoli, “A New Day” (Ecm) il nuovo album internazionale del pianista Giovanni Guidi.

Ancora musica in luoghi come il centro storico – ritualmente percorso dagli irresistibili  Funk Off – i Giardini Carducci, la piazza IV Novembre  e in altri luoghi “minori” come l’auditorium del Conservatorio Francesco Morlacchi, il Berklee Summer School at Umbria Jazz Clinics 2024, il cinema Méliès, il ristorante la Taverna, il Priori Secret Garden,  la Bottega del Vino, la Secret Bistrot e la Terrazza Swing al mercato coperto. Proprio qui si sono esibiti più volte gli Sticky Bones, formazione guidata dal contrabbassista-tubista Maurizio Capuano con Mama Ines (voce), Frank Marsigliese (cornetta), Phil Marino (clarinetto), Emiliano Federici (piano), Marco Biaggioli (trap drums). È una formazione che propone jazz afroamericano degli anni Venti (e fino al 1935 ca) con cura filologica ma con passione autentica, apprezzata dai molti spettatori accorsi nel gradevolissimo luogo. Già ad Umbria Jazz come musicisti di strada, poi nel programma ufficiale del 2016, gli Sticky Bones hanno al loro attivo due album (“Goofer Dust Swing – The Barrelhouse Songs” e “Whoop it up!”) ed è in programma un terzo dedicato alla musica di Joe King Oliver di cui – nel tardo pomeriggio del 14 luglio – hanno suonato – “Too Late”.   In Italia è ormai superata la storica dicotomia/rivalità tra “tradizionalisti” e “modernisti”, tipica del II dopoguerra, ma qui non si tratta di revival. Piuttosto di riappropriazione e riproposizione di un repertorio che ha elementi di grande valore e autenticità sia storici – per ciò che riguarda la condizione emarginata ma non rassegnata dei neroamericani e delle neroamericane nella società statunitense – che musicali. Un repertorio che attinge ai race-records e che è opportuno far conoscere.

 Anche questo è Umbria Jazz.

DA ASCOLTARE:

Franco D’Andrea – Gabriele Evangelista – Roberto Gatto “Something Bluesy and More” (Parco della Musica Records, 2024)

Vincent Peirani – Emile Parisien “Abrazo” (Act, 2020) / Vincent Peirani – Emile Parisien – Vincent Segal – Ballaké Sissoko “Les égarés” (Nof!, 2023)

Next Step “The Next Step” (Verve 2000)

Raye “My 21st Century Blues” (Human Re Sources, 2023)

Sticky Bones “Whoop It Up! (Race Record Selection)” (2022 )

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