Una voce teatrale, un repertorio ricercato: Cécile McLorin Salvant ammalia il pubblico romano

Roma, "Summer Time", Sullivan Fortner, Yasushi Nakamura, Cécile McLorin Salvant, Kyle Poole © Fondazione Musica Per Roma / foto Fucilla/MUSA
Tempo di lettura: 3 minuti
La cantante afroamericana 35enne, impegnata in una continua ricerca, è ai vertici del canto e della musica jazz odierne

Sale sul palco, Cécile McLorin Salvant, e attira subito tutta l’attenzione del pubblico di “Summer Time”, un pubblico che è venuto per lei e la sua musica, per il suo canto fuori dal comune, per un gruppo che si incardina attorno alla relazione profonda (quasi simbiotica) tra la vocalist e l’eccellente pianista Sullivan Fortner, da tempo compagno fidato d’avventura.

La Salvant si è già esibita il 7 luglio alla rassegna Pisa Jazz Rebirth, e con il concerto romano nel parco della Casa del Jazz dell’8 conclude un breve tour nel nostro paese. Ma è importante averla ascoltata perché ormai – a 14 anni di distanza dalla vittoria del concorso Thelonious Monk – la 35enne cantante afroamericana (di origini franco-haitiane) è ai vertici della propria espressività ed ha raggiunto una grande maturità. Il suo è un lungo percorso, che l’ha portata al jazz partendo dalla musica classica e transitando per quella barocca: in ogni sua tappa la Salvant ha accumulato esperienze, scandite da ben sette album e tre Grammy Award (per “For One to Love”, 2015; “Dreams and Daggers”, 2017 e “The Window” del 2018).

Alle corte: perché si resta incantati e rapiti ascoltando la sua magnifica e cangiante voce intrecciarsi, in un interplay corposo e raffinatissimo, al piano di Sullivan Fortner, al contrabbasso di Yasushi Nakamura e alla batteria di Kyle Poole? Intanto la scelta di un repertorio ricercato, mai scontato, ricco di suggestioni e memorie diverse: Kurt Weill e Bertold Brecht di “Barbara Song”, in una versione ‘espressionista’ che contrappone due atmosfere; il frizzante “Devil My Care” di Bob Dorough; l’epico e maestoso “Black Mountain Blues” di Bessie Smith; “Some People” di Jule Steyne e Stephen Sondheim come “On the Street Were You Live” di Alan J.Lerner e Frederick Loewe. Questi due ultimi brani esaltano, in particolare, la dimensione drammaturgica del canto di Cécile McLorin Salvant che si fa teatro, narrazione, caleidoscopio di caratteri e personaggi. All’interno di ciascun brano – a volte di ciascuna strofa – la vocalist cambia timbro e altezza, fraseggio e lunghezza delle note in una continua, zampillante creatività che non è mai virtuosismo. Lo provano i suoi brani – essendo anche un’autrice piena di talento – tra cui, nel recital capitolino, “Fog”, “Moon Song” e “Nobody”.

A ciò si unisce la forte comunicativa con il pubblico, il fitto dialogo con i suoi musicisti che suonano con entusiasmo, convinzione, creatività, coinvolti appieno nella poetica, l’intesa ineffabile e complice con Sullivan Fortner che al piano trasforma e plasma, incessantemente, armonie e melodie.  Nel suo colorato abito lungo, con un grande cappello di paglia che finisce presto appeso ad un’asta di microfono, Cécile McLorin Salvant condivide con gli spettatori e le spettatrici la sua ricerca che, nel finale, vede coinvolto anche il batterista Gregory Hutchinson, al posto dell’estroso Kyle Poole dietro ai tamburi.

Musica, però, non solo gioiosa ed effervescente, anche pensosa e riflessiva, consapevole e critica. L’ultimo album della cantante – “Mélusine” per la Nonesuch, 2023 – “ruota attorno al tema della donna-mostro e della trasformazione”, come scrive Daniele Cordisco in un interessante articolo apparso su “Internazionale” (05/07/2024). L’album è stato oggetto di un saggio da parte di Angela Davis, saggio che è facile trovare in rete e a cui rinvio per la ricchezza di implicazioni, rimandi, significati.

Intanto nelle orecchie risuona ancora il canto zampillante di “On the Street Where You Live”, con tutta la sua energia, con tutto il suo carisma.

Album consigliati: “The Window” (Mack Avenue Records, 2018); “Mélusine” (Nonesuch Records, 2023)

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