La sua lunga e operosa carriera lo vede anche protagonista di pagine “storiche”, come l’album uscito in marzo “Tango Nuevo Revisited” (per l’etichetta tedesca Act) che celebra la sinergia tra tango e jazz e il festeggiamento dei 25 anni di attività del gruppo Aires Tango, il 30 luglio prossimo alla romana Casa del Jazz. Ne abbiamo parlato con il grande musicista.
Sei il protagonista della rivisitazione del progetto discografico “Tango Nuevo”, inciso nel 1974 da Astor Piazzolla e Gerry Mulligan, edito nel ’75 dalla Atlantic.
Il produttore della Act, Siggi Loch, mi cercava per ridzar vita al progetto ma io ero ancora afflitto dalla “distonia focale del musicista” (Girotto è stato colpito da questa particolare patologia dal novembre 2016 fino alla metà del ‘18, n.d.a.) e non mi facevo trovare. Quando ho iniziato a vedere la luce in fondo al tunnel, gli ho scritto una mail e mi ha risposto. Gli ho spiegato la mia situazione e quello che era successo, mi ha proposto di lavorare insieme per tre dischi ma il primo voleva deciderlo lui e doveva essere la rivisitazione di “Tango Nuevo”. L’album si chiamò così in Europa, nei paesi latini “Reunion Cumbre” e in quelli anglosassoni “Summit”. È il disco storico del 1975, con l’incontro tra Piazzolla e Mulligan.
Che significato ha avuto nella tua storia musicale?
Per me è un album con cui sono cresciuto: avevo undici anni, sentivo molto tango e molto Piazzolla ed ascoltare il suo incontro con Gerry Mulligan è stato importante. Loch mi ha spiegato la sua esigenza, visto che era stato il produttore originario di un disco che andò benissimo come vendite in tutto il mondo, un disco paragonabile a “Kind of Blue” o a “The Dark Side of the Moon”, quegli album che fanno parte della storia dell’umanità. Il problema era “come” rivisitarlo, scoprendo che questo disco – registrato a Milano – ha molto di italiano, anche se i due artisti erano un argentino ed uno statunitense mentre gli orchestrali – l’orchestrazione prevedeva un’ira di Dio di strumenti – erano per metà italiani e per metà argentini trapiantati (come Angel “Pocho” Gatti). Piazzolla in quel periodo abitava a Roma e Mulligan a Milano e, addirittura, grazie anche a questo album Mulligan conobbe la sua ultima moglie, Franca.
Come lo hai, dunque, rivisitato?
Nella versione originale c’erano bandoneon, sax baritono, orchestra, percussioni, batteria – la suonava Tullio De Piscopo -, piano, chitarra, contrabbasso… Il modo di rivisitarlo, per me, è stato andare in senso contrario, asciugarlo e, quindi, l’ho fatto in modo cameristico: pianoforte, bandoneon e baritono. Al piano c’è Alessandro Gwis che usa un po’ di elettronica, giusto per rendere lo spazio, la profondità che nell’originale conferivano gli archi. Ho aperto un po’ di più a situazioni solistiche ma rispettando soprattutto i contrappunti e tutte quelle linee scritte che erano molto importanti.
Nell’originale “Tango Nuevo” di pezzi di Mulligan ce n’è uno solo e raccontava il sassofonista che ne aveva inviati tre a Piazzolla ma due si erano persi. Le malelingue dicono che il bandoneonista volesse suonare solo musica sua ma non si sa. Il brano è “Aire de Buenos Aires” e sembra fatto apposta per Piazzolla. “Etude For Franca” non c’era nel disco del 1975 e l’ho aggiunto io come per dare una rivincita a Mulligan, brano dedicato a Franca Rota che era una contessa e abitava a Roma, in un appartamento dove passavano tutti gli artisti latinoamericani e lei era l’amica di Piazzolla. Attraverso la realizzazione discografica conobbe Gerry Mulligan e nacque una bellissima storia d’amore. A proposito, Franca Rota mi ha chiamato: aveva avuto il disco e le è piaciuto.
Secondo te, “Tango Nuevo Revisited” è oppure non è una “operazione nostalgia”?
Per Siggi Loch lo è, me lo ha proprio detto chiaro e tondo che era nostalgico ed affezionato a questo disco. Per me è… devo dire che adesso, suonando e risuonando, mi stanno tornando fuori tante cose del passato, di un periodo che avevo quasi rimosso. Quindi mi sto divertendo tantissimo a suonare i brani, molti non li avevo mai eseguiti pur essendo cresciuto sentendoli. Ho evitato per lungo tempo di suonare brani di Piazzolla per una loro eccessiva inflazione ma “Tango Neuvo” offre un repertorio poco conosciuto, che è stato eseguito solo per quel disco/progetto. Rivistare questi brani è una bella esperienza; ho aggiunto il pezzo di Mulligan che ti dicevo più altri due (“Escualo”, “Fracanapa”), perché il disco originale durava appena 37 minuti.
Si ha l’impressione che quando suoni il soprano soffri mentre con il baritono spazi in libertà…
È a seconda di come sento la musica; questo è il primo progetto in cui suono soltanto il baritono e non porto nemmeno il soprano, tanto che mi sembra strano, come se non avessi la borsa con i documenti… Però mi sto appassionando sempre di più e sto riscoprendo il baritono. Per me è stato, nel tempo, un secondo strumento, mentre in “Tango Nuevo Revisited” diventa il primo.
La scelta dei partner a cosa è stata dovuta?
In Italia, secondo me, l’unico bandoneonista adatto è proprio Gianni Iorio, per la sua preparazione tecnica e improvvisativa; l’altro è Alessandro Gwis al piano e all’elettronica: suoniamo insieme da una vita ma a livello di lettura e di improvvisazione è supercompleto. Conosce anche il linguaggio del tango, e non è elemento da poco: non potevo chiamare un pianista jazz, non c’entrava niente.
Bandoneon e pianoforte non finiscono per confliggere?
In questo repertorio c’è tanta musica, ci sono tante linee scritte. Loch originariamente addirittura voleva un duo – bandoneon e baritono – ma sarebbe stato impossibile rendere la musica di “Tango Nuevo”. Aggiungendo il pianoforte siamo riusciti a coprire tutte le parti melodiche scritte.
Il disco è stato presentato con grande successo il 27 maggio alla Filarmonica di Berlino ed in Europa tornerete nel 2020. In Italia?
Con Iorio e Gwis saremo a luglio a Reggio Emilia (9), Antica Pieve di Vernasca (Piacenza, 19) e ad agosto a Sabaudia (Latina, 9) e Sarteano (Siena, 23).
Luigi Onori
© Copyright “il manifesto” 2024
