Raffaele Casarano: «Nel mio sax tutti i colori del Mediterraneo»

Tempo di lettura: 4 minuti
Incontri. Il musicista pugliese si racconta tra suoni jazz e impegno sociale nel suo nuovo album «Anì»


Raffaele Casarano, sassofonista e compositore, ha di recente pubblicato un nuovo album
Anì (Tuk Music; dedicato alla figlia e prodotto da Paolo Fresu) che ha presentato poi durante
un live al Roma Jazz Festival in formazione quintetto formato da Mirko Signorile (piano),
Gianluca Aceto (basso elettrico), Marco D’Orlando (batteria), Alessandro Monteduro
(percussioni), Bonnot (programming, sound design) – più un’Orchestra d’archi diretta da
Valter Sivilotti, in un singolare connubio. Una carriera, quella del musicista salentino, quasi
ventennale.


Il suo gruppo Locomotive nasce nel 2004. Dal cd «Legend», con l’Orchestra del
Conservatorio T.Schipa, al recente album: cosa si è conservato nel tempo e cosa
è mutato?

Di sicuro è cambiato il mio approccio al senso della musica. Nel 2006, quando uscì Legend
cui partecipava anche Paolo Fresu, ero preoccupato per un progetto che forse avrei dovuto
fare in età più matura. Paolo mi disse: “Metti cento musicisti o metti due, sempre sette
sono le note. Alla fine cosa cambia?”. Ero appena diplomato, c’era il fermento dell’orchestra
giovanile così mi sono lanciato in quell’esperienza. Adesso lo risuonerei tutto dall’inizio alla
fine; anche il mio suono è cambiato. Oggi c’è un sentimento di comunicazione differente. Se
allora, a 24 anni, cercavo di dimostrare che potevo ambire ad essere un jazzman o il leader
di una grande band, adesso ciò che faccio deve comunicare un senso anche a chi ascolta.
Scrivo e suono con più sentimento e coscienza.

Oltre a sax alto e soprano padroneggia tecnologie sonore e strumenti elettronici.
Che importanza hanno nella sua poetica, caratterizzata da un personalissimo
sound acustico?

L’esperienza con Dhafer Youssef (cantante e suonatore di oud tunisino, ndr) mi ha messo
nella condizione di utilizzare strumentazione e ricreare ambientazioni elettroniche. Sono
sempre stato affascinato dalla musica nordica tanto da collaborare con Eric Honoré ed
Eivind Aarset… Il lockdown, con il suo isolamento, mi ha aperto le porte di quel mondo.
Quel tipo di sonorità l’ho riportato in Anì, dove non c’è una prevalenza elettronica ma esiste
un tessuto sonoro che completa l’armonizzazione dei brani. Non mi bastava prendere dei
preset sonori e metterli nel disco. Bonnot, come sound designer, ha agito all’interno di quel
materiale filtrando, rimodulando e maturando la parte elettronica attorno al vestito
acustico. Suoni che non esistono in natura, rivestiti e riarmonizzati nel «colore» del disco.

Nel disco troviamo Youssef, M1 e il rapper Danno, a testimonianza del suo
interesse verso la «pura vocalità»…

Intendo il sax come una voce: per me non è lo strumento che deve suonare bebop,
producendo una copia sbiadita del passato. Vengo dalla scuola Fresu, trombettista che
quando suona parla. La ricerca del suono su sax alto e soprano non è stato un percorso
semplice: sono strumenti medio-alti che non hanno già un suono pronto. Tutto ciò mi ha
portato ad immaginare il sax come una voce umana, strumento primordiale attraverso il
quale piangiamo ed emettiamo i primi suoni. Danno, come M1 – nell’aspetto più soul e
black dell’hip hop – hanno, invece, contribuito a mischiare mondo rap a quello più
improvvisato.

Il Mediterraneo è spesso al centro della sua riflessione. Lo ha fatto in passato in
«Oltremare» (2018) che lei stesso ha definito «una preghiera globale per
l’umanità». Di questi tempi il Mediterraneo, tra immigrazione e guerra, appare
più divisorio che altro…

Vengo dal Salento immerso nel Mediterraneo, terra di accoglienza e confine. I nostri nonni
sono partiti per emigrare e sono stati sempre accolti. Ora ci troviamo a respingere gente
che cerca il diritto alla vita. Facendo il musicista penso che dobbiamo comunicare non solo
suono ma veicolare un significato forte. Ho scritto un brano, Preghiera in mare, per
rimarcare una verità: la musica contiene un segno di pace tra i popoli, in quanto linguaggio
universale e disinteressato. Deve essere un collante e noi musicisti abbiamo il dovere di
portare il pubblico a viaggiare attraverso la musica e sensibilizzarlo sempre più a temi
fondamentali.

L’Università del Salento l’ha riconosciuta come Ambasciatore, anche per l’azione
che sta svolgendo con il «Locomotive Jazz Festival», attento ad ambiente, sociale
e giovani.

Il Locomotive nasce dall’esigenza di avere un palco per i giovani. Nel 2006 cercavo di
suonare nel territorio e mi dicevano: «Lascia stare, tanto non porti gente. Vai a suonare la
pizzica». L’allora sindaco di Sogliano Cavour mi chiese di fare un mio concerto in piazza: gli
proposi di realizzare un palco per i giovani. Oggi, dopo 18 anni, il sogno è diventato realtà
con 180 ragazzi, dai 14 ai 23 anni, bravissimi. Nel percorso “Locomotive giovani” salgono
su quel palco e si fanno sentire da un pubblico silente e pagante. Tutto questo per me ha
un grande significato e il Locomotive cresce proprio perché c’è questa spinta dal basso. Poi
ci sono artisti che vengono da tutte le parti del Mondo e incontrano queste realtà. E ancora,
si discute intorno a ambiente e sociale nella dimensione del Mediterraneo di cui si parlava.


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