Facile partire dai successi con Lady Gaga del 2014, con annesso Grammy Award, ed
evocare la fama di inossidabile vocalist, di highlander del canto. Parliamo di Tony Bennett,
spentosi ieri a New York a 96 anni, probabilmente per le conseguenze del morbo di
Alzheimer da cui era affetto da tempo. Forse meglio partire dalla una famiglia
italoamericana di origini calabro-abruzzesi in cui nasce Anthony Dominick Benedetto il 13
agosto del 1926 ad Astoria, Queens, a New York. Padre droghiere e madre sarta, Anthony
cresce negli anni durissimi della Grande Depressione e – orfano del babbo a dieci anni –
utilizza presto le sue doti vocali debuttando nel 1936, all’inaugurazione del Triborough
Bridge. Ha anche una passione per la pittura e – pur se la sua prima mostra la terrà a
Chicago solo nel 1977 – inizia a coltivare le sue doti frequentando la High School of
Industrial Arts. Tony Bennett (suo nome d’arte dal 1949, dopo un insipido Joe Bari)
appartiene senza dubbio alla vasta famiglia dei jazzisti italoamericani risalente ai Nick
LaRocca e sgli Anthony Sbarbaro della Original Dixieland Jass Band (1917).
CIÒ TESTIMONIA come il jazz – di indubbia matrice afroamericana – si sia alimentato della
passione e creatività degli emigranti di tutto il mondo, dal russo-ebreo Benny Goodman al
polacco Gene Krupa fino al siciliano Joe Lovano. Bennett è peraltro – come Frank Sinatra e
Dean Martin – un esponente di un «bel canto» italoamericano intriso di jazz: il criticomusicologo-
musicista Luciano Federighi (nel prezioso testo Le grandi voci della musica
americana, Mondadori 1997) lo definisce «maestro del piano e del forte, crooner dallo
slancio tenorile e (…) voce insieme aristocratica e ‘blue collar’ ». La sua «totale devozione
ai valori di verso e melodia» unisce, infatti, romanticismo a colloquialità di strada.Uno stile
che ha personalizzato canzoni di serie, rendendole standard assolu
E di strada ne ha fatta prima di arrivare in cima. C’è di mezzo la II guerra mondiale, cui
partecipa, poi la sua scoperta nel 1949 da parte della cantante-attrice Pearl Bailey mentre è
il comico (cantante e attore) Bob Hope che gli regala il fortunato nome d’arte: Tony Bennett
sarà vincitore di 20 Grammy Awards, presente in oltre 100 album e, tra tante onorificenze,
insignito del Kennedy Center Honors.
Nel 1951 Bennett registra il suo primo hit, Boulevard of Broken Dreams; in questo decennio
si esibisce spesso in trio (pianista e direttore musicale Ralph Sharon) ma adora cantare in
big-band e nel 1958 lo fa con quella di Count Basie (Strike Up the Band). Non a caso la
Columbia – che negli anni ’40 aveva messo sotto contratto Frank Sinatra, con grande
fortuna e successo di entrambi – scrittura nei ’50 Tony Bennett, insieme ad una scuderia di
strumentisti e vocalist eccelsi.
ARRIVA il 1962 e il cantante italoamericano prende la popular song I Left My Heart in San
Francisco (musica di George Cory, versi di Douglass Cross) e ne fa un brano di successo,
una «signature song». Ancora Federighi ci illumina spiegando che «Bennett ha non di rado
personalizzato a fondo – e condotto al grande successo – canzoni di serie, altrimenti
destinate all’anonimato».(58) Scusate, ma non è la caratteristica dei grandi strumentisti e
cantanti jazz? Non è la «risignificazione» il tratto distintivo delle musiche nere, da Georgia
nella versione di Ray Charles a My Favourite Things in quella di John Coltrane?
IL NOSTRO Tony continua a collaborare con orchestre (Duke Ellington, Woody Herman) e
solisti jazz (i sax Zoot Sims ed Al Cohn; i cornettisti Ruby Braff e Bobby Hackett). Anche se
per un periodo amplia il suo pubblico in ambito pop, nei ’70 torna alla matrice jazz che
suggella con i notevoli album incisi in duetto con Bill Evans: basta sentire la sua versione di
Waltz for Debby. Bennett torna in studio nel 1986 e l’anno dopo si cimenta nel repertorio di
Irving Berlin (Bennett/Berlin”. L’età avanza ma il vocalist conserva classe e individualità,
sopravvive al tempo rinnovandosi mentre fioccano i riconoscimenti. Nei ’90 incide il
songbook di Sinatra (Perfectly Frank), un tributo a Fred Astaire (Steppin’ Out) e una serie di
duetti live (Unplugged) tra cui quelli con k.d.lang ed Elvis Costello, forieri di future
collaborazioni. Come pittore espone negli Usa ed in Europa, è spesso negli show televisivi
più noti (dal Tonight Show al Nat Cole Show), la rivista Life lo colloca tra le sei voci «Best
American Standard Singer of all the time». Quanta strada dai poveri vicoli del Queens…
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