Ha quarant’anni Ambrose Akinmusire (diciannovenne era già nei Five Elements di Steve
Coleman), quindici di carriera e cinque album per la Blue Note, ultimo l’acclamato On the
Tender Spot of Every Calloused Moment. È molto vicino al movimento Black Lives Matter; si
possono aggiungere «grants» e commissioni da parte di Doris Duke Foundation, MAP Fund,
Kennedy Center, Berlin Jazz Festival e Monterey Jazz. Tutto questo, però, non dice niente
del suono e della musica del trombettista afroamericano, ospite il 6 luglio con il suo
formidabile quartetto (Fabian Almazan, al piano; Harish Raghavan al contrabbasso; Timothy
Angulo alla batteria) al Summer Fest della Casa del Jazz.
La tromba di Akinmusire, infatti, è una tromba «perturbante»: il suo suono è ampiamente
memore della lezione jazzistica ma non ne è schiavo. È un suono che buca, trafigge, porta
oltre, trasfigura; è come sentire Dizzy Gillespie sì, ma negli anni quaranta. Di poche parole,
carismatico, concentratissimo, il trombettista californiano ha tenuto inchiodato il pubblico
romano con sei brani e, dopo tanti applausi, ha regalato due bis dal carattere opposto: il
primo una sua rarefatta ballad, l’unica del concerto, mentre il secondo un pezzo
ultracinetico, chiusosi su una sola nota ribattuta quasi all’infinito.
Ambrose Akinmusire usa strutture formali frastagliate, comunque ricche di pathos, in cui si
concretizza l’urgenza della sua arte come l’impatto – fisico-ritmico-mentale – che vuole
avere. I suoi temi, archi melodici molto ampi accanto a cellule ritmiche reiterate e quasi
ipnotiche, restano impressi come i soli, intrecciati nel fitto interplay di un gruppo dove tutti i
membri sono fondamentali: il piano liquido di Almazan, il contrabbasso spesso archettato di
Raghavan, la batteria poliritmica (un Elvin Jones contemporaneo) di Angulo.
VOGLIAMO parlare del fraseggio? Pur avendo studiato molto e vinto prestigiosi premi (nel
2007 T.Monk International Jazz Competition e Carmine Caruso International Jazz Trumpet
Solo Competition) Akinmusire non è un virtuoso: modifica la velocità, usa pause e accenti,
acciaccature, varia i timbri, impiega salti di registro, si serve in modo magistrale del fiato
continuo. Soprattutto usa il silenzio e lo spazio in modo architettonico e monkiano. La sua è
una tromba che squarcia e sfavilla come sa concentrarsi su una sola nota o un gruppo di
note. Vuole (lo ha scritto per l’album Origami Harvest, 2018) «studiare gli estremi: il
maschile e il femminile, l’arte in senso alto e quella più bassa, la passività e l’aggressività,
l’improvvisazione e il calcolo, l’America ricca e quella dei ghetti, la musica hip hop e quella
classica». E sa farlo con grande ispirazione.
PRIMA del trombettista di Oakland si è esibita con successo l’Orchestra Nazionale Jazz
Giovani Talenti, diretta da Paolo Damiani. Le big band sono uno dei capisaldi del Summer
Fest (il 4 ha suonato l’ottima Mejorchestra in un recital dedicato a Kurt Weill: voci di Peppe
Servillo e Costanza Alegiani, direzione di Marco Tiso). La ONJGT è alla sua IV edizione in un
progetto – promosso concretamente dalla Fondazione Musica per Roma – che vuole
valorizzare i migliori nuovi professionisti del jazz italiano (quasi tutti under 35) attingendo
alle segnalazioni del referendum di «Musica Jazz» e applicando la parità di genere. Si
lavora, quindi, sull’ensemble, si creano spazi per i solisti come per la composizione (brani,
tra gli altri di Sophia Tomelleri, Camilla Battaglia e del direttore Damiani), in un processo di
crescita individuale e collettiva ben messo in mostra dal concerto. Nella formazione
Battaglia, A.Drago, E,Manera, F. Fratini, F.Calcagno, M.Tino, Tomelleri, M.Fortunato,
G.Zanus, F.Michisanti, N.Caputo e F. Remigi.
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