Nel 1989 Iacoucci ha ottenuto, peraltro, la cittadinanza onoraria e le chiavi di New Orleans, dove ha studiato in profondità la musica sacra e profana afroamericana. Legato alla città “culla” del jazz, il pianista l’ha musicalmente ritratta nel Cd “Do you know what it means to miss New Orleans”.
Iacoucci si è, peraltro, avventurato nelle relazioni tra jazz e musica classica. Per un trio da camera (il Chamber Jazz Trio: Simona Foglietta, violino; Maria Antonietta Gramegna, violoncello; Anna Rosaria Valanzuolo, pianoforte) ha scritto – arrangiandoli fin nei minimi dettagli – dodici brani jazz ispirati a pianisti (da Scott Joplin a Erroll Garner), musicisti (l’Armstrong di “Blues for Louis”), forme e ritmi (la ballad di “Romancing in the Stars”, il “Mambo per Perez”).
Ora il maestro propone un lavoro su Johan Sebastian Bach, cui arriva anche attraverso lo studio approfondito di Tristano (“Omaggio a Lennie Tristano” è un suo prezioso e pregevole album del 2008). A proposito del pianista americano Riccardo Brazzale ha scritto che “(…) più di tanti classici ebbe il suo peso nelle scelte di Tristano l’opera bachiana. Prima di tutto, Tristano fu bachiano nella concezione del tempo, immutabile ma ritagliabile nelle sue monadi più minute a cui dava vita con accenti straripanti, nel credere nella linea, nel mélos, il principio attivo di ogni pulsare sonoro” (in F.Fayenz e R.Brazzale, “Lennie Tristano. Il profeta incompreso”, Stampa Alternativa, Viterbo 2006, p.59).
Nel suo lavoro su Johan Sebastian Bach, che parte dalla musica classica e arriva al jazz, Iacoucci compie varie e caratterizzanti scelte. Intanto scarta l’ipotesi di lavorare sulle musiche del compositore di Eisenach nell’accezione di “standard classici”, ipotesi percorsa nel tempo da vari jazzisti. Poi individua il “suono portante” nel violoncello bachiano, declinato in sette brani in quella che ha denominato “Bach Suite”: Preludio / Allemanda / Corrente / Sarabanda / Minuetto 1 / Minuetto 2 / Giga. Ad essa ha aggiunto la “Sonata n° 1 BWV1001” e la “Sonata n° 2, II tempo, BWV 1028” per violoncello e clavicembalo.
Ha scelto di rivisitare le pagine bachiane “in chiave moderna”, scrivendo quindi, per i primi sette titoli, le sue “variazioni” per il violoncellista Maurizio Simonelli (strumentista dalla vasta esperienza internazionale, membro del Quartetto Galileo, docente al conservatorio “Licinio Refice” di Frosinone). Come in un brano scat, come in alcune pagine di Duke Ellington, Gerardo Iacoucci formalizza attraverso la scrittura quella che, però, immagina come improvvisazione rispetto ad un “testo sonoro” originale, cercando di attualizzarlo nella pronuncia, negli accenti, nel timbro.
Diverso l’approccio con le sonate, perché qui il compositore-improvvisatore scende in campo, a fianco di Simonelli che continua, con personalità, a leggere le sue partiture. Ma procediamo con ordine, partendo dalle sette pagine per solo violoncello.
Nelle prime tre (“Preludio”, “Allemanda” e “Corrente”) Gerardo Iacoucci privilegia un trattamento che agisce sugli accenti, che immette un sotterraneo “swing” rinnovando il già presente slancio ritmico originario. Cambia spesso la “pronuncia” delle frasi bachiane così come il loro “colore timbrico”. Nella “Allemanda” fa capolino una sorta di “walking bass” violoncellistico mentre in “Corrente” lo strumento assume un suono addirittura vicino al bluegrass e al country.
In “Sarabanda” e nei due minuetti Iacoucci lavora, invece, soprattutto sul volume del suono (più deciso) e sul “timing”, jazzando meno le frasi ma caratterizzandole con un movimento di accenti diverso; in ciò è bravo Maurizio Simonelli, al bivio tra originali quasi sempre splendidi e le indicazioni di rilettura. La “Giga”, settimo momento della “Bach Suite”, rappresenta forse il vertice della registrazione: qui c’è un accorto e felice bilanciamento tra suono, attacco e swing, in un equilibro probabilmente favorito dalla danzabilità del brano che, nel finale, acquista velocità e slancio.
Si arriva alle due pagine per violoncello e clavicembalo, qui sostituito dal pianoforte, e tra le due appare più ispirata e convincente la “Sonata n°1 BWV 101”. Il suono del piano di Gerardo Iacoucci si fa più chiaro e disteso rispetto al clavicembalo, il rigido contrappunto si scioglie in una sorta di accompagnamento, favorendo la trasformazione da “Sonata” a “Song”. Vengono sì riprese le dinamiche originali – soprattutto nell’alternarsi degli strumenti in primo e secondo piano – ma a livello di armonizzazioni e improvvisazioni Iacoucci trova la via maestra per quella “chiave moderna” che era nei suoi propositi. Non gli riesce così bene nella “Sonata n° 2, II tempo, BWV 1028” che è “jazzificata” in modo troppo smaccato, con un walking bass isocronico ravvivato dal piazzamento degli accordi. Bach, però, tende a sparire mentre le pagine più efficaci – secondo il mio parere – sono proprio quelle in cui la “risignificazione jazzistica” non cancella il genio di Eisenach, piuttosto lo inquadra con una luce e una prospettiva diverse.
C’è, in questo senso, un precedente realizzato da Enrico Pieranunzi che con Gerardo Iacoucci ha varie cose in comune (dalla docenza nello stesso conservatorio alla conoscenza e stima reciproca: “With My Heart in a Song” di Pieranunzi ha fatto parte del repertorio della Modern Big Band di Iacoucci).
Il pianista romano dopo un eccellente album del 2008 in cui si cimentava con Scarlatti (“Enrico Pieranunzi plays Domenico Scarlatti. Sonatas and Improvisations”, CamJazz), ha affrontato – in parallelo ma intrecciandoli – i repertori di Johan Sebastian Bach, Georg Friedrich Handel e ancora Scarlatti, nati tutti e tre nel 1685. Nel 2011, sempre per CamJazz, è infatti uscito l’album “Enrico Pieranunzi plays J.S.Bach, G.F.Handel, D. Scarlatti. Works and Improvisations”. La formula è la stessa del 2008: seguono, o precedono, le impeccabili esecuzioni di brani scelti dai repertori alcune improvvisazioni che riprendono motivi, suggestioni, melodie, ritmi. Pieranunzi le ribattezza con le sigle dei cataloghi (“ImproBach 859”) con percorsi che “partono da…” o “arrivano a…”, rinnovando l’arte antica della variazione barocca innestata felicemente e creativamente su quella jazzistica più recente. I risultati sono formidabili, di una bellezza particolare perché le “improvisations” illuminano, in modo retrospettivo o anticipatore, i brani originali che acquistano, così, una nuova luce. Di Bach Enrico Pieranunzi suona (a volte usando il fortepiano) “Prelude in G BWV 884”, “Chorale BWV 402 ‘O Mensch, betwein’ dein’ Sunde gross’ “, “Bourrée I & II BWV 807”, “Prelude in F # Minor BWV 859”, “Chorale BWV 122/6”, “Suite in A Minor BWV 818a”, “Sinfonia 11 in G Minor BWV 797”; le sue “variazioni” si chiamano “ImproBach 402”, “ImproBach 859”, “ImproBach 122”, “ImproBach 818”, “Intro 797”, “ImproBach 797”.
Ascoltarlo è davvero un’esperienza unica.
La fascinazione del jazz per Johan Sebastian Bach è, peraltro, di lunga e persistente durata. Vede, tra gli altri, il gruppo vocale nato in Francia nel 1962 Les Swingle Singers (con album di successo quali “Bach’s Greatest Hits”, “Bach – Swingle Style”, “J.S.Bach”, 1963-1968, vincitori di vari Grammy Award) e annovera, nella loro visionarietà, “The Goldberg Variations” (2000) del pianista-compositore americano Uri Caine. Ispirate alle registrazioni del 1955 di Glenn Gould, le riletture-reinvenzioni di Caine coinvolgono decine di musicisti e utilizzano vari stili, dal Kettwiger Bach Ensemble a DJ Logic, dal Quartetto Italiano di Viole da Gamba a Greg Osby.
Eppure il quadro della relazione jazz-Bach e i suoi contorni sono appena abbozzati. Se pensiamo all’uso dell’arte della fuga nella musica afroamericana, la primogenitura spetta a John Lewis e al suo – in realtà codiretto con Milt Jackson – Modern Jazz Quartet: i pregevoli innesti tra barocco, blues e, in genere, musica nera annoverano pagine famose e “fugate” come “Vendôme” (1952) e “Concorde” (1956). Il Modern Jazz Quartet pubblicò, inoltre, nel 1974 l’album “Blues on Bach”, con brani basati su quattro corali, una fuga e un preludio del compositore tedesco di Eisenach.
Lewis, dal canto suo, inciderà negli anni Ottanta quattro album intitolati “JS Bach Preludes and Fugues from The Well-Tempered Clavier BOOK 1”. Ha scritto, in proposito, il critico Gary Giddins che quegli album non sono semplicemente un tentativo “di rendere Bach jazzistico. Da grande improvvisatore, Lewis ha adattato la musica con uno spirito che Bach avrebbe compreso”. Non a caso sia il barocco che il jazz affidano all’improvvisazione una parte consistente della loro essenza sonora.
Si possono segnalare, ancora, le riletture-suggestioni da Bach “Musette” e “Air from Orchestral Suite n.3” (1992) duettati dal violoncello di Yo Yo Ma e dalla voce di Bobby McFerrin; “Baroque Impressions” (1995) del pianista afroamericano Cyrus Chestnut; l’album “Bach. Goldberg Variations” (2003) del Danish Saxophone Quartet (con le trascrizioni del pianista italiano Francesco Venerucci); le esecuzioni live della “Suite in G – Gigue” (2020) per i due violoncelli di Giovanni Sollima ed Ernst Reijseger (avanguardista sonoro olandese, interprete con il flautista Erik Boosgraf anche di una “Sarabande” bachiana).
Gerardo Iacoucci aggiunge, pertanto, la sua misurata e meditata rilettura in un ampio e variegato contesto di suggestioni bachiane…
N.B. Questa è la versione integrale delle note di copertina che, per esigenze di spazio, sono state pubblicate in forma molto ridotta. Si possono, quindi, considerare inedite.
