Lacrime jazz, il motore di Giovanni Tommaso

Tempo di lettura: 2 minuti
Note Sparse. Esce l’autobiografia del grande musicista toscano: gli incontri, le collaborazioni

Cosa si chiede ad un’autobiografia? La narrazione di una vita, sincera e riflessiva, che
trasmetta quanto l’esistenza abbia insegnato. Abbiamo tutti un blues da piangere (Albatros,
2021; euro 16,50) di Giovanni Tommaso è esattamente questo, come ben sintetizzato nel
lungo sottotitolo: «storie di vita vissuta dagli anni quaranta a oggi, un percorso musicale e
esistenziale attraverso esperienze con i grandi musicisti del jazz americani e italiani». Il
testo (387 pagine) è stato per decenni in cantiere e, come ha affermato l’autore, ha trovato
nel periodo del lockdown la spinta all’elaborazione definitiva, con l’uscita che ha coinciso
con gli ottant’anni del contrabbassista.

«GIOVANNI è una persona che non invecchia; al contrario, è una persona giovanissima con
uno spirito incredibile»; «passano gli anni ma sei sempre il numero uno, Giovanni. Quando
si suona con te si capisce cos’è il jazz». Sono parole di Paolo Fresu ed Enrico Rava raccolte
nell’appendice «Hanno detto…», importanti per capire l’approccio al testo che ha avuto il
contrabbassista-compositore. Del resto lui stesso (capitolo XIII, Dolci anni ’50) afferma che
«col passare degli anni, mi sono ripromesso di non pronunciare mai la fatidica frase ‘ai miei
tempi…’ (…) fare certi raffronti è praticamente impossibile, perché i parametri cambiano
così tanto da rendere difficili le valutazioni» (p.317).
Tommaso ha scritto un volume che nei primi sette capitoli segue un andamento in genere
cronologico mentre dall’VIII al XV si muove per nuclei tematici. L’autore è spinto da una
schietta esigenza di comunicazione e unisce ad uno spirito affabulatorio una notevole
capacità di scrittura. Vuole trasmettere agli altri le esperienze di uomo e jazzista che ha
vissuto dagli anni ’40 (è nato a Lucca nel 1941) alla contemporaneità e che è cresciuto
attraverso la musica (jazz, sonorizzazioni, colonne sonore, progetti vari, didattica…) fino ad
occupare nella storia del jazz italiano (e internazionale) «un posto di primissima fila» (Marco
Molendini).

LEGGIAMO, così, trasformarsi Giovanni Tommaso, capace di raccontarsi in pagine dove
non c’è mai autocompiacimento, semmai spirito critico ed ironia, pagine che si ampliano
spesso alla società nel suo insieme in un affresco riuscito anche dell’Italia nelle sue
mutazioni dal II dopoguerra. È chiaro che di musica e di jazz si parla molto e spesso, con
mirati spunti sparsi, anche di approfondimento (o concentrati: capitolo VII,
Leader&Freelancer convivenza possibile?) e tanti vivaci ritratti e toccanti testimonianze di
prima mano, da Sonny Rollins a Dexter Gordon, in una sequenza straordinaria. Emerge, in
un’esistenza «piena» e avventurosa, un elemento ricorrente: «il desiderio di cambiamenti è
una costante che mi ha accompagnato per tutta la vita. (..) il cambiamento richiede
determinazione, non soffermarsi mai a valutare ciò che stiamo lasciando» (pp.366-367).
Sulla spinta di questo «motore» sotterraneo, la vita di Giovanni Tommaso e il suo racconto
fluiscono con naturalezza e profondità, tratteggiando persone ed ambienti, gruppi e
collaborazioni, progetti e dischi come i suoi valori personali, tra cui la famiglia. «A volte,
qualche giovane jazzista che è a conoscenza delle (mie) diverse esperienze (…), mi chiede
di raccontarle e io lo faccio volentieri, perché è un po’ come se glielo dovessi» (p.133).

© 2024 il manifesto

Condividi

Facebook
Twitter
WhatsApp
LinkedIn
Email

Leggi anche

L’anima jazz di Gerardo...