Javier Girotto, il mio incubo

Tempo di lettura: 6 minuti
Sintomi/Il sassofonista argentino parla della patologia che lo ha colpito

Dopo aver lottato per anni contro questo disturbo, l’artista si è rivolto in Spagna dove ha trovato la
soluzione al problema. «È una tensione inconscia che si focalizza in un punto, è una
questione psicosomatica. Si calcola che nel mondo ne soffrano più di 20mila strumentisti»


Praticamente un incubo. Quasi di colpo, un musicista professionista ha difficoltà a suonare. I
gesti tecnici, forgiati in anni di studio, diventano difficili e le mani non rispondono come
prima. Di questa «malattia» ci parla, con sincerità e trasporto, il sassofonista Javier Girotto.


Partiamo dalla patologia che ti ha colpito tempo fa, a fine 2016, creandoti
problemi nel suonare.

Il fenomeno mi si presentava non con dei dolori alla mano sinistra ma con formicolii o
sensazioni di solletico amplificati al mille per cento, tanto che suonavo usando un guanto.
Alcuni ritenevano che fosse un problema di terminazioni nervose. Diciamo subito che in
Italia c’è un’ignoranza totale rispetto alla «distonia focale del musicista». Almeno in Spagna
se ne parla, giornali importanti come El Pais ne trattano in modo ampio. È grave che da noi
rimanga tutto sotto silenzio; lo stesso musicista che ha il problema inizia a nascondersi, ha
paura di dichiararlo perché teme di non lavorare più ed entra nel panico.


Definiamo questa patologia.
Come detto, si chiama «distonia focale del musicista». Assomiglia a quello che era il «male
dello scrittore», prima del computer: chi scriveva tanto sviluppava tensioni tali che gli
impedivano di reggere la penna. Si chiama patologia perché non c’è segnale di danno
fisico. Se si vuole si può trovare, come dimostrano le diagnosi che mi hanno fatto tanti
specialisti: ortopedici, neurologi, fisioterapisti… Tutti hanno trovato qualcosa: il nervo
ulnare si accavallava all’osso del gomito nel reggere lo strumento, creandomi un problema
al dito anulare della mano sinistra; quattro protrusioni alla cervicale. Questo è il problema:
la non conoscenza di quello che sta succedendo e può accadere. Per fortuna ho sempre
suonato anche se, mentre vai avanti con certe diagnosi e continui ad avere il problema,
affondi inconsciamente nel panico e inizi ad aver paura di suonare.

Cosa accade, quindi?
È una tensione inconscia che si focalizza in un punto, quindi è una patologia psicosomatica.
Si calcola che in questo momento ci siano più di 20mila musicisti al mondo che soffrono di
tale patologia. Ci sono casi «storici» – almeno in via di ipotesi – di «distonia focale», come
tanti musicisti che non hanno trovato il modo di combattere un «nemico» difficile da
identificare e localizzare.


Quali le cause? Nel tuo caso, non potrebbe essere che l’impegno e lo sforzo per
realizzare l’album in solo («Escenas en solo», del 2017) abbiano generato la
«distonia focale»?

Col senno di poi potrebbe essere. Ho lavorato tanto e sodo, ho inseguito la perfezione
tecnica e potrebbe essere stata una cosa sbagliata. Inseguire con una certa ossessione la
perfezione tecnica, non essendo noi perfetti, può provocare la «distonia». Ci sono altri
musicisti che ci sono incappati per la perdita di una persona cara, per una separazione
particolarmente traumatica, ci possono essere tanti motivi per cui viene e altrettanti per cui
se ne va.


Dicevi che hai trovato aiuto in Spagna.
Mi sono documentato su internet e confrontato con musicisti che ci erano passati. Alla fine
mi sono autodiagnosticato la «distonia focale del musicista». Ho saputo che a Terrassa,
vicino Barcellona, c’era una clinica specializzata che affrontava il problema in modo
biomeccanico. Parte delle tecniche usate proviene da studi su persone colpite da ictus. Ho
avuto un colloquio con i medici, tramite Skype, e mi hanno mandato ancor più nel panico
dicendo che, se volevo entrare in cura, dovevo smettere di suonare per un anno e mezzo o
due, dedicandomi solo alle terapie. Questa prospettiva mi ha distrutto. Ramberto
Ciammarughi (pianista, tastierista, didatta e compositore, ndr) mi ha raccontato che aveva
avuto come allievo un bravo bassista siciliano che aveva avuto questo problema e ci sono
entrato in contatto. Mi ha illustrato la soluzione e il relativo percorso: era un trombonista
che sta a Madrid, si chiama Joaquin Fabra.

Non un medico, perciò, ma un musicista.
Lui affronta il problema da un punto di vista psicosomatico. Sono andato a Madrid e ho
passato una settimana con lui. Abbiamo molto parlato, come in una seduta psicologica, ma
essendo musicista sapeva i movimenti che stavo sbagliando. Conosce i problemi che hanno
i vari strumentisti, in particolare i molti chitarristi che lo consultano. La cosa bella è che,
come mi ha detto, non bisogna smettere di suonare perché suonare fa parte della terapia.
Fabra non è un medico ma aveva avuto lo stesso mio problema e non riusciva più a
suonare essendosi creato un blocco con l’imboccatura dello strumento. Ci ha messo sette
anni a comprendere cosa accadeva: si era autonalizzato e aveva capito che il diaframma si
chiudeva per le tensioni che si autoprovocava. Ero così disperato che ormai mi sentivo nelle
sue mani: Fabra mi ha parlato molto e al quarto giorno è scattato un «click» nella mia testa.
Mi guardava suonare e con il quarto dito della mano sinistra facevo così tanta pressione che
ho spaccato la chiave senza rendermene conto e lui mi ha fermato. «Quel dito lì – mi ha
detto – appoggialo solo, dolcemente». L’ho fatto e la nota ha suonato e lì mi è sembrato di
scoprire un mondo. Prima ero accecato, il corpo aveva identificato quel movimento come
un aspetto negativo, un segnale di pericolo: ho scoperto un mondo in un gesto che ho fatto
per tutta la vita.


Puoi spiegare meglio?
Ti faccio un esempio. Il corpo si abitua e comincia a identificare un punto (la focalizzazione)
che avverte come «pericolo», crea un allarme focalizzato in un determinato movimento.
Dopo questo «click» non è che Fabra mi ha curato, mi ha solo aiutato ad arrivare in una
parte inconscia di me. In seguito mi sono rinchiuso e ho lavorato da solo: entri in un mondo
tuo, fai progressi ma capita che torni improvvisamente indietro. Si presentano anche
fenomeni di depressione ma l’importante è il lavoro che ho fatto. Quando si presentava la
tensione nel dito toglievo la mano dallo strumento; se si ripresentava facevo altrettanto…
una lotta. L’obiettivo era suonare e non dar retta alla tensione, non «ascoltarla». Quando
inizi un processo di ripresa, cominci a stare più tranquillo. La mia fortuna è che ci ho messo
due anni ad autodiagnosticarmi ma i musicisti, nella norma, ci si dibattono per minimo
quattro-cinque anni, suonano con quel tipo di tensione per tanto tempo. Nel mio caso,
nonostante la gravità della cosa, sono riuscito a recuperare facendo il percorso inverso e ci
sto ancora lavorando. Adesso se suono non si sente niente, è tutto perfetto. Però mi sto
rendendo conto che certe cose le suonavo «male» prima: in un certo senso sto migliorando.
Ho fatto un percorso di rieducazione tecnica, ho imparato a percepire ogni muscolo della
falange della mano. Mentalmente riesco a sentire tensione, rilassamento e movimento:
cosa che prima non avrei mai pensato di poter fare.


Come aiuti gli altri musicisti colpiti dalla distonia?
Non li aiuto tecnicamente ma comunico loro che ce l’ho fatta e indico la strada seguita.
Spiego che non bisogna smettere di suonare, così si toglie l’ansia e puoi lavorare più
serenamente sull’aspetto tecnico. Naturalmente i sintomi possono essere molto diversi da
quelli che ho avuto io ma il dato che li accomuna è la tensione che si focalizza in un punto
del corpo. Quando parlo con i musicisti, qualcuno non accetta l’approccio psicosomatico,
vuole guarire subito e non crede in un certo tipo di processo. Bisogna arrivarci per gradi e
affidarsi, come io mi sono affidato a Fabra. Esternare il problema fa parte della soluzione e
della guarigione. Ogni cura, in definitiva, è personale e personalizzata: l’importante è il
passo iniziale, il «click», e la nostra mente può tanto.


UNA VISIONE POLITICA
Argentino d’origine, 55 anni, il polistrumentista (sax soprano e baritono, flauti andini) e
compositore Girotto vive da tempo in Italia. Coniugando ad alto livello tecnica ed
espressività, ha portato i colori del suo paese nel linguaggio intenso di Aires Tango, gruppo
che ha superato i 25 anni con un costante successo di pubblico e dischi eccellenti
(«Escenas argentinas», 2004, basato su foto di Giancarlo Ceraudo) e che comprende
Alessandro Gwis, Marco Siniscalco e Michele Rabbia. Innumerevoli i progetti e le
collaborazioni del sassofonista che ha sempre avuto una visione anche «politica» della
musica, da «Madres» (1997) a «Trentamila cuori» (2006), tante furono le vittime del colpo
di stato militare in Argentina del 1976. Javier Girotto nel 2019 ha realizzato, per la tedesca
Act, una versione cameristica dell’album inciso nel 1974 da Astor Piazzolla e Gerry
Mulligan: «Tango Nuevo Revisited».

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