Addio Jon Hendricks, principe ironico del vocalese

Tempo di lettura: 3 minuti
Stardust. Si è spenta a 96 anni una delle più importanti e innovative voci della storia del jazz. Dalla capacità di scrittura fuori dal comune, insieme a Lambert e Ross fondò un trio d’avanguardia

Poesia, finezza, ironia, estro, creatività, longevità artistica, carisma. Pensare a Jon
Hendricks suscita una catena di «qualità» musicali, umane e culturali che non scivolano
nell’acritica agiografia. Su tali «qualità» si può, ora, ragionare dato che uno dei padri de
«vocalese» ed uno dei più significativi jazz-singer dell’ultimo sessantennio si è spento a 96
anni a Manhattan. Gli ultimi decenni di vita di quest’artista non sono stati affatto
crepuscolari. Nel 1997 era una delle tre voci narranti dell’oratorio jazz di Wynton Marsalis
Blood on the Fields; Hendricks incarnava la voce dello schiavo african-american che si era
adattato a vivere nel Nuovo Mondo, conservando intatti spirito «resistenziale» ed arguzia.
Nel XXI secolo ha continuato ad insegnare alla University of Toledo (con il coro vocalese
Vocalstra) e ad esibirsi, di tanto in tanto. Il trio con Kurt Elling e Al Jarreau (luglio 2011,
North Sea Jazz Festival, Rotterdam) lo mostra provato nel fisico ma non in quanto a stile,
classe, interplay, swing, autoironia. Molti hanno attinto dalla sua lezione, dai Manhattan
Transfer a Jarreau e Bobby McFerrin, e tutti lo hanno apertamente e affettuosamente
riconosciuto.
Nella sua vita ha sempre lottato per affermarsi come cantante e paroliere. Era il nono dei
quindici figli del reverendo A.B. Hendricks; cresciuto negli spirituals, da adolescente iniziò a
cantare in radio e nei club di Toledo e tra i suoi fan il pianista Art Tatum. Fu soldato in
Europa durante la II guerra mondiale ed al ritorno in patria praticò il canto scat e venne
incoraggiato da Charlie Parker. Come molti giovani jazzisti, Jon Hendricks si spostò a New
York (1952) e centrò il suo primo obiettivo l’anno dopo come autore del testo di una
canzone resa celebre da Louis Jordan (I Want You To Be My Baby). Hendricks era molto
interessato all’innovativa tecnica/poetica del vocalese, basata sulla creazione di nuovi versi
che si modellavano su vertiginosi assoli strumentali. Presto si alleò con King Pleasure e
nacque l’album Don’t Be Scared (1954), rifacimento vocale di un disco scandinavo di Stan
Getz. Tre anni dopo sarà Dave Lambert il partner per una registrazione canora di Four
Brothers, capolavoro di Jimmy Giuffre sigla dell’orchestra di Woody Herman trasformato in
una versione per 4 voci.
Una lunga elaborazione e l’uso avanguardistico della sovraincisione portarono Lambert ed
Hendricks (cui si aggiunse la malìa canora di Annie Ross) alla realizzazione di Sing a Song
Of Basie (1958) in cui si riproduceva per sole voci il sound dell’orchestra originaria di
Kansas City. L’enorme successo ottenuto portò ad un nuovo Lp direttamente con l’orchestra
di Count Basie inciso nello stesso anno (Sing Along With Basie) e a varare il trio Lambert,
Hendricks & Ross. Formazione insolita, era caratterizzata (scrive il critico Luciano Federighi)
dalla «singolarità, diversità e varietà delle tre voci (mai, però conflittualità o disarmonia),
quel loro contrasto che non è soltanto timbrico ma in parte stilistico»». Formula, che si
rivelò comunque di grande presa, con dischi vendutissimi (The Swingers, 1959) e
collaborazioni illustri, da T.Monk a Wes Montgomery. Hendricks aveva un’inventiva fuori dal
comune ed oltre ad essere il «poet laureate of jazz» (secondo il critico Leonard Feather) era
in grado di improvvisare testi in estemporanea, tecnica ripresa da Sheila Jordan e Kurt
Elling. Le sue lyrics di In Walked Bud sono davvero formidabili: un ritratto d’artista e del suo
ambiente.
Nel 1965 Jon Hendricks abbandonò il trio e fu a fianco di Duke Ellington nel Primo Concerto
Sacro nonché autore e narratore – nel 1960 per il Monterey Jazz Festival – dell’opera
teatral-musicale The Evolution of The Blues. Il cantante nel 1980 ridiede vita al trio, Jon
Hendricks & Company con la moglie Judith e la figlia Michelle e così via, in un’instancabile
attività concertistica e didattica. Ha scritto la vocalist e studiosa Giuppi Paone che: «nella
sua produzione artistica troviamo la piena consapevolezza della propria abilità versificatoria
e del valore dei concetti espressi unitamente alla propria capacità dissertatoria», perché in
Jon Hendricks il vocalese ha saputo spesso farsi sermone, una bandiera afro-american di
orgoglio, creatività, ironia e consapevolezza.


© 2024 il manifesto

Condividi

Facebook
Twitter
WhatsApp
LinkedIn
Email

Leggi anche

L’anima jazz di Gerardo...