“Blue Tone” – Alfa Music 2017

Retrocopertina dell'album orchestrale "Blue Tone"
Tempo di lettura: 6 minuti
Italian West Side Big Band Alfa Music 2017

Il vero protagonista di questo album è l’utopia: un musicista (Giancarlo Canini) si fa produttore e – investendo in proprio – corona il sogno di realizzare un intero album dedicato all’orchestra jazz. “Il nostro punto di riferimento – ha detto il sassofonista – è quello delle big-band degli anni ’60, come quella di Quincy Jones”.

Per dar corpo al sogno, per rendere realtà l’utopia ha coinvolto Marco Tiso nella triplice funzione di compositore di gran parte dei brani, arrangiatore e direttore d’orchestra. Tiso, per sua diretta ammissione, propone una concezione “mainstream” dell’orchestra (Thad Jones / Mel Lewis, tanto per intendersi) che non ha nulla di passatista ma esalta una dimensione della big-band storicizzata aprendola, però, a suggestioni e visioni più contemporanee (basti pensare al solo di sax soprano di Eugenio Colombo in “Chase The Phantom”). Ecco, peraltro, una delle “sorprese” di questo album: la possibilità di sentire i brani – e gli arrangiamenti – di uno dei nostri maggiori compositori che poco ha potuto documentare discograficamente il proprio lavoro, lavoro che spazia dal musical alla docenza nei conservatori in ambito jazz e pop. In questo senso Marco Tiso è il degno erede di Bruno Tommaso e ne condivide la non voluta perifericità che contrasta con l’indubbio valore musicale e didattico.

E di didattica profuma “Blue Tone” perché l’organico chiamato a dar corpo agli undici brani del repertorio è intimamente legato al Conservatorio “Licinio Refice” di Frosinone. Qui, alla metà degli anni ’70, il pianista Gerardo Iacoucci inaugurò e condusse con determinazione una delle prime cattedre di jazz, seminando un terreno che avrebbe fruttificato nel tempo. Oltre ai molti laureati illustri (da Gianpaolo Ascolese a Stefano Cantarano) il Conservatorio di Frosinone da oltre un decennio vanta un dipartimento jazz-pop di alto livello, frequentato da studenti provenienti da varie regioni italiane e molto apprezzato per la qualità degli insegnamenti e dell’organizzazione. Un intenso lavoro di coordinamento e progettazione, in tal senso, è stato fatto dai maestri Ettore Fioravanti, Stafano Caturelli, Alberto Giraldi (attuale direttore nonché pianista dell’orchestra) e Paolo Tombolesi.

Se si va a scorrere l’organico della Italian West Side Big Band ci sono solo due solisti estranei alla “comunità sonora” del conservatorio di Frosinone: Maurizio Giammarco (protagonista con il sax tenore in “Blue Tone” e “Monk, Bunk & Vice Versa”) e Giancarlo Schiaffini (solista con il suo trombone nella mingusiana “Moanin'”; egli, peraltro, ha tenuto in anni recenti un apprezzato seminario sull’improvvisazione proprio al “Licinio Refice”). Gli altri solisti sono docenti o ex-studenti del conservatorio, dimostrando la solidità di quei legami che si costruiscono quando l’insegnamento è qualcosa di più della semplice trasmissione del sapere: Eugenio Colombo (sax soprano; Canini è stato suo allievo – e diplomato – nel corso di sassofono classico), Filiberto Palermini (sax soprano ed alto), Stefano Preziosi ed il producer Giancarlo Canini (sax alto), Alessandro Tomei e Danilo Raponi (sax tenore), Aldo Bassi e Fabio Gelli (tromba), Alberto Giraldi (pianoforte), Ettore Fioravanti (batteria). Anche il resto dell’organico proviene, in larga parte, dalla stessa radice e l’interplay tra singoli e sezioni è evidente.

Non si intenda, tuttavia, questa “matrice ciociara” in senso provinciale o limitativo: la Italian West Side Big Band ha repertorio e sound di livello nazionale e continentale. In questo senso potrebbe rappresentare una nuova realtà nel panorama eccellente delle orchestre nazionali che – nonostante le immense difficiltà nel tenere in vita vasti organici senza nessun sostegno e la precoce liquidazione da parte della Rai delle big-band – esistono e producono. La Lydian Chromatic Orchestra diretta da Riccardo Brazzale (premiata nel referendum “Top Jazz 2016”), la Civica Jazz Band guidata da Enrico Intra, la Tankyo Band di Riccardo Fassi, l’Orchestra Jazz di Sassari e le più recenti Orchestra Operaia condotta da Massimo Nunzi e New Talents Jazz Orchestra guidata da Mario Corvini costituiscono un autentico “tesoro” per il jazz italiano, nella loro storica diversità. 

In termini di repertorio il “cuore emotivo” dell’album è il sesto brano che dà il titolo all’intero Cd: “Blue Tone”, composto da Palermini ed arrangiato da Tiso. Il pezzo è in 11/4: dopo un corale che evoca la musica classica, si sviluppa un tema al sax tenore (con battute in 6/4 e 5/4 alternate); la batteria disegna una breve transizione che porta al solo di Maurizio Giammarco di grande classe e relax (in 4/4) cui segue un altro solo di Alberto Giraldi al piano (in 6/4), fluido ed elegante. Sul finire dell’articolato brano c’è uno “special” cioè una variazione del tema che assume valore melodico/armonico autonomo, tecnica che spesso si ritrova nel Cd e denota le qualità compositive in primis di Tiso.

Una dichiarazione di poetica rispetto alla concezione della big-band “tisiana” la si ritrova in “Big Drivers”, corposo blues originale che segue le roventi polifonie di “Moanin'” di Charles Mingus. Marco Tiso ha dedicato il brano a Giancarlo Guidoni, batterista di Acuto scomparso il 7 aprile 2016 che ha suonato, tra gli altri, con Enrico Pieranunzi e Paolo Tombolesi ed era membro fisso delle orchestre per i musical di Christian De Sica (si ricorda, tra gli altri, “Un americano a Parigi” della stagione 2000-2002 del teatro Sistina in cui Guidoni aveva anche un ruolo solistico). Per il senso dello swing, il disegno orchestrale e ritmico (fondamentale il ruolo di Fioravanti), l’integrazione/opposizione tra orchestra e solisti (l’alto aggressivo e inquieto di Stefano Preziosi, il tenore più rilassato e canonico di Danilo Raponi) “Big Drivers” incarna la “filosofia mainstream” avanzata di quest’orchestra, del suo produttore e del suo direttore. Se di nuclei (o picchi) emotivi  si vuole parlare è importante altresì l’ultimo brano, un arrangiamento di Tiso di “Over the Rainbow” che si avvale della tromba eccellente di Aldo Bassi e del soprano caratterizzante di Palermini. Qui la Italian West Side Big Band destruttura e ristruttura il celebre standard in maniera intimamente collettiva; si aggira il fantasma di Gil Evans ma senza calchi né citazioni dirette: sono l’atmosfera generale, i chiaroscuri, le mutazioni sonore improvvise a rendere moderno e tensivo il pezzo.

Degli undici brani in repertorio cinque sono composizioni (ed arrangiamenti originali) di Marco Tiso, quattro suoi arrangiamenti (tre standard ed il mingusiano “Monk, Bunk & Vice Versa”), un brano di Palermini ed uno “stampone” (arrangiamento preconfezionato) sempre di un brano di Mingus, “Moanin'” (“Mi piaceva aprire il Cd con il mio sax baritono” ha dichiarato Giancarlo Canini che si produce anche in un solo all’alto: l’unico, perché poi si limiterà a suonare nella sezione ance). Prima di “Blue Tone” si susseguono “stampone”,  tre originali ed un arrangiamento; dopo si odono due originali e tre arrangiamenti ma “Music Inn”, “C for Chet” (dedicato alla poesia e dalla magia trombettistica di Chet Baker) e “Somebody Loves Me” costituiscono una sezione interna all’album, con sonorità più soffuse e raccolte ed uno sguardo più intenso verso stagioni stilistiche passate.  

Mi sia consentita ancora qualche osservazione per indirizzare l’ascolto di un album che necessita di ripetuti ascolti, tanta è la sua profondità “stratigrafica”, ma che si impone fin dalle prime note per l’orginalità del sound corale e per la condotta delle parti. Nel citato, polifonico “Moanin'” Giancarlo Schiaffini  si produce in un assolo dal suono macerato, mingusiano per la vocalità ma “schiaffiniano” per la frammentazione del fraseggio e le lineee improvvisate divergenti. “Chase the Phantom” gioca sull’arrangiamento “tradizionale” dell’orchestra ed il solo al soprano di Eugenio Colombo che spiazza e “manda fuori”: le note pausate e lunghe, le screziature del suono, l’enorme volume controllato a pieno, gli episodi in fiato continuo e l’espressionismo visionario del fraseggio confermano e smentiscono il “codice” orchestrale, come accadeva ad Eric Dolphy nelle compagini mingusiane. In “Dearly Beloved” si accentua il senso di modalismo (anche attraverso un pedale ed il solo di Palermini) e l’arrangiamento tocca vertici di raffinata complessità. In “Raven Flight” si apprezzano il movimento cromatico, ad ondate, del tema, la presenza dei flauti ed il solo di tromba di Fabio Gelli. Nel “trittico” cui si accennava prima colpiscono le evocazioni modernizzanti di Gershwin, la presenza quintessenziale della tromba di Aldo Bassi, ancora l’uso di flauti e trombe sordinate, il prezioso ricorrere degli “special”.

“Monk, Bunk & Vice Versa” riveste un posto speciale: Charles Mingus componendolo connetteva il linguaggio modernissimo di Monk con quello di un pioniere del jazz di New Orleans (il cornettista Bunk Johnson) percorrendo “andata e ritorno” questo viaggio. Marco Tiso nel suo arrangiamento accentua questo senso storico della composizione, utilizza come solista al tenore Maurizio Giammaco e sottolinea ingredienti tipicamente mingusiani come la polifonia e le scansioni afrolatine.

Mi fermo accorgendomi – come spesso mi accade – di aver detto troppo e troppo poco, di aver pensato che la parola possa “sostituire” le note: la musica è lì, forte della sua intensa, profumata, passionale capacità comunicativa diretta e queste righe sono solo un (prolisso) biglietto di invito ad una festa dei suoni che corona un’utopia, quella dell’Italian West Side Big Band.

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