A Tommaso almeno tre generazioni di jazzisti italiani (da Marco Tiso agli allievi di Stintino Jazz del luglio 2016) devono molto per la formazione, lo sviluppo della propria personalità e l’acquisizione di strumenti per la scrittura e la condotta delle parti, oltre alla disciplina del “suonare insieme”. In essa si coniugano – nelle innumerevoli esperienze guidate da Bruno Tommaso – il rigore e l’interplay, l’architettura complessiva e la cura per il dettaglio, in una maieutica lezione che è difficile trovare in altri jazzisti italiani ed europei.
A fianco di una mole significativa ed impressionante di composizioni e lezioni, seminari e riscritture per i più svariati organici c’è una limitata e frammentaria produzione discografica. Con l’etichetta Imprint Records del compianto Alfredo Profeta Tommaso aveva varato alla fine del XX secolo un’iniziativa organica che documentasse il suo policromo catalogo che merita di essere apprezzato in ambiti sempre più vasti, specie ora che il jazz ha trovato il giusto spazio nei conservatori. Sia, quindi, benemerita l’iniziativa dell’Orchestra Jazz di Sassari di farsi casa discografica e di riprendere con il Cd che avete tra le mani la documentazione di una produzione di livello quantomeno continentale.
Si accennava agli elementi della poetica di Tommaso. Nelle sette composizioni si trovano l’ironia e l’arguzia sonora e verbale (“Tempo Suite”, “Foglio d’Album”), il “giocare” con le forme in una dimensione che è sempre – ed intimamente – didattica (“Esercizi di memoria”), il porsi con consapevolezza ed originalità all’intersezione tra jazz e musica europea (“3X12”; “Mon Ravel” suggestivo brano di Marcello Rosa, arrangiato dal contrabbassista), la conservazione ed il “passaggio” ai più giovani di una “memoria” che si fa coscienza politica (“Gramscianamente”).
Per Bruno Tommaso quella della trasmissione dei “patrimoni sonori” è questione centrale, unita strettamente allo spirito critico, ad una visione non mitizzante né mitologica del jazz quanto storica. “Foglio d’Album” (mascheramento sulle armonie di “Autumn Leaves”) ed “Esercizi di Memoria” (assemblaggio di frammenti <<raccolti nel tentativo di ricostruire una piccola storia degli standard>>) lavorano, in questo senso, sul repertorio con una manipolazione sapiente e personalizzante che segue il concetto di un’opera jazzisticamente sempre “aperta”. Nella “Tempo Suite” in tre movimenti, invece, si evocano tre senatori del jazz italiano giocando sull’elasticità del “timing” jazzistico, con gli anticipi e i ritardi e la concezione così personale dell’andamento ritmico.
Non mancano altri due temi indagati da decenni e con largo anticipo rispetto a mode e tendenze: il lavoro sull’immaginario cinematografico (“Generique”, tema caratterizzante della sonorizzazione della pellicola “il Figlio dello Sceicco”) e “3X12” dove si indaga il complesso rapporto tra jazz e serialità che risale ai tempi del Modern Art Trio (primi anni ’70).
Le musiche e la poetica di Bruno Tommaso, dunque, risaltano nel concerto per Radiotre Suite Jazz del 20 marzo 2012 da cui provengono i sette brani (produttore esecutivo Pino Saulo). In diretta dalla Sala A in via Asiago, i Solisti dell’Orchestra Jazz della Sardegna, diretti dal compositore-didatta, hanno dato corpo e vita alle partiture. L’organico è quello del tentetto in cui, peraltro, si sedimenta l’antica e magistrale memoria della Tuba Band e delle varie edizioni del Gerry Mulligan Tentet. Formazione ideale perché ha i colori e l’ampiezza timbrica dell’orchestra ma l’agilità di un combo, con ampi spazi solistici e tessitura dal flauto al corno e al sax baritono.
Gli assoli – incastonati nelle composizioni e guidati dalla costruzione di un preciso “mood” – sono – in ordine di comparsa – quelli di Giovanni Agostino Frassetto (flauto), Marco Maiore (sax baritono), Antonio Pitzoi (chitarra), Massimo Carboni (sax tenore), Gavino Mele (corno), Luca Lanza (sax alto), Giovanni Sanna Passino (tromba), Luca Piana (batteria), Alessandro Zolo (contrabbasso ) e Mariano Tedde (pianoforte). In pratica tutti intervengono come solisti, con spazi più ampi e caratterizzati per il flauto vertiginoso di Frassetto, la tromba inquieta di Sanna Passino, il maturo sax tenore di Carboni e la voce originale del corno di Mele. Nella concezione di Bruno Tommaso, tuttavia, i solisti esistono solo nella dinamica e nella tessitura del gruppo. Lo dimostra l’anomala marcia “Gramscianamente” con le sue voci strumentali intrecciate ed antifonali, brano che progredisce con costante e ritmata vitalità. Che dire, ancora, dell’arrangiamento di “Mon Ravel” un pezzo di Marcello Rosa (autore che ha in comune con Tommaso il senso dell’ironia ed il gusto per il mascheramento sonoro) che è in gran parte collettivo, un arazzo di suoni in cui si distingue il solo di sax tenore.
Archiviato il primo “capitolo”, vien subito voglia di leggere gli altri di una storia sonora affascinante, rigorosa, creativa ed impegnata quale quella che Bruno Tommaso ha tratteggiato in decenni di lavoro forse oscuro, di sicuro luminoso ed illuminante per tutti coloro che hanno avuto il privilegio di ascoltarlo e di studiare con lui.
