“Play Verdi” – Play Verdi 4tet (Nicola Puglielli, Andrea Pace, Piero Simoncini, Massimo D’Agostino) – TerreSommerse 2015

Tempo di lettura: 2 minuti
Alla dimensione sonora “fondativa” del melodramma faceva riferimento il padre di Nicola Puglielli (Emilio, architetto, vicino al Gruppo ’63), dialogando con un figlio che cercava una sua strada attraverso il jazz.

Da questo spunto il chitarrista-compositore romano (nel Bicentenario verdiano e con la piena complicità del gruppo con Andrea Pace, Piero Simoncini e Massimo D’Agostino) affronta il repertorio di Verdi. C’è, sottintesa, la sfida di rendere “standard” pagine operistiche, così come il jazz ha fatto per decenni con brani dei musical. Nasce in questo modo “Play Verdi. Un viaggio tra i preludi del Grande Maestro”, itinerario intessuto di pazienti trascrizioni, elaborati adattamenti ed arrangiamenti (di Puglielli e del sassofonista Pace), prove minuziose, fiducia collettiva in un progetto tra tradizione e modernità. <<In generale l’approccio (ha precisato Puglielli) è stato quello di rispettare il più possibile la polifonia e l’impianto verdiani aprendo, dove si pensava possibile, a delle improvvisazioni>> mantenendo gli accordi originali <<a parte nella sinfonia della “Luisa Miller”>>, dove c’è il blues nel solo di sax e l’anatole in quello di chitarra, con avvertibile la lezione di J.Coltrane. Impresa titanica e di profondo amore: passare dall’orchestra operistica al quartetto jazz rileggendo preludi, sinfonie e ouverture, tra l’ “Aida”  e la “La forza del destino”. Le strategie usate sono diverse: dal rispetto letterale dei temi (“Attila”) all’immissione di ritmi ‘altri’ (la bossanova in “Stiffelio”), dallo swing e dal modalismo innervati in “Simon Boccanegra” alla progressiva jazzificazione delle melodie di “Un ballo in maschera”. Ci vuole tempo per entrare nella delicata poesia di tale operazione, ci vuole umiltà nel riascoltare i “gioielli” verdiani per poi seguire Nicola Puglielli, Andrea Pace, il contrabbasso di Piero Simoncini e la batteria di Massimo D’Agostino. Così si apprezza con quanta finezza e maestria si possa rendere Giuseppe Verdi un “contemporaneo”.  <<Integrare la dinamica e l’agogica dei brani in esame, oltre che adottare le forme articolate,  ci è sembrato interessante (parole di Puglielli) per ampliare l’orizzonte espressivo della performance jazzistica più che divenire un ennesimo esercizio di stile>>. Tradizione in movimento…

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