“Viva la Black Live at Ruvo” – Keith Tippett, Julie Tippetts, Louis Moholo-Moholo & Canto Generàl – Ogun 2015

Particolare delle maschere africane nella copertina del "Live at Ruvo"
Tempo di lettura: 7 minuti
MRA, FRATELLO

Devo confessarlo: ogni volta che sento il brano di Mongezi Feza You Ain’t Gonna Know Me ‘Cause You Think You Know Me (che chiude questo Cd) mi vengono le lacrime agli occhi; è accaduto anche a Ruvo di Puglia il 5 settembre 2004, quando l’orchestra Canto Generàl – insieme a Keith & Julie Tippett e Louis Moholo –  diede il maiuscolo concerto da cui è tratto questo album. Perché mi viene da piangere? Feza – trombettista sudafricano morto nel 1975 a soli trent’anni –  in questo lacerante brano riuscì a catturare il senso di sradicamento di chi ha dovuto abbandonare la propria terra, unito all’impossibilità quasi assoluta di essere compreso. Titolo e  musica (una lenta melodia innodica e corale, cui si sovrappone un aspro solismo free) esprimono la percezione del mondo da parte di un esule: gli altri possono solo pensare di conoscere, di capire. Eppure nel pezzo si avvertono volontà di riscatto ed energia positive, insieme al rimpianto per quanti (e quanto) ci hanno lasciato ed abbiamo lasciato, con la musica che ti strappa via l’anima. Occupandomi di jazz sudafricano sono rimasto più di una volta folgorato dalla potenza evocativa, forza spirituale e capacità di comunicare di una musica solare anche nel dramma esistenziale e nei momenti linguisticamente più ardui, capace di vibrare a distanza di decenni. Ciò accade quando si fa repertorio, come è avvenuto in Viva La Black. Live at Talos Festival che si pone, infatti, all’incrocio di tre percorsi differenti.

Uno è quello del jazz sudafricano che, attraverso la figura carismatica di Moholo, giunge sino al presente. È una musica migrante, storicamente nata dagli spostamenti verso le miniere e le città alla ricerca di lavoro, scaturita dalla rottura e dal mutamento dei folclori africani e dalla contemporanea assimilazione / ricreazione di linguaggi afroamericani, oppostasi alla persecuzione ed alla segregazione che hanno portato fino all’esilio e all’incontro (in Sudafrica, Europa e Stati Uniti) con altre musiche per un’ulteriore sintesi, superba quanto sofferta. È un processo che è continuato persino dopo la fine dell’apartheid, a partire dal 1994: nel calderone meticcio delle musiche popolari sudafricane, il jazz ha ritrovato una sua centralità (ne ha trattato la studiosa francese Lorraine Roubertie nella tesi di laurea discussa nel 2006 ed intitolata Sheer Sound, un acteur culturel important dans la resurgence du jazz sudafricain depouis la chute de l’apartheid?). Il regista italiano Ferdinando Vicentini Orgnani insieme al trombettista Paolo Fresu ha, dal canto suo, girato da poco un documentario (Zulu Meets Jazz) che ricostruisce la paradigmatica storia di un gruppo jazzistico di Durban tuttora attivo (la Knz Vintage Orchestra).

Il secondo percorso è quello degli artisti del Vecchio Continente – soprattutto inglesi – che si incontrarono con i Blue Notes (Moholo, Mongezi Feza, Dudu Pukwana, Chris McGregor, Johnny Dyani ed Harry Miller che non faceva parte dell’organico ma era giunto per primo in Europa) e ne furono segnati. Nacquero collaborazioni importanti, un’unione di linguaggi e di istanze, di utopie e di pratiche sonore davvero uniche, nel turbinìo creativo della Londra fra i tardi anni ’60 ed il decennio ’70. Keith e Julie Tippett furono al centro di quel ciclone sonoro e lo testimoniano ulteriormente alcuni recenti album. È del 2006 la pubblicazione di Which Way Now (Cuneiform), un live (1975) degli anglosudafricani Isipingo di Miller. Risale al 2005 Bra Louis – Bra Tebs Spirits Rejoice!  del Louis Moholo septet and octet; nel Cd Ogun c’è una registrazione contemporanea  insieme alla ristampa di  un album del 1978. Il pianista e compositore inglese è, tra l’altro, uno dei protagonisti della Dedication Orchestra, nata in Inghilterra alla fine del 1991. Si tratta del monumento più alto e commovente innalzato al jazz sudafricano, edificato soprattutto per iniziativa di Louis Moholo, Evan Parker, Steve Beresford ed Hazel Miller (produttrice del Cd che state ascoltando e consorte del contrabbassista Harry). Tippett arrangiò per le sedute dei Cd Spirits Rejoice (1992) e Ixhesa (time) (1994)  Traumatic Experience, Dancing Damon e Lost Opportunities, tutte composizioni di Harry Miller.

L’itinerario terzo che converge in Viva La Black. Live at Talos Festival, riguarda la formazione orchestrale che ne è protagonista. Nata come progetto musicale ed umano  alla fine degli anni ‘90, si chiamava Meridiana Multijazz Orchestra e raccoglieva i frutti seminati in decenni di attività concertistiche svolte in Puglia con l’occhio rivolto all’Europa e al mondo (Europa Jazz Festival di Noci, Talos Festival di Ruvo). <<Da questo organico – ha raccontato Roberto Ottaviano, uno dei suoi fondatori ed animatori – è nata nel 2002 una compagine più radicale, più impegnata sotto il profilo politico-poetico ad incontrare ed abbracciare uomini e temi della storia vicini alla complessità del nostro Sud, una sorta di Liberation Music Orchestra tra la Daunia ed il Salento>>.  Il gruppo prende il nome di Canto Generàl, titolo di un poema di Pablo Neruda scritto in esilio. La formazione ricerca un suono  epico e possente per una musica dal forte impegno sociopolitico che intende accompagnare lotte ed aspirazioni di quanti si battono per la Pace, la Libertà e la Giustizia. Nella sua quadriennale attività, Canto General è stato presente a numerose rassegne ed ha collaborato con Lucilla Galeazzi ed Evan Parker.  Con la cantante la sinergia ha prodotto il recital Canti e discanti, <<mirato alla ri-elaborazione ed all’arrangiamento – precisa ancora Ottaviano – di canti di lavoro e di lotta tradizionali>> come Nina ti te ricordi, Gorizia, Bella Ciao. Insieme al sassofonista inglese Canto Generàl ha reso omaggio a Steve Lacy con la suite The Straight Silente (composta da Ottaviano), coinvolgendo Parker nel repertorio originale dell’orchestra ed in brani di Carla Bley e del medesimo Lacy. La formazione allinea musicisti di varie generazioni, da Pino Minafra a Luca Calabrese, da Felice Mezzina a Marcello Magliocchi. In alcune occasioni si è arricchito di solisti (Beppe Caruso e Lauro Rossi) nonché di un’intera sezione-voci costituita dal gruppo Faraualla e da Gianna Montecalvo e Cinzia Eramo.

Il Talos Festival del settembre 2004 ha rappresentato l’occasione concreta di incrocio delle tre direttrici, quando Canto Generàl ha invitato Keith e  Julie Tippett con Louis Moholo. <<Abbiamo registrato al vivo – racconta ancora Roberto Ottaviano – alcune composizioni dei compianti Mongezi Feza, Dudu Pukwana, Harry Miller e dello stesso Tippett, in un omaggio sincero e profondo ad artisti che hanno sofferto e pagato la diaspora, l’apartheid a casa loro e, in parte,  anche nel vecchio continente>>. Quell’incontro ha costituito uno dei vertici della manifestazione di cui è stato direttore artistico Pino Minafra, quel Talos Festival che nell’edizione 2004 ospitava cento musicisti in sedici concerti, provenienti da dodici nazioni. Canto Generàl ha dato, infatti, spessore orchestrale alle musiche scritte dai jazzisti sudafricani, sotto la direzione di Keith Tippett (autore di molti arrangiamenti e di alcuni brani originali, impegnato anche al piano, in coppia con Livio Minafra), con l’apporto della voce di Julie Tippett  e con il palpitante ritmo scandito dalla batteria di Louis Moholo. Musiche che hanno un’intensità fortissima, che sanno far piangere e danzare, che si immergono nel dolore e nella gioia con rara profondità.

Il concerto è stato aperto da Mra (fratello) di Pukwana, l’inarrestabile sigla dei Brotherhood of Breath di McGregor: nella  sua sostanziale coralità si distinguono nell’introduzione le scariche di energia della tromba di Marco Sannini e, dopo il travolgente tema ad incastro tra sezioni, la polifonia dei quattro tromboni. Thought’s to Geoff (K.Tippett) ha un tema a note lunghe che le voci espongono con slancio insieme a tutta l’orchestra. Il martellante piano del band-leader punteggi i soli (Fabrizio Scarafile e M.Sannini); entusiasmante è il riff vocale che lancia un possente, epico crescendo generale.  Dedicated to Mingus (K.Tippett) raffredda temporaneamente l’atmosfera. Il brano prevede densi e pastosi flussi sonori prima di giungere al tema bluesy condotto dalla tromba con sordina  e sax baritono.

Mongezi Fesa  e Four Whispers for Archie’s Chair (sempre del pianista inglese) confluiscono l’uno nell’altro. Nel primo le voci hanno un andamento evocativo e sciamanico, arrivando per gradi a sillabare il nome del trombettista sudafricano; nel secondo si stratificano sax baritono e sezione ance, una base timbricamente scura su cui si muove, con lentezza sofferente, il soprano di Ottaviano che esprime un infinito rimpianto.

Per Traumatic Experience di Miller, Tippett si serve dell’arrangiamento scritto per la Dedication Orchestra; in esso il collettivo risalta insieme alla sezione tromboni e  a Lauro Rossi. Il suo solo lancia un finale in fortissimo dai connotati nettamente espressionistici. Si torna alla complessa scrittura di Tippett per Cider Dance con almeno tre sezioni. Quasi monocroma A Song, brano del pianista a tempo libero percorso tra l’apocalittico ed il liturgico, che conserva un senso del dramma sacro.

Si torna a Miller ed al suo Dancing Damon; anche in questo caso Tippett riprende l’arrangiamento scritto per la D. O. eliminando i soli dei tromboni ed enfatizzando l’intervento delle batterie. Il doppio solo di Louis Moholo e di Vincenzo Mazzone ha una forza incredibile e trascinante.

L’esteso Septober Energy (la penna di Tippett è felicemente prolifica; il brano fu registrato solo negli anni ‘70) brilla per le sue trasformazioni interne in grado di valorizzare tutta la composita orchestra, il soprano di Ottaviano, la voce di Julie Tippett ed i versi di Robert Wyatt inneggianti all’unione di uomini, popoli e nazioni per la libertà e la liberazione. È quasi un preludio all’inno sudafricano, quel South African National Anthem che parte e torna in una dimensione bandistica dopo essere transitato nel territorio del free  (Vittorino Curci). You Ain’t Gonna Know Me ‘Cause You Think You Know Me voglio affidarlo a chi ascolta.

                                              ***

Scrivere queste note di copertina era uno dei miei desideri più profondi, una conseguenza naturale dell’appassionato studio del jazz sudafricano e della partecipata, militante attenzione per il settore più eversivo del jazz italiano. È come se un ciclo della vita si fosse chiuso ascoltando dal vivo musiche che amo ed infinitamente ho amato, soprattutto perchè orgogliosamente fiere di essere antiapartheid, contro ogni razzismo, per la giustizia, per l’umanità, per la vita.

N.B. la versione originale delle note di copertina è stata pubblicata in inglese e in formato più breve. Quella qui proposta è un’inedita versione estesa (in italiano).

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