“Rebel Flames” – Canto Genèral featuring Louis Moholo-Moholo – Ogun 2015

Dettaglio della copertina di "Rebel Flames"
Tempo di lettura: 3 minuti
Quando si è travolti dal fuoco della musica e del jazz sudafricani è difficile dimenticarli. La forza delle emozioni, l’intensità di suoni e ritmi “graffiano” l’anima in modo indelebile e la “ferita emotiva” non si rimargina.

COMBUSTIONE LIBERTARIA

Raccontare storie, sentimenti e passioni è nel DNA di questa musica, nata da sofferenza ed esclusione senza esserne ostaggio perché sa benissimo far palpitare gioia e fratellanza. “Rebel Flames” lo testimonia perché è all’incrocio di due sud del mondo (Puglia e Sudafrica), di storie ed identità, estetiche e passioni accomunate da un “grido di libertà” che è insieme (r)esistenziale e musicale. Canto General (il riferimento è a Pablo Neruda, alla sua poesia e alla sua visione libertaria del mondo) è una formazione italiana dall’organico variabile (in questo caso quintetto) che accoglie il batterista sudafricano Louis Moholo Moholo, memoria storica vivente dei jazzisti antiapartheid autoesiliatisi (i Blue Notes): un artista sempre pronto alle sfide del presente come alla ricchezza degli incontri. Con il contrabbassista toscano Roberto Bellatalla (per decenni sulla scena londinese) Moholo ha condiviso l’esperienza del gruppo Viva La Black, che suonò nel Sudafrica appena liberato dalla discriminazione (lo documenta  l’album Ogun “Freedom Tour 1993 Live in South Africa”, 1994).

 Con i fondatori di Canto General (il funambolico trombettista/flicornista Pino Minafra ed il policromo altista nonché sopranista Roberto Ottaviano) ci sono stati fin dagli anni ’90 incontri e collaborazioni tra festival, progetti e concerti (si ascolti “Viva La Black live at Ruvo, Keith Tippett, Julie Tippetts, Louis Moholo-Moholo & Canto General”, Ogun 2007); testimoniano la stima reciproca, l’amore e l’interesse per la “lezione sudafricana” e la capacità di provare ad andare oltre. Completa il quintetto il giovane pianista Livio Minafra, cresciuto nella temperie delle esperienze paterne (quali i festival internazionali di Noci e Ruvo) e nella ricca atmosfera sonora della Puglia mediterranea.

L’album è basato su un recital tenuto a Tivoli (vicino Roma) nel 2007, con l’ultimo degli otto brani registrato invece in Francia, al “Perpignan Jazz Festival”. La dimensione è quella vivida e a tratti torrida del concerto, in cui si esaltano le dinamiche, i contrasti dei piani sonori, la percussività spiazzante eppure sempre “a tempo” di Moholo, il liquido ed incalzante pianismo di Livio Minafra, il gioco dialettico dei fiati e l’espressionistico, a tratti scarnificato contrabbassismo di Bellatalla.

Ecco, nel suo inquieto svolgersi, il concerto di Tivoli. La “Intro to a Song” si gioca tra piano e sax alto in un libero intrecciarsi degli strumenti, presto condotto  su ritmi serrati; melodia e dimensione confluiscono con naturalezza in “A Song – Excerpt from ‘Frames’” (di Keith Tippett) in cui tromba, contrabbasso e batteria si aggiungono, rendendo il pezzo sempre più possente ed innodico.

“Orange Grove” (di Harry Miller) è a tempo veloce, esuberante e alterna due sezioni: A più giocosamente ritmica e B, melodicamente cantabile. Dentro c’è l’universo sonoro di Miller come quello di Chris McGregor e il pezzo si sviluppa con assoli che via via spappolano la struttura: Ottaviano dispiega fantasia ed energia mentre Minafra (tromba sordinata) regala passaggi in fiato continuo, con sorprendenti effetti di parlato. Tutto il quintetto è mosso, per non dire terremotato, dal percussionismo di Moholo. Segue una ballad a tempo lento e dispari, “Angel Nomali” di Dudu Pukwana (ABACA, tema di 22 battute); è un pezzo struggente, portato per mano dal batterista che elasticamente lo accarezza o frusta, in un continuo effetto beat/off beat. Minafra imbraccia il flicorno e dipinge un assolo ispirato, intimamente cool, pieno di blues e commozione, assolo che si infittisce via via e viene ripreso con altrettanta poesia da Ottaviano; il tutto  culmina con una coda polifonica. La coppia di brani sudafricani è il fulcro emotivo del concerto, al pari delle due successive composizioni di Tippett, tra modalismo ed omaggi a Charles Mingus. Bruciano le improvvisazioni In “Thoughts to Geoff” – con il solo modale,   dall’impatto fisico,  del giovane Minafra – mentre in “Deditated to Mingus” risuona la polifonia tra fiati. Espressionistico e totalmente improvvisato è “Rebel Flames” (con spazi significativi per Bellatalla) la cui altissima tensione si stempera nel tema di Mongezi Feza. Semplice e antifonale, incantatorio e malinconico, voce di un esule che sa di restare comunque un estraneo per molti, “You Ain’t Gonna Know Me” unisce la purezza toccante della melodia con uno sviluppo solistico-responsoriale in cui i “sudafricani italiani” dimostrano di essere “entrati”, con rispetto, nella musica di chi era fuggito dall’apartheid. Minafra incita il pubblico a cantare perché il canto (general), il collettivo, la condivisione, la speranza restano il messaggio “resistente” del jazz sudafricano.

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