Uno splendido affaccio sulla piana dove si distende Roma, un anfiteatro antico che
appartiene al tiburtino Santuario di Ercole Vincitore, la musica spettrale dell’ottetto di Steve
Lehman. C’erano tutti gli elementi per fare del quarto appuntamento della rassegna Along
Came Jazz (all’interno di Tivoli chiama. Festival delle arti) un appuntamento di rilievo
nazionale.
La ripresa della manifestazione (direttori artistici Enzo Pavoni e Paolo Alimonti; concerti fino
al 21 luglio) è di per sé significativa, visto che il festival ha sempre indagato nel «nuovo»
jazz italiano ed internazionale, confermando anche quest’anno la sua vocazione. L’ottetto di
Lehman si esibiva nella sua unica data italiana e ciò dimostra la miopia di tante rassegne
nostrane: l’altista e compositore newyorkese nel referendum Top Jazz di Musica Jazz del
2014 vinse in tre categorie internazionali (miglior disco, gruppo e musicista) e sembra
assurdo che il suo organico non circoli nel Belpaese. Si accennava prima alla musica
«spettrale» ma l’aggettivo viene qui usato in senso tecnico-armonico: Steve Lehman (che
ha presentato sue composizioni tratte dall’ultimo album Mise en Abîme) è profondamente
ispirato dal lavoro di Gérard Grisey e Tristan Murail, come Edgar Varèse suggestionò, a suo
tempo, Charlie Parker.
«Questi compositori, cui aggiungerei per altre ragioni anche Messiaen, guardano con
estremo interesse alle proprietà fisiche del suono (…) Quando ascoltai per la prima volta le
loro musiche fu subito chiaro che si trattava di un linguaggio armonico del tutto differente,
che apriva un mucchio di possibilità (…) i suoni della musica spettrale sono in un certo
senso unici perché trattano direttamente le relazioni tra le frequenze (…) Entrano in gioco i
microtoni»» (Musica Jazz, luglio 2014, intervista di Luca Civelli).
Anche senza avere queste informazioni, la musica di Lehman declinata per ottetto ha un
fascino contagioso, basato sulle sue cellule ripetute, sull’armonia trai suoni, sull’intreccio
delle parti sia in composizioni brevi che estese. Merito delle composizioni e della loro
realizzazione dal vivo che vede, oltre al leader (alto, sopranino in un brano e elaborazione
al computer), il trascinante Adam O’Farrill (tromba), il rigoroso Tim Albright (trombone),
l’eminenza grigia Jose Davila (tuba, fedele collaboratore di Henry Threadgill), il graffiante
Mark Shim (sax tenore), il fondamentale Chris Dingman (vibrafono), l’esperto Drew Gress
(contrabbasso) e l’energico Jalon Archie (batteria).
La musica risuona poliritmica, polifonica e politimbrica, ancorata alle armonie «orizzontali»
e straniate del vibrafono. La scrittura complessa per i fiati privilegia l’ensemble per lanciare
i solisti in brevi sequenze sempre dialoganti con il resto dell’organico, una lezione che risale
a Charles Mingus ma evoca Steve Coleman e Threadgill. Il tutto ha una grande forza
propulsiva seppure la «tensione» mantenga un carattere statico.
In Aloe il duetto tra il sax alto di Lehman e la tromba di O’Farrill è uno dei momenti migliori
di una performance di alto livello. Il brano costruito su una frase di sopranino omaggia
Anthony Braxton e celebra nella serata tiburtina – il jazz di ricerca da Downtown Manhattan.
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